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Afghanistan, l’Isis-K colpisce ancora, mentre i Talebani dialogano con gli USA e con la Russia

© AP Photo / StringerKunduz, Afghanistan
Kunduz, Afghanistan - Sputnik Italia, 1920, 12.10.2021
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Il nuovo attentato compiuto nella moschea di Sayed Abad a Kunduz l’8 ottobre scorso ha dimostrato una volta di più come l’Afghanistan riconquistato dai talebani sia tutt’altro che un luogo stabile.
L’attacco, perpetrato da un kamikaze, ha avuto conseguenze drammatiche, essendo costato la vita a decine di persone, forse addirittura più di cento, ed avendo comportato il ferimento di un numero persino superiore di fedeli sciiti, che stavano partecipando alle preghiere.
L’Isis-K*, la sezione dello Stato Islamico* attiva in Afghanistan, ha rivendicato la responsabilità della strage.
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Quanto è accaduto, evidentemente, suggerisce diverse riflessioni, non soltanto in dipendenza della sua gravità, ma soprattutto per la località in cui si è verificato, il tipo di bersaglio che è stato scelto dai terroristi e l’identità dell’attentatore.
Intanto, è la prima volta che l’Isis-K colpisce così a nord. Kunduz è molto lontana dalla Grande Paktia adiacente al Pakistan, che è stata finora assieme a Kabul il principale teatro d’operazioni di questo gruppo ostile ai talebani*.
Il raggio d’azione dei miliziani che si richiamano a Daesh* si è quindi dilatato, circostanza che aggrava i problemi che il nuovo governo di Kabul deve fronteggiare sul piano della sicurezza.
La bomba esplosa a Kunduz ha infatti confermato che in Afghanistan esiste un’opposizione armata al nuovo corso, diversa, più opaca, mobile e probabilmente più insidiosa di quella che si è stretta attorno all’erede di Massud nella valle del Panjshir.
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Il secondo elemento rilevante della strage è il fatto di aver preso di mira la minoranza afghana degli sciiti, già perseguitata in passato dall’Emirato del Mullah Omar, ma con la quale i talebani attuali erano in qualche modo scesi a patti, come prova la situazione relativamente tranquilla in cui si trova la provincia di Bamyian, dove si concentra.
Per quanto sia inappropriato istituire confronti tra situazioni obiettivamente differenti, è difficile sottrarsi al ricordo di quanto accadde con l’attacco del febbraio 2006, che fece crollare la Cupola d’Oro della moschea di Samarra, sacra agli sciiti, innescando la guerra civile che avrebbe insanguinato l’Iraq negli anni seguenti.

In altre parole, l'Isis-K potrebbe aver pianificato l’attacco alla moschea sciita di Kunduz non solo per proporsi come forza militarmente rilevante anche al di fuori della propria zona di radicamento storico, ma anche per generare una spirale di azioni e reazioni suscettibile di compromettere il successo del tentativo dei talebani di pacificare l’Afghanistan.

Qualora gli sciiti replicassero, infatti, sarebbe difficile controllare la polarizzazione dello scontro. Ma anche in assenza di una loro rappresaglia, la mossa fatta dall’Isis-K è di quelle che possono danneggiare sensibilmente i talebani, esponendoli all’accusa di non fare abbastanza per sradicare quella che agli occhi di molti sunniti è, e resta, un’intollerabile eresia.
Il clero sciita ha già sollecitato maggiori protezioni, ponendo sicuramente in imbarazzo le nuove autorità afghane, che non possono accogliere la sua richiesta senza correre il rischio di irritare i propri sostenitori più radicali.
Non deve neanche sfuggire il dettaglio che a compiere l’attentato suicida sia stato un terrorista uiguro. L’Isis-K ha infatti probabilmente inteso infliggere un colpo anche alla politica estera di appeasement nei confronti della Cina, aggiungendo una valenza ulteriore, di natura internazionale, alla sua sanguinosa iniziativa.
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È molto verosimile che a Kabul le implicazioni di quanto sta accadendo siano piuttosto chiare. È a questo contesto che va ricondotta anche l’intensificazione delle attività diplomatiche in cui i talebani sono coinvolti. Hanno bisogno di sponde e ne stanno trovando.
Una loro delegazione si è recata a Doha per incontrarsi con degli emissari del governo americano: di fatto, il primo contatto formale intercorso tra le parti dopo il ritiro di Washington dall’Afghanistan.
In questa occasione, il 9 ottobre scorso, i talebani avrebbero dichiarato di essere in grado di affrontare autonomamente la minaccia rappresentata dall’Isis-K, facendo intendere di non aver bisogno di un sostegno statunitense.
Tale circostanza appare ovvia, dal momento che un’eventuale, aperta, cooperazione tra Washington e Kabul potrebbe alienare ai talebani parte delle simpatie di cui godono e forse anche indurre defezioni verso l’Isis-K: una struttura di cui si sa ancora troppo poco, ma che già disporrebbe di significative risorse economiche.

Di contro, a quanto si sa, i talebani avrebbero chiesto alle loro controparti americane di scongelare i fondi afghani depositati negli Stati Uniti. La stessa istanza era stata in precedenza rappresentata anche dal Pakistan. Non vogliono quindi armi, ma soldi.

A quanto pare non si è invece discusso del riconoscimento del nuovo governo e sembra che sia stato anche chiarito che in questo momento le concessioni sul versante del rispetto dei diritti umani non potranno essere significative, dovendo Kabul affermare il proprio controllo sul paese. Nel quale, nel frattempo, in barba alle rassicurazioni precedentemente fornite, continuano le esecuzioni extragiudiziali e sono sempre più numerose le segnalazioni che riguardano l’irrogazione di punizioni corporali.
I talebani sono stati altresì invitati a Mosca, stando a quanto si è appreso lo scorso 7 ottobre dall’inviato speciale del Cremlino per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, un diplomatico di lungo corso, che vanta importanti trascorsi a Kabul.
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La delegazione talebana, di cui ancora non si conosce la composizione, dovrebbe prendere a parte ad un summit che si terrà il prossimo 20 ottobre nella capitale russa, otto giorni dopo il G20 straordinario indetto in modalità virtuale dalla presidenza di turno italiana.
Nessuno vuole essere tagliato fuori dall’Afghanistan, perché lo sfruttamento delle sue ingenti risorse minerarie genera appetiti. Inoltre preoccupa la possibilità che dal territorio afghano possano scaturire flussi migratori incontrollabili o, peggio ancora, nuove minacce di natura terroristica. I diritti umani quindi possono aspettare, mentre la stabilizzazione del paese è urgente.
La sensazione è che i nuovi talebani detengano questa volta un potere negoziale decisamente superiore a quello che avevano ventuno anni fa e che esista un terreno d’incontro tra le loro necessità e quelle del mondo che li circonda.
*Organizzazioni terroristiche estremiste illegali in Russia e in altri paesi
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