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La “trappola” della dipendenza dalle materie prime

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Piattaforma per estrazione del petrolio - Sputnik Italia, 1920, 25.09.2021
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Il rapporto 'State of Commodity Dependence 2021', recentemente pubblicato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad), evidenzia che, nell'ultimo decennio, il numero dei paesi dipendenti dalle materie prime è aumentato.
Si è passati da 93 paesi nel 2008-2009 a 101 nel 2018-2019. Circa i due terzi dei paesi in via di sviluppo dipendono dalle materie prime.
L'Unctad considera un paese dipendente dalle esportazioni di merci quando più del 60% del totale delle sue esportazioni è composto da materie prime e provenienti da beni primari, come il cacao, il caffè, il cotone, il rame o il petrolio.

Più che una condizione, si tratta di una vera e propria “trappola”, che può soffocare per decenni lo sviluppo di molte economie. Le conseguenze sono: crescita lenta, volatilità, instabilità economica e politica, flussi finanziari illeciti ed esposizione a fluttuazioni dei prezzi sui mercati internazionali, alle pandemie e ai cambiamenti climatici.

Il valore nominale delle esportazioni mondiali di materie prime ha raggiunto 4.380 miliardi di dollari nel 2018-2019, un aumento del 20% rispetto al 2008-2009. Di fatto, la dipendenza dalle materie prime rende i paesi più vulnerabili agli shock economici, che, a loro volta, possono avere un impatto negativo sulle esportazioni, sulle entrate fiscali e sull’indebitamento e influire negativamente sullo sviluppo economico del paese.
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Infatti, la maggior parte dei paesi, il 95% di loro, che dipendevano dalle materie prime nel 2008-2009 è rimasta tale nel 2018-2019. Naturalmente, detta dipendenza tende a colpire principalmente i paesi in via di sviluppo, i CDDC, commodity-dependent developing countries. Lo sono ben 87 dei 101 emersi nel 2019. Il resto è formato in gran parte dai paesi del Golfo, che sono dipendenti dall’esportazione di petrolio, ma sono anche ricchi. In specifico, dei 101 paesi, 38 facevano affidamento sulle esportazioni di prodotti agricoli, 32 sulle esportazioni minerarie e 31 sui combustibili.
La dipendenza dalle esportazioni di materie prime in Africa è particolarmente forte. Oltre tre quarti dei paesi africani ne fa affidamento per oltre il 70% del totale commerciale. In Africa centrale e occidentale detta dipendenza è mediamente pari al 95% del loro commercio totale.
Anche tutti i 12 paesi del Sud America hanno un livello di dipendenza dalle materie prime superiore al 60% e, per tre quarti di essi, la quota supera l'80%.
I 5 paesi considerati parte dell'Asia centrale, Kirghizistan, Kazakistan,Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan, hanno registrato una quota media delle esportazioni di materie prime sul totale delle esportazioni di merci superiore all'85%.
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Il rapporto dell’Unctad ha esortato i paesi in via di sviluppo a migliorare le proprie capacità tecnologiche per sfuggire alla “trappola” delle materie prime, che rende la maggior parte della loro popolazione povera e vulnerabile. Per uscirne, è indispensabile che i governi operino per la trasformazione strutturale attraverso la modernizzazione tecnologica e infrastrutturale e la cooperazione internazionale. Il trasferimento di tecnologia è fondamentale. La costruzione delle capacità tecnologiche deve essere oggi una priorità, proprio mentre i CDDC stanno cercando di riprendersi dalla crisi provocata dalla pandemia. Gli attuali prezzi elevati di molte materie prime incoraggiano questi paesi a produrne di più. Di fatto, è un processo che rischia di accrescere la loro dipendenza.

L'analisi mostra che le probabilità di dipendenza dalle materie prime sono molto associate a bassi livelli di tecnologia. Ad esempio, il 'Technology Development Index', l'indice di sviluppo tecnologico dei CDDC, è mediamente 1,55, rispetto al 5,17 dei paesi in via di sviluppo che non dipendono dalle materie prime, come Cina, India, Messico, Turchia e Vietnam.

Un altro indice, il 'Frontier Technology Readiness', relativo all’utilizzo delle nuove tecnologie, come l'intelligenza artificiale, l'internet delle cose e la robotica, dà un punteggio medio dello 0,25 ai CDDC, rispetto allo 0,47 degli altri paesi.
Il rapporto presenta l’esempio positivo della Costa Rica. Nel 1965, i prodotti alimentari rappresentavano l'83% delle esportazioni di merci. Il caffè e le banane da soli rappresentano circa il 68%, rispetto al 7% dei manufatti. Quattro decenni dopo, il paniere delle esportazioni del paese è cambiato radicalmente. La quota del settore alimentare è scesa al 24% e la principale esportazione è diventata quella dei microcircuiti elettronici (26% delle esportazioni totali di merci), seguita da parti e accessori di auto (15%). Non è detto, ma, negli anni, la Costa Rica era diventata un paese “privilegiato” per l’outsourcing di molte grandi imprese nordamericane in cerca di economie poco regolate e a basso costo di mano d’opera.
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Si tenga presente che l'indice dei prezzi delle materie prime sul mercato libero elaborato dall'Unctad, che era diminuito del 36% tra gennaio 2020 e aprile 2021 a causa della pandemia, a luglio 2021 ha raddoppiato il suo valore e i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 41%, rendendo la sicurezza alimentare ancora più difficile in molti paesi.
Al riguardo, l’indice Fao sul cibo ha raggiunto i 127,4 punti lo scorso agosto, con un aumento del 3,1% in un mese. Si ricordi che, alla vigilia dell’esplosione dei prezzi dei beni alimentari del 2011, che portarono alle rivolte del pane in molti paesi, l’indice era di 137, 1 punti.
Secondo l’Unctad, la correlazione tra i prezzi delle materie prime e la crescita economica può arrivare al 70%. Milioni di persone, soprattutto nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo, non hanno ancora accesso a cibo, elettricità, acqua e servizi igienico-sanitari. Si prevede che la domanda di cibo aumenterà del 60%, man mano che la popolazione mondiale si avvicinerà ai 10 miliardi entro il 2050.
Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è la transizione energetica e il modo in cui i paesi faranno fronte ai drammatici cambiamenti che derivano dalla decarbonizzazione dell'economia globale, cosa che dovrebbe portare a un boom della domanda di minerali come l’alluminio, il cobalto, il rame, il litio e il nichel.

L’odierna “trappola” delle materie prime è il proseguimento moderno del rapporto colonialistico del Nord nei confronti del Sud del mondo. Sembra di rileggere La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, scritta prima del 1776, che, in mezzo a importanti concetti teorici economici, quali la divisione del lavoro, invitava le colonie inglesi nel Nord America a limitarsi a produrre cotone perché, con le entrate realizzate attraverso il suo commercio, avrebbero potuto acquistare i tessuti prodotti nelle fabbriche inglesi a prezzi più bassi di quelli che avrebbero potuto ottenere cercando di costruire fabbriche per produrre loro stessi i manufatti. In altre parole, le manifatture e lo sviluppo tecnologico e industriale non erano per gli Stati del Nord America.

A proposito, si ricordi che questa imposizione coloniale fu una delle cause principali che portarono alla Rivoluzione americana e alla costruzione e all’indipendenza degli Stati Uniti.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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