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Premio Nobel Parisi: “Non si fanno le nozze coi fichi secche. Servono più soldi per la ricerca”

© Sputnik . Niva MirakyanGiorgio Parisi, il Professore emerito dell'Università La Sapienza di Roma e vicepresidente dell'Accademia dei Lincei
Giorgio Parisi, il Professore emerito dell'Università La Sapienza di Roma e vicepresidente dell'Accademia dei Lincei  - Sputnik Italia, 1920, 09.10.2021
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Martedì è stato assegnato il Nobel per la Fisica 2021 al fisico teorico italiano Giorgio Parisi, al giapponese Syukuro Manabe e al tedesco Klaus Hasselmann “per il loro contributo fondamentale nel comprendere alcuni sistemi fisici complessi”.
È la prima volta che i sistemi complessi sono esplicitamente menzionati nella motivazione del Premio, una novità celebrata in Italia e nel mondo. Parisi, Professore emerito dell'Università La Sapienza di Roma e vicepresidente dell'Accademia dei Lincei, è il ventunesimo italiano ad aver ottenuto il Nobel e il sesto ad averlo ottenuto per la Fisica.
È un riconoscimento di grande prestigio per l’Italia, che però ha non fa ancora sforzi sufficienti per adottare misure di supporto per la R&S. Secondo l’Annuario Scienza e Società 2020, l’Italia è al 27º posto su 35 per investimenti in ricerca e sviluppo (1,4%) e in 19° posizione per spesa nella ricerca di base (0,32% del Pil). Non è quindi sorprendente che, per via delle retribuzioni base, i giovani italiani fuggono all'estero e gli scienziati stranieri non vogliono venire in Italia per realizzare studi scientifici importanti.
Cosa si può fare per trasformare l'Italia in un Paese accogliente per i ricercatori? Esiste una ricetta? Per parlarne, Sputnik Italia ha raggiunto il neo Premio Nobel Giorgio Parisi nell’ambito di un incontro organizzato dall'Associazione della Stampa Estera in Italia.

“Non si fanno le nozze coi fichi secchi. In questo momento abbiamo il Cnr (il più grande ente di ricerca), attualmente il budget dello Stato riesce a coprire solo gli stipendi del suo personale e una parte delle spese. Questi soldi non bastano nemmeno per pagare le bollette dell'energia elettrica che consumano i laboratori. Per fortuna, i laboratori funzionano, perché il Cnr ha una serie di progetti di ricerca con le istituzioni estere e utilizza questi soldi, insieme a quelli ricevuti dal Ministero della ricerca, per gli scopi eccezionali. Però è evidente che in questa situazione il Cnr non ha nessuna capacità di sviluppare una linea di ricerca autonoma. L'unica cosa da fare sarebbe quella di aumentare il budget in maniera notevole”, ha spiegato Parisi a Sputnik.

In dieci anni, la spesa pubblica per la ricerca è stata tagliata del 21%, dal 2007 al 2016; a questo taglio, dal 2008 al 2014 si è accompagnato quello del 14% alle università statali, per un totale di circa 2 miliardi di euro. Il Professore auspica che il governo possa restituire il maltolto.
“Serve uno sforzo da parte dell’esecutivo. Ho discusso questo argomento con la Ministra dell'Università e Ricerca, che ha chiesto al governo un aumento del budget per la ricerca scientifica di 1,1 miliardo. Siamo in una situazione disastrosa e ora stiamo finalmente cambiando il passo. Con il PNRR la situazione sta migliorando. Poi, quando vedremo sulla carta la parte finanziaria, a questo punto possiamo discutere più concretamente."
"È essenziale avere un’idea chiara di quanti saranno i finanziamenti per la ricerca nei prossimi 5 anni, perché la ricerca è un po’ come un orto che deve essere 'annaffiato' in maniera costante. Altrimenti, le cose andranno male”, ha precisato il Professor Parisi, sempre rispondendo a Sputnik e ribadendo che “deve essere almeno garantita una continuità della possibilità di avere fondi”.
Nel suo Referto sul sistema universitario 2021, Corte dei Conti ha sottolineato come in otto anni (dal 2013 ad oggi) ci sia stato un aumento del 41,8% dei trasferimenti per lavoro. Il rapporto evidenzia come nell’ultimo decennio sia aumentata la quota di laureati tra i più giovani (25-34 anni). Cosa ne pensa Giorgio Parisi?

“Se 'importiamo' ed 'esportiamo' i ricercatori, va tutto bene. Ma se esportiamo solo, senza importare, siamo nei guai. Il problema è che sono pochissimi i ricercatori esteri che decidono oggi di trasferirsi in Italia per un lungo periodo. Sono casi abbastanza rari e potrebbero diventare ancora più rari nel futuro, a meno che l’Italia non cambi politica e non diventi un Paese ospitale per i ricercatori”, ha concluso il Premio Nobel parlando della fuga dei cervelli.

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