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Kosovo e Serbia: si riaccendono gli scontri nei Balcani

© REUTERS / Laura HasaniBandiera Kosovo, Pristina
Bandiera Kosovo, Pristina - Sputnik Italia, 1920, 04.10.2021
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La Serbia ha manifestato la sua volontà di dispiegare proprie truppe in Kosovo sullo sfondo degli scontri sul confine che perdurano ormai da una settimana.
Il presidente Aleksandr Vucic ha dichiarato che, se la NATO non interverrà, ricorrerà a provvedimenti estremi e risponderà con la forza alle rivolte che si verificano nei luoghi di residenza dei serbi kosovari. Sputnik ha approfondito per voi costa sta accadendo nella regione.

La guerra delle targhe

Aleksandr Vucic ha chiamato il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Apparentemente non sono giunti ad alcun accordo. In un’intervista alla televisione locale il presidente non ha nascosto la sua irritazione:

“Per 7 giorni l’Occidente non si è interessato al problema, l’ha fatto soltanto quando la Serbia ha dimostrato di non ammettere rivolte. Pensavano che scherzassi”.

Il presidente intendeva la reazione estremamente nervosa dei Paesi della NATO alla decisione di Belgrado di ricorrere all’aviazione militare.
Dallo scorso lunedì crescono le tensioni sul confine tra Serbia e l’autoproclamata repubblica del Kosovo. Pristina ha chiesto ai serbi che vivono nella repubblica di modificare le targhe delle loro automobili con quelle kosovare. In risposta i serbi hanno organizzato delle manifestazioni pacifiche nei pressi dei posti di blocco frontalieri di Brnyak e Yarina e hanno bloccato il traffico dei camion nell’autostrada che collega Serbia e Kosovo.
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Pristina ha inviato forze speciali di polizia sul luogo: almeno 350 combattenti e alcune decine di auto blindate. Le forze dell’ordine hanno aperto sui manifestanti del gas lacrimogeno. Chiaramente né la NATO né l’UE hanno reagito.
Lo scorso fine-settimana Belgrado è ricorda all’aviazione e, nello specifico, ai caccia MiG-29 e agli elicotteri d’assalto Mi-35, acquistati dalla Russia. I velivoli, equipaggiati con missili aria-superficie hanno sorvolato a bassa quota il checkpoint di Yarina. Questa volta la NATO ha reagito.

“L’alleanza del Trattato del Nord Atlantico insiste per una de-esclation tempestiva della situazione nel Kosovo settentrionale”, ha comunicato la portavoce della NATO Oana Lungescu. “Invitiamo Belgrado e Pristina a dimostrare il loro contegno, ad evitare azioni unilaterali e a tornare a dialogare. Ad ogni modo le forze internazionali KFOR continueranno a garantire la sicurezza e la stabilità nella regione”.

Dispiegamento di truppe

L’Ambasciata russa di Belgrado osserva che il governo serbo si sta muovendo in maniera responsabile e in base a principi legittimi. Secondo i diplomatici, il conflitto è stato provocato da Pristina. Domenica il capo della missione diplomatica Aleksandr Botsan-Harchenko e l’addetto militare, il generale maggiore Aleksandr Zinchenko, si sono recati in visita presso il confine. Sono stati accompagnati dal ministro serbo della Difesa Nebojsha Stefanovic.
“Vogliamo condividere con i nostri amici quanto sta accadendo, vogliamo mostrare che la Serbia sta rispettando gli accordi internazionali e sta agendo nell’alveo della legittimità”, sostiene Stefanovic. “Per risolvere la situazione Pristina dovrà richiamare i suoi agenti dalla linea di confine. Non è possibile, infatti, condurre delle trattative con chi non rispetta nessun accordo e tenta di creare squilibri per cacciare i serbi dal Kosovo settentrionale”.
Il ministro ha anche invitato la procura serba ad avviare dei procedimenti legali ai danni dei poliziotti serbi e ad appurare se negli ultimi giorni si siano verificati o meno degli attacchi terroristici rivolti contro i serbi.
Il viceministro serbo della Difesa Aleksandr Vulin ha sottolineato che Belgrado è pronta ad affrontare le provocazioni del Kosovo, sebbene non voglia peggiorare la situazione.
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Sui social media serbi si stanno diffondendo rapidamente dei filmati che ritraggono i mezzi militari movimentati nelle strade, tra cui carri armati. Probabilmente fra questi vi sono anche i nuovi T-72MC forniti dalla Russia. Secondo quanto riportano i media locali, i mezzi militari si stanno concentrano nella città di Rashka a una decina di km dal confine amministrativo con il Kosovo. Come sostengono i giornalisti, questa situazione perdura da diversi giorni.

Ancora niente guerra

Per ora la situazione rimane sul piano legale. La procura serba sta verificando la legittimità delle azioni violente perpetrate dalle forze speciali kosovare ai danni dei serbi.
“La procura nei prossimi giorni valuterà se vi sono gli estremi per intentare una azione legale contro i combattenti delle forze speciali che hanno perpetrato diversi illeciti ai danni dei serbi nell’area meridionale del nostro Paese”, ha comunicato il ministro Stefanovic. “Informeremo tutte le istituzioni internazionali di quanto sta accadendo in Kosovo e Metochia e del perché non vengono osservate le norme internazionali, la risoluzione dell’ONU e gli accordi di Bruxelles”.
Secondo Stefanovic, sono già 8 anni che Pristina non rispetta l’accordo raggiunto con Belgrado sotto l’egida dell’UE sulla creazione dell’Associazione delle comunità serbe a cui è concessa una certa autonomia nella regione. Il ministro osserva che i serbi kosovari appartenenti all’Associazione ne hanno abbastanza della polizia.
“Non abbiamo trattenuto nessuno, non siamo entrati nel nord del Paese, non andiamo in giro con le armi in Kosovo e Metochia, non abbiamo fatto nulla per peggiorare la tensione esistente”, ha sottolineato Stefanovic. “Mentre Pristina agisce con l’unico obiettivo di destabilizzare la regione e minacciare il popolo serbo”.
Si ricordi che la regione autonoma del Kosovo e della Metochia si è proclamata indipendente in via unilaterale nel febbraio del 2008 e sta tentando attivamente di entrare in organizzazioni internazionali quali l’UNESCO e l’Interpol. Il Kosovo non è stato riconosciuto da oltre 60 Paesi tra cui la Russia, l’India, la Cina e 5 Stati membri dell’UE.
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Sebbene Belgrado abbia ufficiosamente accettato l’indipendenza del Kosovo, ufficialmente nessuno l’ha mai confermata. A fine giugno in Serbia si sono tenute le operazioni Attacco fulmineo a cui hanno partecipato oltre 15.000 soldati. Nello specifico, è stata coinvolta la seconda brigata delle truppe di terra che al momento è dispiegata proprio nella regione del conflitto.
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