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Comincia il processo per l’omicidio di Giulio Regeni, ma gli imputati saranno assenti

© Foto : Comune di TorinoStriscione "Verità per Giulio Regeni" esposto dal 4 aprile 2016 sulla facciata di Palazzo Civico (municipio di Torino)
Striscione Verità per Giulio Regeni esposto dal 4 aprile 2016 sulla facciata di Palazzo Civico (municipio di Torino) - Sputnik Italia, 1920, 14.10.2021
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Le autorità del Cairo si sono rifiutate di collaborare e non sono stati comunicati gli indirizzi dei quattro imputati dei servizi di sicurezza egiziani che oggi non saranno in aula. Inoltre, non essendo stato possibile notificare loro gli atti, risulta a rischio la possibilità stessa di procedere al giudizio in contumacia.
Oggi, giovedì 14 ottobre, comincerà a Roma il processo contro il generale Tareq, i colonnelli Helmy e Kamal e il maggiore Magdi Sharif, accusati dalla Procura di Roma del sequestro, della tortura e dell'uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore italiano dell’università di Cambridge, scomparso il 25 gennaio del 2016 al Cairo e trovato morto pochi giorni dopo.

L’accusa

Il generale Tareq, i colonnelli Helmy e Kamal e il maggiore Magdi Sharif sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate. Non saranno, però, accusati di reato di tortura, dal momento che tale reato è stato introdotto nell’ordinamento italiano solo nel luglio del 2017 con la legge n.110, cioè un anno e mezzo dopo il caso Regeni.

La questione della contumacia

I quattro imputati non solo non saranno presenti in aula, ma non è stato potuto neppure notificare loro gli atti. Questo pone già un primo serio ostacolo procedurale, in quanto, in teoria, per il nostro ordinamento, senza notifica degli atti, cioè senza la certezza che l’imputato sappia di essere appunto imputato e dover subire un processo, non sarebbe neppure possibile procedere al rito.
La tesi del giudice per l’udienza preliminare, Pierluigi Balestrieri, era stata che la notorietà del caso potrebbe considerarsi già di per sé una notifica, perché “la copertura mediatica capillare e straordinaria fa assurgere la notizia della pendenza del processo a fatto notorio”.
Se, tuttavia, il tribunale di Roma dovesse esprimere tutt’altro parere, il processo potrebbe subito venire sospeso, con la richiesta di fare ulteriori sforzi per raggiungere gli imputati.

Testimoni richiesti

L’avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha chiamato a testimoniare tutti i presidenti del Consiglio italiani che sono stati a capo del governo in questi anni – Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi – assieme a tutti i ministri degli Esteri, i sottosegretari con delega ai Servizi segreti e i più alti funzionari di intelligence, nonché ha chiesto la presenza in aula anche del presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, del figlio Mahmoud e del ministro dell’Interno all’epoca dei fatti, Magdy Abdel Ghaffar.
La Procura di Roma ha chiesto di interrogare anche tutti i testimoni che hanno raccontato di aver visto Regeni nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte: tra questi, il leader del sindacato indipendente dei venditori di strada, Mohamed Abdallah, figura chiave di tutta la vicenda, perché presumibilmente fu lui a denunciare il ricercatore alle autorità.

Ipotetico movente

Regeni fu ucciso a 28 anni mentre stava lavorando alla sua tesi di dottorato al Cairo. Il movente del violento interrogatorio e dell'omicidio, secondo la procura di Roma, potrebbe essere stato il sospetto, da parte degli agenti della sicurezza egiziani, che il giovane fosse un agente straniero sotto copertura e volesse finanziare o istigare le rivolte. I suoi precedenti impegni al Cairo con la UNIDO e le ricerche per conto della società privata di analisi politiche Oxford Analytica, ma soprattutto la sua ricerca partecipata sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti, figure chiave nei moti popolari di quegli anni e tuttora i più ostici oppositori del governo, avrebbero potuto insospettire i servizi egiziani.
La denuncia di Abdallah alle autorità avrebbe infine compromesso le attività del ragazzo, che sarebbe finito sotto la lente dei sospettosi inquirenti egiziani fino al tragico epilogo del sequestro, della tortura e dell’omicidio.

Tesi egiziane

La tesi della procura egiziana in questi anni è stata di tutt’altro avviso ed ondivaga: dapprima aveva sostenuto che Regeni fosse morto in un incidente stradale, poi che il giovane fosse stato ucciso da una banda “specializzata nel fingersi agenti di polizia, nel sequestrare cittadini stranieri e derubarli”, e che tale banda fosse stata sgominata e tutti i suoi componenti uccisi, infine le autorità egiziane ammisero che Regeni era stato indagato, ma solo per tre giorni nel gennaio del 2016. Tutte le versioni del Cairo sono state valutate dalla Procura di Roma come “priva di ogni attendibilità”.
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