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Afghanistan, Putin studia lo scacco matto a Biden

© Sputnik . POOL / Vai alla galleria fotograficaL'incontro bilaterale tra Putin e Biden a Ginevra
L'incontro bilaterale tra Putin e Biden a Ginevra - Sputnik Italia, 1920, 14.10.2021
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Draghi chiude un G20 che deve accontentarsi di garantire gli aiuti agli afghani per prevenire l’esodo di migranti verso l’Europa. Il Cremlino riunisce a Mosca cinesi, indiani, pakistani e iraniani per discutere con i talebani*. E punta ad un piano regionale capace di estromettere gli Usa dall’Asia Centrale.
Mario Draghi alla fine ha dovuto accontentarsi delle classiche nozze con i fichi secchi. Anche perchè senza Russia e Cina c’erano poche speranze di tessere accordi in grado d’influire sulla situazione afghana. Così il G20 virtuale sull’Afghanistan - azzoppato dall’assenza di Vladimir Putin e del presidente cinese Xi Jinping - s’è limitato ad attribuire alle Nazioni Unite il ruolo di grande dispensatore di aiuti. Un ruolo che risparmia all’Occidente il grande imbarazzo di trattare direttamente con il governo dell’Emirato e garantirgli un implicito riconoscimento.
Ma è chiaro che l’assenza di Vladimir Putin, e, in subordine, del ministro degli esteri Lavrov, sostituiti dal vice ministro degli esteri Igor Morgulov ha pesato più dell’assenza del presidente cinese Xi Jinping. Il 20 ottobre prossimo a Mosca si terrà, infatti, un vertice con Cina, India, Pakistan, Iran, e rappresentanti talebani considerato una sorta di risposta al G20 di Draghi. Ma la maggior rilevanza di Mosca per l’Occidente rispetto alla Cina non è determinata solo dalle contromosse con cui Putin sembra rispondere al G20 di Mario Draghi. La Cina - forte dei suoi contatti con i talebani e dei progetti di egemonia commerciale legati alla Via della Seta - ha tutto l’interesse a smarcarsi dall’Occidente. L’Afghanistan, nei progetti di Xi Jinping, è una piattaforma su cui operare d’intesa con Russia e Iran per neutralizzare qualsiasi ritorno in gioco dell’America.
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Ma Mosca, in verità, non ha grande interesse a farsi coinvolgere nei piani cinesi. Anche perchè nell’ottica del Cremlino i rapporti con l’Europa restano più importanti di quelli asiatici. E anche in prospettiva asiatica un rapporto troppo stretto con il regime talebano non rappresenta la soluzione migliore. Non a caso - pur avendo mantenuto aperta l’ambasciata a Kabul e avendo più volte ricevuto delegazioni talebane - la Russia si è ben guardata dal cancellare il decreto con cui nel 2003 la Corte Suprema di Mosca mise fuori legge il movimento talebano definendolo “organizzazione estremista”. Un Afghanistan in mani talebane continua infatti a rappresentare una minaccia per la stabilità degli alleati di Tagikistan e Uzbekistan costretti a fare i conti con le azioni di gruppi islamisti legati ai talebani o, peggio, delle formazioni dell’ Isis-K presenti in Afghanistan.
Ma a preoccupare Mosca contribuisce anche il commercio di eroina proveniente dalle province del sud dell’Afghanistan e destinata al mercato russo. Un commercio che minaccia di moltiplicarsi se la droga resterà l’unica risorsa nelle mani di un Afghanistan economicamente allo sbando. E ad acuire le preoccupazioni di Mosca contribuisce la scarsa volontà di cambiamento esibita dai talebani dopo l’arrivo al potere. Oltre a non aver rispettato le promesse di dar vita ad un governo “inclusivo” nominando ministri estranei al proprio movimento i talebani hanno anche negato qualsiasi apertura alle donne sul fronte dei diritti civili e alle minoranze etniche. Un problema evidenziato dal ministro degli esteri russo Sergei Lavrov che già a fine settembre sottolineava l’assenza di un governo capace di rispecchiare "la società afghana nella sua interezza di etnie, forze politiche, gruppi religiosi”.
