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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Ritorno a Camp Arena - Foto, Video

© Sputnik . Gian MicalessinL'insegna “Via del Döi” nella base di Camp Arena (Herat)
L'insegna “Via del Döi” nella base di Camp Arena (Herat) - Sputnik Italia, 1920, 24.09.2021
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Un tempo, simbolo della presenza italiana in Afghanistan. Oggi, l’enorme base, dove nell’arco di 15 anni si sono alternate decine di migliaia di nostri militari, è un deserto abbandonato e razziato. Il comandante talebano che la controlla lancia un appello:“L’Italia ritorni in pace e sarà la benvenuta. Siamo pronti a collaborare e a perdonare”.
BASE DI CAMP ARENA (Herat) - La chiamavamo Camp Arena. Per 15 anni è stato il simbolo della nostra presenza in Afghanistan. Qui atterravano gli Hercules C-113 con a bordo i militari italiani, che ogni sei mesi si alternavano in questo paese. Da qui partivano convogli ed elicotteri che raggiungevano le altre basi disseminate nella provincia di Herat e Farah. E da qui i comandanti dei nostri contingenti diramavano gli ordini e le disposizioni da cui dipendevano la vita e le attività dei nostri soldati. Oggi è il simbolo della disfatta, l’icona della fallimentare conclusione di una campagna afghana che ha rubato le vite di 53 nostri soldati e impresso cicatrici, spesso indelebili sui corpi e nelle menti di altri settecento.
© Sputnik . Gian MicalessinBase di Camp Arena (Herat)
Base di Camp Arena (Herat) - Sputnik Italia, 1920, 24.09.2021
Base di Camp Arena (Herat)
Sull’enorme base attigua all’aeroporto, distante una ventina di chilometri dal centro di Herat, sventola la bandiera con la professione di fede islamista, simbolo del novo ordine talebano*. Sotto quello stendardo, appena al di là delle fortificazioni che ancora circondano l’ex-complesso militare, regnano, invece, desolazione e distruzione. Sui pennoni dove sventolavano le bandiere dei vari contingenti Nato presenti nella base è stata oltraggiosamente dimenticata quella slovena. E sulla piazza d’armi - dove comandanti e ministri sottolineavano l’importanza delle presenza in Afghanistan - un vento beffardo dissemina coriandoli di documenti riservati distrutti prima dell’abbandono. All’interno della cappella, dove si recitava la messa, le parole del Vangelo, incise sulle pareti, sono state cancellate con sbuffi di vernice nera. L’insegna Roxi Bar sopravvive sulla facciata di uno spaccio, spogliato di ogni altra cosa.
© Sputnik . Gian Micalessin

Entrata del comando, segnalata dall’insegna Taac West Herat

Entrata del comando, segnalata dall’insegna Taac West Herat - Sputnik Italia
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Entrata del comando, segnalata dall’insegna Taac West Herat

© Sputnik . Gian MicalessinBase di Camp Arena (Herat)
Base di Camp Arena (Herat) - Sputnik Italia
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© Sputnik . Gian MicalessinVeicolo abbandonato
Veicolo abbandonato - Sputnik Italia
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Veicolo abbandonato
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“Vogliamo mantenere intatta la base e quello che ancora resta per restituirvelo nel caso torniate in pace”, ripete ad ogni pié sospinto Mohammed Esraeli, il 51enne comandante talebano nominato padrone e custode di Camp Arena, dopo la fuga, lo scorso 13 agosto, dei militari afghani a cui avevamo affidato la nostra base. Mentre lo seguiamo lungo “Via del Döi”, una strada disegnata tra distese di container e dedicata al “secondo alpini”, il comandante non fa mistero del suo stupore.
© Sputnik . Gian MicalessinCorrispondente di Sputnik Italia Gian Micalessin e comandante talebano Mohammed Esraeli
Corrispondente di Sputnik Italia Gian Micalessin e comandante talebano Mohammed Esraeli - Sputnik Italia, 1920, 24.09.2021
Corrispondente di Sputnik Italia Gian Micalessin e comandante talebano Mohammed Esraeli

“Non riesco a capire a cosa vi servisse tanto spazio. Noi una base così grande non siamo neppure in grado di utilizzarla. Resto qui soltanto per controllare che non avvengano altre razzie”, spiega il comandante, veterano della causa jihadista fin dai tempi del primo Emirato.

Poi, intuendo i nostri sospetti, si affretta a meter le mani avanti. “Scrivetelo e raccontatelo ai vostri amici italiani: noi qui non abbiamo toccato nulla, ma proprio nulla”, ripete, mentre esploriamo i viali e e i dormitori dove, negli anni, hanno vissuto decine di migliaia di soldati italiani.
“Per impossessarci della vostra base non abbiamo dovuto sparare nemmeno un colpo. I governativi sono fuggiti prima che arrivassimo, ma prima si son presi tutto quel che gli serviva”.
La parte più mesta e sconfortante in questo mare d’abbandono è lo slargo dove si apriva la palazzina del comando, segnalata dall’insegna Taac West Herat. Le porte blindati, con i codici, sono spalancate e il lungo corridoio è pieno di materiale sparso a terra. La sala riunioni, dove il comandante del generale si riuniva con i suoi ufficiali, è sommersa dai documenti e dai faldoni tirati giù da scaffali e armadi. All’entrata del comando, resta in piedi il piccolo monumento ai caduti, dove la scritta 'siete sempre con noi' circondava una lapide, rimossa dai nostri militari prima del ritiro. Ora quella scritta, incisa sullo sfondo di un vuoto cartellone verde a forma d’Afghanistan, finisce con l’amplificare la sensazione d’inutilità che la base violata conferisce al sacrificio dei soldati caduti per impedire il ritorno all’oscurantismo talebano.
Invece, l’oscurantismo eccolo qua. E con esso, un comandante pronto a lanciare all’Italia un messaggio, in cui il monito per le responsabilità passate si combina con un’offerta di rappacificazione.

“Voi italiani occupavate questa base e qui a Herat, lo sappiamo, avete fatto anche cose buone. Ma avete anche partecipato ai bombardamenti e all’uccisione di tanti civili e combattenti talebani. Ora però siamo in pace e desideriamo che torniate ad impegnarvi per questo paese. Se lo farete non avremo problemi a collaborare con voi. Siamo ansiosi di stringere rapporti con l’Italia e il resto del mondo”.

*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia ed altri stati.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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