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Una talpa svela i segreti di Facebook: "Così fanno profitti a scapito della sicurezza"

© Sputnik . Ramil SitdikovFacebook logo
Facebook logo - Sputnik Italia, 1920, 04.10.2021
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In un'intervista all'emittente americana Cbs, Frances Haugen, whistleblower di Facebook, svela la sua identità e accusa il social di avere allentato la lotta alle fake news per fare maggiori profitti.
“Quello che ho visto all’interno di Facebook è che c’era un conflitto di interessi tra quello che era positivo per il pubblico e quello che era positivo per l’azienda. E Facebook ha scelto sempre di optare per i propri interessi nel nome del profitto”. A pronunciare queste parole, in un’intervista alla trasmissione "60 minutes" dell'emittente americana Cbs, è Frances Haugen.
Da ieri questa 37enne, ingegnere elettronico dell’Iowa, laureata ad Harvard e con un curriculum di tutto rispetto costruito dopo anni di lavoro come product manager tra i colossi della Silicon Valley, tra cui Google e Pinterest, è diventata famosa in tutto il mondo per essere la whistleblower del social network fondato da Mark Zuckerberg.
Lo scorso maggio ha lasciato l’azienda dove aveva iniziato a lavorare nel 2019 come addetta ai dati e il mese scorso ha presentato diverse denunce alla Securities and Exchange Commission, l’ente del governo americano che si occupa di vigilare sulla sicurezza dei mercati e degli investitori, accusando il social network di voler nascondere i problemi causati dalla diffusione della disinformazione sulla piattaforma.
Le carte erano state pubblicate dal Wall Street Journal, che citava fonti anonime. Poi, con l’intervista alla Cbs, Haugen ha deciso di uscire allo scoperto e domani dovrebbe testimoniare in Senato. All’emittente statunitense ha raccontato che, quando è stata reclutata nel 2019, aveva detto all’azienda di essere intenzionata ad accettare il lavoro soltanto se avesse potuto occuparsi della disinformazione online.
Una “missione”, la sua, dopo che, ha raccontato al giornalista Scott Pelley, ha perso una persona cara proprio a causa delle fake news che circolano in rete. Viene accontentata e assegnata al team di “integrità civica” per monitorare la diffusione della disinformazione alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2020. Ma dopo il voto, sostiene l’ex dipendente, c’è stato un cambio di rotta nell’azienda. Il suo team viene dissolto e le maglie della censura sui post problematici viene allentata.
Il motivo, secondo Haugen, è semplice: i vertici avrebbero scelto di dare la priorità alla “crescita rispetto alla sicurezza”. “Facebook – ha spiegato alla Cbs – guadagna più soldi quando vengono consumati più contenuti. Alle persone piace interagire con i post che suscitano reazioni emotive, e più sono esposti a questo tipo di post, più interagiscono e più consumano”.
Questo, secondo Haugen, ha portato a conseguenze gravi. L’accusa della ex dipendente è che il tipo di policy adottato dalla piattaforma abbia portato all’avvio di rivolte, come quella in Myanmar, e all’assalto al Congresso americano andato in scena lo scorso 6 gennaio.
L'app Facebook  - Sputnik Italia, 1920, 15.09.2021
WSJ: le modifiche all'algoritmo del feed di Facebook aumentano i contenuti negativi
E non solo. Tra i documenti diffusi dalla donna c’è anche uno studio che parla di un aumento dei pensieri suicidi nel 13,5 per cento delle adolescenti e dell’aumento dei disturbi alimentari nel 17 per cento delle teenager, collegati all’utilizzo di Instagram. Il paradosso, ha spiegato Haugen, è che questo le spinge ad utilizzare maggiormente la app, che quindi fa registrare maggiori incassi, con buona pace della sicurezza degli utenti.
L’obiettivo di Mark Zuckerberg, ha poi chiarito l’ingegnere, “non è mai stato quello di creare una piattaforma per diffondere l’odio”. “Ma – è l’accusa rivolta al numero uno di Menlo Park – ha avallato scelte che hanno avuto l’effetto collaterale di propagare odio e polarizzazione”.
L’azienda, interpellata dalla Cbs, in una nota scritta ha assicurato di lavorare ogni giorno per “coniugare la protezione del diritto di migliaia di persone ad esprimersi liberamente con il bisogno di mantenere la piattaforma un posto sicuro e positivo” e di “continuare a fare passi avanti significativi contro la diffusione della disinformazione e di contenuti dannosi”.
Quello che afferma Haugen, replicano da Menlo Park, “è semplicemente falso”.
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