Ma le preoccupazioni di Mosca devono misurarsi anche con le chiusure di Washington. Nonostante la fallimentare uscita dallo scenario afghano l’Amministrazione Biden continua a evitare qualsiasi apertura a Mosca. Una chiusura ingiustificabile agli occhi del presidente Vladimir Putin che nel faccia a faccia con Biden dello scorso giugno si offrì di agevolare il ritiro americano garantendo l’uso delle basi russe in Asia Centrale. Un offerta altamente simbolica visto che dopo l’11 settembre quelle stesse basi vennero messe a disposizione delle truppe americane impegnate in Afghanistan. Una disponibilità ridiscussa, peraltro, il 22 settembre a Helsinki dal generale Mark Milley, capo di stato maggiore americano, e il suo omologo russo Valery Gerasimov. Eppure nonostante le offerte di Mosca l’amministrazione democratica ha fatto di tutto per evitare intese con la Russia sull’Afghanistan.
Un’impostazione che ha finito con il rendere assai complessa anche l’iniziativa voluta da Draghi nell’ambito del G20. Per Washington qualsiasi intesa va rimandata all’appuntamento del 30 e del 31 ottobre quando sia Vladimir Putin sia Joe Biden potrebbero convergere a Roma per l’atto conclusivo del G20 a guida italiana. Nell’attesa Washington sconta la fallimentare interlocuzione con i talebani avviata a Doha il 10 ottobre da Cia e Dipartimento di Stato. Il fallimento è emerso al termine degli incontri tra la delegazione talebana e quella americana guidata dal numero due di Langley David Cohen e dal vice inviato del Dipartimento di Statao per l’Afghanistan Tom West. Incontri conclusi dal secco no con cui i rappresentanti dell’emirato hanno risposto all’offerta di collaborazione nella lotta all’Isis-K.
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Un fiasco reso più preoccupante dall’iniziativa diplomatica della Russia che il 20 ottobre a Mosca riunirà i rappresentanti dell’Emirato e quelli di Cina, Pakistan, India e Iran. L’iniziativa, modellata su quelle avviate con successo a suo tempo nella capitale kazaka di Astana per sbloccare il negoziato sulla Siria, punta a far interloquire direttamente la formazione jihadista e gli stati coinvolti nella questione afghana. La presenza del Pakistan, considerato il burattinaio invisibile capace d’influenzare la dirigenza talebana, consentirà a Mosca pressioni concrete per spingere l’Emirato a darsi un governo più inclusivo e ottenere maggiori garanzie sul fronte della guerra alla droga.
Ma la presenza di grandi nemici come l’India da una parte e la Cina e il Pakistan dall’altra offrirà a Mosca anche la possibilità di giocare un ruolo negoziale più ampio e influenzare le mosse talebani facendo pressioni sui loro grandi protettori. Un ruolo non da poco se si considera che l’India, alleata degli Usa non si sente più garantita da Washington nè sul fronte afghano nè su quello dell’Indo Pacifico. Insomma mentre il G20 ha potuto soltanto garantire all’Afghanistan gli aiuti dell’Onu nel tentativo di prevenire una catastrofe umanitaria seguita dal tanto temuto esodo di migranti verso l’Europa il vertice sull’Afghanistan di Mosca minaccia di estromettere gli Usa dal delicato crocevia dell’Asia Centrale. E proprio quella mossa regala a Putin un “assist” in più in vista del possibile faccia a faccia con Biden in occasione del summit romano che il 30 e 31 ottobre chiuderà la presidenza italiana del G20.
*Organizzazioni terroristiche estremiste illegali in Russia e in altri paesi.
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