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“Fatto statisticamente comprovato”: la causa del decorso grave del COVID-19

© Sputnik . Ilya Pitalev / Vai alla galleria fotograficaPaziente in terapia intensiva
Paziente in terapia intensiva - Sputnik Italia, 1920, 27.09.2021
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Sin dall’inizio della pandemia si è capito che la malattia causata dal coronavirus può avere un decorso lieve o grave. Complicanze si manifestano in soggetti che appartengono ai gruppi a rischio come anziani o pazienti affetti da disturbi cronici.
Tuttavia, sono finiti in rianimazione anche giovani e soggetti sani. La loro condizione è peggiorata rapidamente, sono rimasti attaccati ai respiratori per molto tempo e alcuni sono morti. Vi sono diverse ipotesi sul perché si manifestino queste complicanze, ma in questo periodo è proprio una di queste ipotesi a godere del maggiore consenso.

Sotto attacco

I primi contagi da coronavirus si sono registrati in Cina nel dicembre del 2019. Già verso il mese di aprile del 2020 gli scienziati hanno determinato i gruppi a rischio i cui membri hanno presentato, rispetto agli altri, un decorso più grave della malattia e sono morti più di frequente per le sue eventuali conseguenze. Si tratta di pazienti obesi, con patologie cardiache croniche e affetti da diabete. I più colpiti dal COVID-19 sono stati gli anziani.
Inoltre, i ricercatori hanno osservato che i detentori di gruppo sanguigno A e AB hanno maggiori probabilità di essere contagiati. In molti casi, infatti, hanno avuto bisogno del respiratore e della dialisi. In generale, poi, sono stati più a lungo nei reparti di terapia intensiva anche se conducevano uno stile di vita sano e prima del COVID si potevano considerare di fatto soggetti sani.
Inoltre, secondo diversi studi, vi sono diversi fattori genetici che hanno una influenza negativa sugli esiti del COVID-19. Nello specifico, si tratterebbe di alcune varietà del gene APOE legate alla predisposizione al Parkinson le quali raddoppierebbero la probabilità di ospedalizzazione da COVID. Analogo rischio è quello legato al gene SLC6A20 dislocato nel terzo cromosoma. Si tratta di un gene trasmesso all’uomo dai Neanderthal e che proteggeva questi ultimi da infezioni molto pericolose. Tuttavia, non ha protetto l’uomo contemporaneo da SARS-CoV-2.
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Compatibilità col coronavirus

Soltanto il 16% degli europei presenta tracce del genoma dei Neanderthal e comunque non tutti i pazienti giovani con il COVID che sono finiti in rianimazione le presentavano.
Pertanto gli scienziati hanno prestato attenzione anche ad altri geni legati all’attività immunitaria. Si tratta anzitutto dei geni del complesso maggiore di istocompatibilità che codificano per gli antigeni leucocitari umani HLA.
Queste proteine evidenziano a beneficio del sistema immunitario i frammenti degli elementi estranei che entrano nell’organismo quali, ad esempio, proteine di agenti patogeni. Il sistema immunitario li attacca e induce la reazione difensiva dell’organismo.
Vi sono numerose varianti dei geni HLA. Non esistono due persone con gli stessi geni HLA anche se tra parenti prossimi è possibile avere dei set genici molto simili. Si pensa che questo consenta all’umanità di contrastare un enorme numero di infezioni.
“Più variegati sono questi geni, meglio è. Nel momento in cui si manifesta un pericolo sotto forma di un virus sconosciuto, la popolazione sviluppa una certa resistenza. Si produce una selezione per la quale muoiono degli esemplari, quelli più sensibili alla nuova malattia, e rimangono quelli meno colpiti”, spiega Ilya Manuhov, direttore del Laboratorio di genetica molecolare presso l’Istituto di fisica e tecnologia di Mosca.
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Rischio nascosto

