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Europa, il sole non sorge più ad est

© Sputnik . Burcu Okutan Migranti alla frontiera tra Turchia e Grecia
Migranti alla frontiera tra Turchia e Grecia - Sputnik Italia, 1920, 11.10.2021
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Ai confini orientali del Vecchio Continente cresce il malessere che rischia di portare la Ue alla disgregazione. Tra i dodici paesi che invocano la costruzione di muri anti-migranti con i fondi dell’Unione ben otto sono dell’Est.
E mentre si allarga il divario con l’Ungheria cresce il rischio di una Pol-exit innescata dalla sentenza con cui Varsavia ha respinto la subordinazione del proprio ordinamento giuridico a leggi e trattati di Bruxelles.
Sono due spade di Damocle sospese sull’Unione Europea, due minacce capaci di portarla alla disgregazione. La prima è nascosta tra le righe della lettera con cui dodici paesi dell’Unione chiedono a Bruxelles di finanziare muri e barriere per fermare nuovi esodi di migranti.
La seconda si cela nella sentenza con cui la Corte Costituzionale di Varsavia ha sancito la preminenza della propria carta costituzionale rispetto ai trattati e alle leggi europee.
Entrambe le questioni mettono a rischio la stabilità dell’Europa. Entrambe hanno come epicentro l’Europa Orientale. Ben otto dei dodici paesi (Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Repubblica Slovacca) firmatari della lettera indirizzata al Consiglio dei ministri degli Interni europei riunito venerdì scorso in Lussemburgo sono paesi usciti dall’orbita dell’ex Patto di Varsavia o dell’ex Unione Sovietica.
E tutti hanno potuto contare su procedure di adesione agevolate dalla convinzione che la caduta del Muro di Berlino rappresentasse un’occasione unica per sottrarre l’Est europeo all’influenza di Mosca e inglobarlo nel progetto europeo. Pur di favorire il processo avviato nel 2004 con l’adesione di otto paesi dell’Est (Ungheria Polonia Slovacchia Lettonia Estonia Lituania Repubblica Ceca e Slovenia), e completato tre anni dopo dall’inclusione di Romania e Bulgaria, l’Unione pose l’accento sui vantaggi economici garantiti dai fondi europei.
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Si guardò bene, invece, dall’evidenziare i vincoli generati dall’adesione ai trattati europee e dalla conseguente rinuncia a parte della sovranità nazionale. Oggi in virtù di quei vincoli Polonia, Ungheria si ritrovano costrette a scontrarsi con Bruxelles su questioni fondamentali come l’accoglienza dei profughi e le riforme al loro sistema giuridico.
Ma partiamo dalla questione migranti. Il problema dirimente da cui deriva la richiesta di finanziare con fondi europei muri e barriere è la pretesa della Ue di gestire autonomamente la sicurezza dei confini esterni. Quella pretesa basata, sull’implicita rinuncia dei singoli stati a difendere i propri confini, richiede inevitabilmente delle contropartite. Per capirci è come se l’amministratore d’un condominio promettesse misure per evitare l’intrusione di estranei, ma si dimostrasse poi incapace di realizzarle. I singoli inquilini reclamerebbero i soldi versati rivendicando la necessita di procedere autonomamente all’installazione di recinti e sistemi d’allarme indispensabili per proteggere le rispettive proprietà. Lo stesso sta succedendo oggi in Europa.
A dieci anni dalle primavere arabe e dalle successive crisi che hanno spinto milioni di migranti ai nostri confini l’Unione si dimostra incapace di trovare una soluzione condivisa a quel problema. Il tutto mentre la già intollerabile inerzia è aggravata dall’ imminenza di un nuovo esodo capace, complice la crisi afghana, di sospingere qualche altro milione di disperati sulle rotte dell’est europeo. Un esodo con cui già si misurano i paesi Baltici e una Polonia su cui premono migliaia di profughi afghani in transito dalla Bielorussia.
Così, a fronte a tali inadempienze, anche la soluzione - umanamente sgradevole, ma praticamente efficace - di muri e barriere appare, soprattutto ad est, come l’unica in grado di garantire risultati immediati ed efficaci.
E l’incapacità dell’Europa di sigillare delle frontiere esterne affidate in teoria alla sua sovranità finisce con il giustificare la richiesta di addebitare a Bruxelles il costo di eventuali soluzioni alternative. Ma in termini più ampi la questione posta dagli otto paesi dell’est, assieme a Cipro Austria Danimarca e Grecia, riflette la profonda diversità politica che divide l’Europa sul tema dell’accoglienza. I gravissimi ritardi e i rinvii accumulati dall’Europa sul fronte dell’immigrazione derivano anche dall’azione di quelle forze progressiste che da Berlino a Madrid e da Roma a Parigi condizionano il dibattito politico europeo propugnando un’accoglienza senza limiti.
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Questo profondo iato politico, coniugato con il malcontento di governi e opinioni pubbliche di un Europa orientale in larga parte indisponibile a compromessi sull’accoglienza, crea il rischio di una disgregazione europea. Un rischio reso ancor più lacerante dallo scontro sul cosiddetto “stato di diritto” che contrappone le istituzioni europee e i governi di Ungheria e Polonia. Quello scontro è la punta d’iceberg del risentimento generato ad Est dalla pretesa europea d’imporre non solo leggi e trattati, ma anche stili di vita e modelli istituzionali.
Una pretesa che rischia di spingere fuori dall’Europa due nazioni come l’Ungheria e la Polonia. L’icona di questo scontro è la presunzione europea di bloccare la riforma del sistema giudiziario avviato dal governo di Varsavia giustificandola con la necessità di preservare lo stato di diritto. Ma uno dei fondamenti dello stato di diritto è l’esistenza di una Costituzione. Una Costituzione che Varsavia è orgogliosa di difendere, ma di cui è priva, ancora oggi, proprio l’Unione Europea.
Proprio questa stridente contraddizione rischia di accelerare la fuga da Bruxelles di tanti paesi dell’Est. Perché imporre a paesi usciti dal sistema sovietico un ordine etico e sociale figlio non di una Costituzione, ma della burocratica applicazione di trattati e leggi decise a Bruxelles è il modo migliore per risvegliare i loro antichi incubi. E spingerli a fuggire da una prigione europea che ricorda i grigi apparati dell’era sovietica.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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