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Gazprom non vuole salvare l’Europa dal freddo gratuitamente

© Sputnik . Ilya Pitalev / Vai alla galleria fotograficaCostruzione di Nord Stream 2
Costruzione di Nord Stream 2 - Sputnik Italia, 1920, 28.09.2021
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I prezzi del gas in Europa stanno per toccare quota 1 dollaro al metro cubo. Non è ancora arrivato l’inverno, pertanto questa mini-crisi ha per il momento una connotazione più economica che energetica.
Ad esempio, chiudono gli stabilimenti di produzione di fertilizzanti poiché ai prezzi attuali del gas per loro non è più vantaggioso continuare con l’operatività. Ma c’è da considerare anche che l’inverno è vicino.
Va detto che nel mondo si verificano a cadenza regolare crisi energetiche di diversa gravità. Tra le ultime di cui abbiamo sentito parlare ci sono quella delle ghiacciate record e improvvise in Texas a febbraio di quest’anno e la mancanza di gas durante lo scorso inverno in Asia. Dopo ognuna di queste crisi si cerca di comprenderne meglio l’origine. Le ragioni di tali crisi sono numerose e da sempre si dà la colpa alle energie rinnovabili. Comunque in entrambi i casi c’è un fattore che influisce: la produzione di energia rinnovabile nei periodi summenzionati è diminuita in maniera significativa oppure è stata inferiore alle aspettative. Tuttavia, le rinnovabili non sono state la ragione principale delle crisi in Texas, Asia o in quella attuale in Europa.
Ognuna di queste crisi presenta delle particolarità che non verranno discusse in questa sede. Ad esempio una delle problematiche relative alla carenza di gas e all’aumento dei prezzi nella regione Asia-Pacifico durante l’inverno è la mancanza strutturale di serbatoi di stoccaggio del gas nei Paesi asiatici e una transizione eccessivamente rapida della Cina al riscaldamento a gas. Ma in fin dei conti possiamo ridurre tutto a una considerazione generale: per minimizzare i rischi di eventuali fenomeni di rischio, è necessario incrementare i rifornimenti che alimentano i sistemi di approvvigionamento elettrico e termico.
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Ciononostante, lo ribadiamo, questo non significa necessariamente utilizzare le rinnovabili. Infatti, ad esempio, il deficit di GNL verificatosi lo scorso inverno in Asia poteva essere superato dal Giappone facendo ricorso a centrali elettriche a bismuto. Ma in passato nell’ambito dei processi di liberalizzazione di mercato la maggior parte di queste centrali è stata chiusa poiché non era più vantaggioso mantenerle operative non a pieno regime. Di conseguenza non è stato possibile sfruttare a pieno questa possibilità. Si consideri altresì che per questi carburanti allo stato liquido è molto semplice predisporre delle riserve che possono essere conservate quasi all’infinito.
Dunque una soluzione facile ed evidente al problema ci sarebbe. La questione è che tutto ha un suo prezzo. E politici e cittadini devono decidere quanto denaro investire nei volumi e nelle riserve di combustibili al fine di evitare rari ma impattanti eventi critici.
Ad ogni modo per proteggersi dai rischi di mancato approvvigionamento è necessario anzitutto avere dei volumi di produzione e, in secondo luogo, creare delle riserve di carburante. Queste riserve possono essere fisiche, ma si possono declinare anche sotto forma di opzione di fornitura da importazione attivabile su richiesta.
In altre parole, si tratterebbe di una “riserva virtuale” che si traduce nella possibilità di “ordinare” in qualsiasi momento via gasdotto dei volumi supplementari di gas. Ovviamente questo servizio ha un suo prezzo il quale impatta sugli investimenti e le spese per il mantenimento dell’operatività dei giacimenti e dei gasdotti.
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Gazprom e tutti gli altri venditori di gas e GNL già dall’inizio in fase di sottoscrizione dell’accordo di lungo periodo si assumono la responsabilità di mantenere delle riserve: nella maggior parte degli accordi la quota di “prendi e paghi” si attesta intorno all’80%. Questa formula significa che l’acquirente senza alcuna conseguenza ha facoltà di non prendere tutto il gas che il fornitore gli ha preparato.
Gazprom, invece, è tenuta a pagare una sanzione qualora per qualsivoglia ragione non sia in grado di adempiere alle proprie obbligazioni di cui all’accordo.
E di esempi del genere ce ne sono stati. Ad esempio, nell’autunno del 2014 quando Gazprom dovette contrastare l’avviamento di nuove “riserve” di gas ucraine (si trattò, per inciso, di un contrasto che non ebbe successo, pertanto fu interrotto nell’arco di qualche mese), ridusse le forniture ai consumatori europei con il transito lungo il corridoio ucraino al di sotto delle loro richieste di cui al contratto. Per questo motivo dovette pagare sanzioni multimilionarie.
