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Aborto: dal cimitero dei feti ai medici obiettori, un sistema contro le donne

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Donna incinta - Sputnik Italia, 1920, 26.09.2021
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Il 13 settembre è iniziato il processo contro Ama, Asl e l’ospedale San Giovanni sul caso del cimitero dei feti all’interno del Flaminio scoperto un anno fa. Sulle croci al di sopra di una fossa comune, in spregio alla privacy, i nomi e i cognomi delle donne che hanno abortito, ma non hanno dato il consenso per le esequie.
Spesso le donne che interrompono una gravidanza non vengono informate sul destino del feto. Questo è quanto accaduto a Roma dove al cimitero Flaminio diverse donne hanno trovato una croce con scritto il proprio nome e cognome a distanza di mesi dall’aborto. Com’è regolata la sepoltura dei feti dopo l’aborto negli ospedali? Perché, di fatto, in Italia parlare di aborto è un tabù? Le donne sono davvero libere di abortire senza ostacoli come prevede la legge 194?

IL CIMITERO DEI FETI

“È una prassi che dal nostro punto di vista è del tutto illegittima e incostituzionale, viola i diritti delle donne interessate a vedere rispettata la riservatezza delle proprie scelte”, racconta a Sputnik Italia l’avvocato Giulia Crivellini, tesoriere di Radicali Italiani, fra le promotrici della campagna “Libera di abortire”.
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LE RESPONSABILITÀ

Gli enti coinvolti nella triste vicenda sono l’Asl, l’Ama e l’Ospedale San Giovanni. Di chi è la responsabilità di quello che accade al cimitero dei feti all’insaputa delle donne? La ginecologa e presidente di Vita di Donna Onlus Elisabetta Canitano, raggiunta al telefono da Sputnik Italia, sembra avere le idee chiare e non usa mezzi termini:
“Ci sono degli accordi fra le associazioni pro vita e le nostre istituzioni. Ora nel Lazio la sanità è in mano al Partito Democratico. A fare uscire i feti dagli ospedali con dignità di persona da seppellire è l’ospedale, l’ospedale è della Regione e quindi Pd. Il Partito Democratico fa finta che la colpa sia dell’Ama, ma l’Ama non chiama gli ospedali chiedendo se hanno delle salme, è l’ospedale che chiama l’Ama. È l’ospedale che trasforma il prodotto abortivo in salma. Siccome il Pd nasconde il suo aspetto di protezione degli ultra religiosi allora si crea una gran confusione. I problemi sono due: non si parla dell’aborto, quando se ne parla si fa una finta narrazione che copre la verità. La Chiesa cattolica in Italia sta riprendendosi la sanità e la scuola”.
Dal canto loro “Libera di abortire” e Radicali chiedono un intervento del tribunale per l’accertamento dell’illegittimità di tale prassi dal punto di vista della privacy di queste donne, del mancato consenso informato delle stesse e anche della violazione della libertà religiosa delle persone interessate.

LE REGOLE ESISTONO O VIGE UN VUOTO NORMATIVO?

“Il regolamento datato al 1990 detta l’iter da seguire. Gli enti di riferimento devono procedere solo a seguito di una richiesta esplicita di sepoltura da parte della donna. Si parla a chiare lettere di richiesta della donna, dal suo consenso non si può sfuggire”, spiega l’avvocato Crivellini, sottolineando che il problema non è la sepoltura in sé, ma la modalità della stessa che esclude il consenso delle donne, apponendo loro “una colpevolizzazione, uno stigma”.
Nella realtà che cosa avviene? Lo spiega Elisabetta Canitano, la quale negli anni si è battuta a favore delle donne che hanno necessità di interrompere la gravidanza.
“Fino a 12 settimane gli embrioni vanno nell’inceneritore. Poi bisognerebbe chiedere alla donna che cosa ne vuole fare. Nell’ospedale dove lavoravo io obbligavano il medico dell’aborto terapeutico a fare un certificato di morte trasformando il prodotto abortivo in una persona. Se fai un certificato di morte ad un feto di 18 settimane quello va nella sala mortuaria e dopo bisogna chiamare l’Ama. La colpa è dell’ospedale se la donna non viene informata, non è dell’Ama. E noi facciamo finta di niente”.

ABORTO, ANCORA UN TABÙ

Il tema dell’aborto non viene quasi mai affrontato in Italia nonostante sia un tema fondamentale per la salute delle donne. Secondo la ginecologa Canitano il problema è che in Italia la Chiesa ha progressivamente ripreso il territorio che aveva parzialmente perduto nella sanità e nelle scuole. Questo comporta che la parte politica la quale doveva difendere il diritto all’aborto e la laicità si è ritirata.

