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AUKUS, la pedina Francia "salta un giro" nel gioco degli USA contro la Cina

© flickr.com / Gonzalo AlonsoSottomarino nucleare USA di classe "Ohio"
Sottomarino nucleare USA di classe Ohio  - Sputnik Italia, 1920, 24.09.2021
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AUKUS sta per Australia, United Kingdom, United States. Una alleanza di tre Paesi, già alleati da sempre che, almeno in apparenza, non dovrebbe rappresentare la novità che tanto ha fatto parlare in questi giorni i giornali di tutto il mondo. In realtà, del nuovo c'è e riguarda il tipo di armamenti che l’accordo prevede per le forze australiane.
Al di là di altri aspetti concordati, che riguardano un'intensificata collaborazione nel settore dell’intelligenza artificiale, nei servizi di intelligence collettiva e nella tecnologia quantum, ciò che costituisce la vera sostanza di questa intesa è la dotazione di un tipo di missili non precedentemente detenuti dagli australiani e i sottomarini nucleari.
Ecco di cosa si tratta:
Missili da crociera TOMAHAWK che saranno montati sulla nave della classe Hobart, consentendo lanci dal mare a più grandi distanze e con maggiore precisione
Missili JOINT ARIA-TERRA, montati su aerei con capacità di colpire obiettivi a una distanza di 900 chilometri.
Missili antinave di lunga portata (sempre per lancio da aerei)
Implementazione della collaborazione con gli Stati Uniti per lo sviluppo di missili ipersonici destinati alle forze aeree
Missili teleguidati ad alta precisione, in dotazione alle forze di terra, con capacità di colpire obiettivi a oltre 400 chilometri
Dotazione di un miliardo di dollari per una fabbrica di armi teleguidate, che sarà impiantata sul suolo australiano
Sottomarini (almeno otto) a propulsione atomica.
© Foto : Public domain / IS1 Kenneth Moll, USS Cape St. GeorgeIl lancio del missile Tomahawk dall'USS Cape St. George
Il lancio del missile Tomahawk dall'USS Cape St. George - Sputnik Italia, 1920, 24.09.2021
Il lancio del missile Tomahawk dall'USS Cape St. George
Quest’ultimo punto è quello che ha suscitato l’ira dei francesi, perché la fornitura di questi nuovi sommergibili sostituisce i 18 a propulsione diesel-elettrica, frutto di un accordo di cinque anni fa tra Canberra e Parigi.
Per paradosso, la fornitura francese sembra essere stata confermata dagli australiani solo due settimane fa, salvo essere smentita nei fatti con l’annuncio del 16 settembre.
Dal loro punto di vista, la reazione francese è più che giustificata, anche perché, di là della scorrettezza diplomatica e politica, il valore della fornitura finita in nulla si avvicinava a ben 50 miliardi di dollari.
Se però guardiamo la cosa anche da un’altra prospettiva, non possiamo non notare che, sotto l’ottica della capacità di difesa-offesa, il cambio ha una valenza strategica ben chiara.
Un sottomarino a propulsione diesel può rimanere sott’acqua solo per un tempo limitato e deve poi emergere per i necessari rifornimenti.
Per questa limitazione è relativamente facile identificarlo da parte di possibili nemici e conoscere, in linea di massima, i suoi spostamenti. Per i motivi sopra esposti, la sua autonomia è ridotta ed è quindi utilizzabile in funzione di difesa, ma molto meno in caso di volontà di offesa.
Un sottomarino atomico, anche se dotato di armi convenzionali (il primo ministro australiano ha voluto sottolineare che non si equipaggeranno con armi atomiche), ha la possibilità di rimanere sott’acqua anche per mesi e di agire molto lontano dalla base di partenza.
Evidentemente, qualora li si volesse usare in uno scenario lontano dalla madre patria, questo tipo di propulsione è molto più idoneo di quello tradizionale.

Per dirla tutta, gli australiani non avevano mai avuto prima sommergibili dotati di tecnologia americana, poiché questi ultimi l’avevano concessa solamente agli inglesi a partire dal 1958.

Tuttavia, è bene ricordare che anche altri Paesi già posseggono sommergibili a propulsione nucleare:
gli USA ne hanno ben 68,
la Russia 29,
la Cina 12,
la Gran Bretagna 11,
la Francia 8
l’India ne ha 1
Non ci sarebbe quindi da stupirsi se anche gli australiani ne saranno dotati. Salvo che a Pechino hanno subito capito che il vero obiettivo di questo accordo ha lo scopo di contrapporsi alla presenza cinese in quel tratto di oceano a cavallo tra gli oceani Indiano e Pacifico e ciò li ha immediatamente fatti gridare alla “guerra fredda”.
Suscitando una certa sorpresa, anche Singapore, solitamente filoamericano, e la Malesia hanno espresso disappunto, definendo l’intesa raggiunta dai tre come un forte rischio di far partire una nuova corsa agli armamenti.

La risposta europea

Anche l’Unione Europea si è espressa sulla questione e lo ha fatto in due modi. Innanzitutto esprimendo totale solidarietà alla Francia per quello che è stato definito un “tradimento del rapporto di fiducia”.
In secondo luogo, esprimendo il proprio disappunto per non essere stata informata in precedenza e quindi per essere stata “tagliata fuori” senza nemmeno una consultazione preventiva.
Su quest’ultimo punto, tuttavia, non si può sinceramente biasimare gli americani, perché i francesi (pur essendo anch’essi una “potenza” del Pacifico, visto i possedimenti nell’area) hanno sempre rivendicato e perseguito la propria indipendenza in barba a qualunque alleanza esistente.
Anche se consideriamo la Germania, la situazione non è migliore. Berlino si è sempre mostrata sorda agli inviti americani a rompere, o ridurre, i legami con la Cina e, nel suo rapporto bilaterale con Pechino, ha sempre privilegiato l’aspetto economico a quello politico.
Non va dimenticato che anche l’intesa tra Europa e Cina sui reciproci investimenti (intesa sospesa e non ratificata dopo i fatti di Hong Kong) ha avuto tra i maggiori sponsor proprio il governo della signora Merkel. Diventa quindi comprensibile che gli americani abbiano voluto non scoprire le proprie carte prima della firma finale dell’accordo, sospettando gli alleati, a torto o a ragione, di essere non totalmente affidabili.
Comunque stiano le cose, il fatto in sé ha creato una frattura, seppur probabilmente temporanea, tra Europa, Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia e non si può escludere che Pechino cercherà di approfittarne.
Tuttavia, è proprio per evitare il rischio che la frattura si allarghi e diventi definitiva che Boris Johnson e Joseph Biden si sono precipitati a ribadire la loro incrollabile amicizia verso la Francia e ad annunciare l’intenzione di trovare insieme un rimedio alla situazione creatasi.
Per intanto, la firma dell’accordo di libero scambio tra Europa e Australia (utile a quest’ultima soprattutto dopo l’embargo ricevuto dai cinesi sulle proprie merci) viene sospeso.
Staremo a vedere come i protagonisti coinvolti si comporteranno nell’immediato futuro, ma già negli altri Paesi europei qualcuno ha manifestato l’idea che si tratti di un problema soprattutto francese e che non debba esserne coinvolta tutta l’Europa.
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