Ora la società russa sta adempiendo a tutte le obbligazioni contrattuale. E da quanto sopra risulta evidente che le recenti accuse di manipolazione dei prezzi del gas rivolte a Gazprom sono quantomeno inaspettate.
In realtà, alcuni consumatori vorrebbero ricevere gratuitamente ciò che invece costa del denaro.
Bisogna riconoscere che di questo in parte è colpevole lo stesso monopolio russo. Per molti anni la società ha evidenziato quante eccedenze di gas ci fossero presentandole come un incentivo per lo sviluppo della cooperazione tra Russia e Unione europea.
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Ma queste eccedenze si sono venute a creare molti anni fa per via dei sovrainvestimenti basati sulla stima ottimistica della domanda futura, ma con gli anni non sono state impiegate.
La stessa logica (il desiderio di mantenere il massimo delle possibilità estrattive al minimo prezzo) può essere applicata anche ai gasdotti. Possiamo capire l’Europa che vorrebbe salvaguardare al massimo il gas di transito ucraino. E in questo non è solamente una questione di supporto all’Ucraina. Questo, infatti, permette di mantenere a galla il sistema ucraino di trasporto del gas senza spendere altro denaro. E poi sono pur sempre le “loro” tubazioni, anche se non sfruttate a pieno regime. Ad ogni modo Gazprom continuerà a mantenerle operative a proprie spese.
È molto complesso identificare la ragione per cui le esportazioni di Gazprom oggi vengano effettuate esclusivamente nell’ambito di accordi senza offerte ulteriori basate sui nuovi prezzi record. Secondo alcune stime, al momento non ci sono eccedenze di gas e per Gazprom è prioritario prepararsi all’inverno russo e riempire i nostri serbatoi di stoccaggio del gas. Questi ragionamenti valgono anche nel caso del futuro North Stream 2. Ma indipendentemente dalla ragione principale che scatena queste crisi è giunto il momento di dirlo chiaramente: la Russia non è pronta a garantire per un periodo indeterminato nel futuro dei volumi eccedentari considerevoli di gas destinato all’esportazione oltre a quanto in suo capo a livello contrattuale. Qualora decidesse di farlo, si tratterebbe di buona volontà o di una personale predisposizione a rischiare investendo in ulteriori volumi estrattivi. In nessun caso si tratta di un’obbligazione in capo alla Russia. La questione in questo caso non è politica, ma nel rischio di congelamento degli investimenti in estrazione e distribuzione del gas i quali investimenti, al verificarsi di determinati scenari, potrebbero non ripagarsi.
Il momento è arrivato, anzitutto perché, mano a mano che verranno introdotte nuove fonti di energia rinnovabile, si creerà in futuro una situazione simile ma causata non tanto dallo squilibrio del mercato globale del gas quanto dalla variabilità nella produzione di energia rinnovabile. E questo porterà all’avanzamento di nuove accuse di manipolazione dei mercati.
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I prezzi del gas in Europa superano i $1.000, è il nuovo massimo storico
Alla luce di questo scenario è interessante il caso della produzione di gas liquefatto negli USA. Qui il gas destinato alla liquefazione viene acquistato ai prezzi di Borsa e finisce negli stabilimenti di liquefazione. In base alle specifiche contrattuali gli introiti dei proprietari degli stabilimenti dipendono dai volumi di GNL prodotto. E, di conseguenza, il ritorno economico di questi stabilimenti è determinato in base ai volumi di carico. Tuttavia, l’Unione statunitense dei consumatori industriali di energia si è rivolta al Ministero dell’Energia chiedendo di limitare i volumi di carico degli stabilimenti americani di liquefazione per scongiurare un ulteriore aumento dei prezzi interni. È poco probabile che venga dato seguito a questa richiesta poiché nel mercato gasiero statunitense, interamente liberalizzato, viene messa in discussione la priorità da conferire ai propri interessi.
Volgiamo alla conclusione. In Europa già da diversi anni si è cominciato a dibattere su chi pagherà per garantire le riserve. Oggi questo dibattito riguarda anche le forniture di materie prime dove il “mercato dell’acquirente” talvolta prende il posto del “mercato del venditore”.
Di conseguenza, il valore totale di un sistema energetico caratterizzato da un’elevata quota di rinnovabili è superiore formalmente ai valori formali (spesso già concorrenziali) delle rinnovabili stesse. In una prospettiva di lungo periodo per risolvere il problema delle riserve di idrocarburi si dovrà ricorrere all’idrogeno, come accumulatore universale di energia. Si tratta di una soluzione a basso costo che in futuro consentirà di rinunciare all’infrastruttura di riserve del gas. Ma ci vorranno ancora decine di anni prima che questo accada.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
di Alexander Sobko
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