L’ABORTO E LA CHIESA

“L’aborto è un omicidio”, ha dichiarato recentemente Papa Francesco di ritorno da un viaggio Apostolico. La posizione della Chiesa in merito agli aborti è nota a tutti, ma tale pratica è legale in Italia. La Chiesa sta al fianco delle donne che prendono questa scelta drammatica o le esclude? Sputnik Italia l’ha chiesto a Don Stefano Caprio, docente al Pontificio Istituto Orientale di Roma:
“Papa Francesco si è espresso in modo esplicito dicendo che noi condanniamo il peccato, ma che dobbiamo trovare in tutti i modi la capacità di accompagnare la donna. Come dice Papa Francesco, dobbiamo aiutare le donne a far sentire vicino il bambino che è stato soppresso. Dobbiamo cercare di non far cancellare alle donne del tutto la relazione con il bambino che sta in Cielo”. Ricordando che le donne le quali commettono l’aborto hanno bisogno del perdono sacramentale, Don Caprio sottolinea che il vero problema è l’accompagnamento spirituale e sociale delle donne. “Bisogna stare vicino alle donne, perché hanno più bisogno della Chiesa”.
Sul tema del destino degli embrioni defunti Don Caprio spiega che secondo la Chiesa bisogna portare loro rispetto come si porta ai corpi dei defunti, quindi procedendo ai riti di commemorazione funebre, alla sepoltura e conservazione nei luoghi di culto come i cimiteri. “Non devono essere usati come se fossero scarti per la scienza”.
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Sul caso del cimitero dei feti al Flaminio Don Caprio ha espresso così la sua opinione:
“Anche questo è esagerato. Certamente bisogna rispettare la volontà dei genitori e rispettare l’embrione defunto. Non si seppellisce un defunto senza il coinvolgimento dei genitori. Non è una cosa da usare come propaganda, è una situazione da vivere come relazione umana con tutto il rispetto dovuto”.

C’E’ LIBERTÀ DI ABORTIRE IN ITALIA?

Secondo l’avvocato Giulia Crivellini a 43 anni dall’entrata in vigore della legge 194 che regolamenta il diritto all’aborto in Italia, al giorno d’oggi migliaia di donne non sono libere di decidere autonomamente di accedere in sicurezza all’interruzione volontaria di gravidanza.
“Sono diversi i fattori, spiega Crivellini, che ostacolano il pieno riconoscimento di tale diritto”:
Il numero altissimo di medici obiettori di coscienza, vi sono regioni che toccano percentuali del 92% di ginecologi obiettori; l’Italia è stata condannata di recente dal Comitato Europeo per i diritti sociali.
C’è una mancanza di informazione chiara nel nostro Paese sull’interruzione di gravidanza. Se si va a vedere il sito del ministero della salute sono due le informazioni contenute alla voce aborto. Non c’è una campagna pubblica sulla prevenzione, sulla cura e sulla strada da seguire in momenti così delicati nella vita di una donna.
La politica. Ci sono partiti e amministrazioni regionali che ostacolano apertamente l’applicazione della legge 194, penso all’Abruzzo, al Molise e alle Marche.
Un tema importante che sicuramente ostacola l’accesso agli aborti è la presenza massiccia di medici obiettori di coscienza sul territorio: molte donne sono costrette a andare all’estero per poter abortire, altre ricorrono all’aborto clandestino. A tal riguardo la ginecologa Canitano pone l’accento non sui singoli medici obiettori, ma su un intero sistema sbagliato.
“Viene strafinanziata la sanità religiosa a scapito di quella pubblica laica”, sottolinea Canitano.
“La tendenza - continua la ginecologa - è di dare i primariati dei nostri ospedali laici ai ginecologi provenienti dal Gemelli e dal Campus Biomedico. Al San Camillo c’è una primaria che viene dal Gemelli, al San Giovanni c’è un primario dal Gemelli, al Policlinico dei Castelli c’è un primario che viene dal Gemelli. Il vero problema è questo: un medico che non accetta di applicare una legge dello Stato perché dovrebbe fare il primario? Fra gli obiettivi che diamo ai primari non c’è la 194. Abbiamo primari obiettori negli ospedali laici”.
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L’APPELLO DELLE DONNE

L’avvocato Crivellini ha illustrato nell’intervista a Sputnik l’appello di “Libera di abortire” al Ministero della Salute:
favorire l’assunzione di medici non obiettori
ricorrere alla telemedicina per i colloqui video tra paziente e medico ai fini del rilascio telematico del certificato oggi necessario per interrompere una gravidanza
chiediamo che vengano fornite informazioni più dettagliate in materia di aborto a partire da una mappatura delle strutture regione per regione dove è possibile abortire
chiediamo che vengano resi obbligatori i percorsi di aggiornamento del personale sanitario sulle pratiche di ivg e su tutto ciò che la scienza oggi ci consegna
Le fa coro la ginecologa Canitano: “Dal punto di vista dell’informazione collettiva sulla ginecologia non abbiamo niente. Ognuno va allo sbando”. La presidente di Vita di Donna Onlus spiega come nel Lazio non esista un servizio di diagnostica prenatale laico e pubblico. “Nel Lazio nei consultori non mettono le spirali, perché la Chiesa non vuole”, aggiunge. “Non abbiamo nelle Regioni un portale sull’aborto. Io non conosco nessuna donna che sia riuscita a fare attraverso i consultori l’aborto farmacologico in casa”. E sulla questione della sepoltura dei feti Elisabetta Canitano avrebbe una soluzione pratica da attuare:
“A Zingaretti basterebbe fare una circolare nella quale si dicesse a tutti gli ospedali che fanno aborti terapeutici di utilizzare un modulo obbligatorio da consegnare alla donna. Nel modulo va scritto: Gentile signora, desidera che mandiamo il prodotto abortivo a smaltimento ospedaliero? Desidera seppellirlo lei? Desidera che glielo seppelliamo noi? Metta una crocetta”. Basta, il problema sarebbe risolto.
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