Alla fine del 2019 a costituire una nuova minaccia è stato SARS-CoV-2 ed è venuto naturale cercare le ragioni del decorso grave dell’infezione proprio dei geni del complesso maggiore di istocompatibilità. Tra i primi scienziati a prestarvi attenzione vi sono stati i ricercatori dell’Università medico-scientifica della Russia N. I. Pirogov, quelli dell’Università statale di Mosca M. V. Lomonosov, dell’Alta Scuola di Economia di Mosca e dell’Istituto di Chimica bio-organica in seno all’Accademia nazionale russa delle Scienze.
I ricercatori russi hanno evidenziato alcune varianti dei geni HLA che influiscono sul decorso e sull’esito del COVID-19.
Si tratta di sezioni del genoma legate all’attività delle cellule T e di tutto il sistema dell’immunità acquisita. Queste aree del genoma sono responsabili del trasporto di frammenti di proteine virali sulla superficie cellulare e della loro trasmissione alle cellule T. Questo consente all’organismo di riconoscere per tempo le cellule infette e di distruggerle.
I ricercatori hanno messo a confronto le discrepanze nella struttura dei geni HLA e la gravità dei sintomi della patologia in 500 cittadini di Mosca. Circa 100 sono deceduti per via di conseguenze legate al COVID. Gli scienziati hanno analizzato 3 sotto-tipologie di geni del complesso maggiore di istocompatibilità: HLA-A, HLA-B e HLA-C.
È emerso che i detentori della variante HLA-A*01:01 presentano molte più probabilità di morire per COVID-19. Mentre i dententori delle varianti HLA-A*02:01 e HLA-A*03:01 si riescono a proteggere meglio da eventuali esiti negativi della patologia.
Sei mesi dopo lo stesso team di ricercatori ha avviato il portale T-cell COVID-19 Atlas (T-CoV) con l’aiuto del quale ricercatori e medici potranno prevedere la sensibilità dei pazienti a diversi genotipi di HLA rispetto a mutazioni del coronavirus e, probabilmente, riusciranno anche a prevedere il decorso della patologia.
Il portale si basa sui dati relativi all’interazione tra le molecole di HLA con i peptidi di ben 11 ceppi di SARS-CoV-2.
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Predisposizione genetica a necessitare del respiratore

Un team internazionale di esperti ha scoperto una ulteriore variante del gene la quale aumenta ulteriormente la gravità del decorso della patologia. Si tratta del HLA-C*04:01. I detentori di questo gene, ammalatisi, tendono a necessitare del respiratore due volte più spesso rispetto ai detentori di altre varianti del gene. Questa la conclusione a cui sono giunti i ricercatori mettendo a confronto i dati relativi alla gravità del decorso della patologia in 435 pazienti provenienti da Germania, Svizzera, Spagna e USA che presentavano discrepanze nella struttura dei geni HLA.
“Il campione non è estremamente ampio, ma comunque sufficiente. Effettivamente questi alleli incrementano sensibilmente il rischio che si creino le condizioni necessarie per il ricorso al respiratore. Secondo le stime degli autori dello studio, la probabilità è del 75%. Questo valore indica che non si tratta di una casualità. Ma in reanimazione finiscono anche pazienti con gli altri alleli, anche se le probabilità sono decisamente inferiori, il 26%”, spiega Ilya Manuhin commentando l’articolo scientifico.
I ricercatori spiegano questi dati osservando che le molecole HLA-C*04:01 sono meno performanti nel trattenere i frammenti di coronavirus, pertanto le cellule immunitarie faticano a riconoscerli e ad attaccarli. Di conseguenza, la reazione immunitaria viene innescata con un certo ritardo quando SARS-CoV-2 è già diffuso nell’organismo.
Tuttavia, Manuhin è cauto nel commentare questa spiegazione.
“Non è dimostrato. Dicono che evidentemente questo allele si lega già ad alcuni peptidi di SARS-CoV-2. Ma dal momento che il complesso maggiore di istocompatibilità rappresenta in sostanza la risposta immunitaria, allora vuol dire che non opera in maniera così efficace. D’altro canto, però, la maggior parte dei pazienti è morta per via della tempesta di citochine. In questi casi invece la reazione immunitaria doveva essere inferiore. Ma ad ogni modo gli autori dello studio hanno registrato che alcuni alleli del complesso maggiore di istocompatibilità fanno sì che l’uomo sia meno difeso contro la malattia. E questo fatto è stato dimostrato statisticamente”, sottolinea lo scienziato.
Manuhin osserva poi che, sulla base dei dati ottenuti, sarebbe possibile predisporre un test o uno studio che consentirà di prevedere la reazione dei pazienti a diversi genotipi di HLA in caso di infezione da SARS-CoV-2. In questo caso chi rientrerà nel gruppo a rischio potrà essere avvisato delle maggiori possibilità a cui è esposto in caso di infezione.
di Alfia Enikeeva
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