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Gli “zombie” d’Afghanistan - Foto, Video

© Sputnik . Gian MicalessinImtiaz e Jawid, traduttori che hanno lavorato con gli italiani e non sono riusciti a raggiungere l'aeroporto
Imtiaz e Jawid, traduttori che hanno lavorato con gli italiani e non sono riusciti a raggiungere l'aeroporto - Sputnik Italia, 1920, 23.09.2021
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Fino a pochi mesi fa vestivano la divisa dell’esercito afghano e lavoravano per il comando italiano di Herat. Il nostro paese li aveva inseriti nelle liste d’evacuazione, ma molti di loro non sono riusciti a ad accedere all’aeroporto di Kabul e sono stati lasciati indietro.
Adesso rischiano la vita e sono pronti a tutto pur di lasciare il paese. Li abbiamo incontrati in segreto. E abbiamo raccolto le loro disperate richieste d’aiuto.
KABUL - Non hanno più una vita. Non hanno più un futuro. E molto spesso neppure una casa. Tutto quel che gli resta e la speranza di fuggire, abbandonare l’Afghanistan e approdare miracolosamente in un altro paese. O, meglio, in un altro continente. Ma è una speranza che spesso sconfina nell’illusione. I confini e gli aeroporti sono chiusi e, se anche aprissero, si trasformerebbero in una trappola, perché, molto spesso, il nome di chi sogna la grande fuga è già sulle liste nere dei talebani*.
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Sono gli “zombie” dell’Afghanistan, i “morti viventi” abbandonati a se stessi da un Occidente che li ha prima usati e poi abbandonati. Imtiaz e Jawid sono due di questi disperati. Per anni hanno lavorato come traduttori nelle basi italiane, da Herat a Bala Baluk, e grazie a quei trascorsi si erano guadagnati un posto nelle liste d’evacuazione preparate dal governo italiano. Proprio per questo, all’indomani della caduta del governo di Kabul, erano fuggiti da Herat e avevano raggiunto la capitale assieme alle loro famiglie. Ma quando si è trattato di oltrepassare la barriera umana e il fossato che li separava dal volo per l’Italia qualcosa non ha funzionato. E il loro caso si è trasformato in uno dei simboli dell’improvvisazione che ha guidato la tumultuosa evacuazione.

“Quando, fuggiti da Herat, siamo arrivati Kabul e abbiamo chiamato i due contatti, un ufficiale italiano e il portavoce di noi traduttori, incaricati di coordinare l’entrata all’aeroporto per l’evacuazione nessuno ci ha risposto. Abbiamo chiamato per giorni e giorni, ma nessuno ci ha dato retta. E non siamo i soli. Oltre a noi ci sono almeno altri otto interpreti dimenticati da voi italiani e costretti a vivere alla macchia con le famiglie” - spiega Jawid mostrando su Whatsapp i profili dei due fallimentari contatti.

Abbandonati a se stessi e costretti a vivere da latitanti nella capitale, Imtiaz e Jawid sono sull’orlo della disperazione e pronti tutto pur di abbandonare il paese.
“Vi prego - sussurra Imraz - chiedete al vostro governo di portarci via. Preferisco dormire per strada in Italia che rischiare la vita qui in Afghanistan.”
Quando gli ricordiamo la promessa di amnistia per i collaboratori degli eserciti stranieri annunciata dai talebani all’indomani della vittoria, Imtiaz e Jawid sorridono e scuotono la testa.

“Voi credete a quella roba? I talebani in passato hanno tagliato la testa a tre nostri colleghi. E sono pronti a rifarlo se ci prendono. Ricordatevi che oltre ad essere dei bugiardi, i talebani sono anche degli assassini senza pietà”.

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Ma anche nella disperazione c’è sempre chi sta peggio. I rischi corsi da Imtiaz e Jawid sono quasi poca cosa rispetto alla spada di Damocle sospesa sul capo di Amrooz, una 33enne donna soldato che fino a meta agosto vestiva la divisa dell’esercito afghano e lavorava con un’unità femminile organizzata dal comando italiano di Herat. Proprio per questo il suo nome e il suo volto sono comparsi in passato su tanti, troppi, media afghani. Ora quel nome e quel volto sono sulle liste nere talebane. E lei, fuggita da Herat, vive alla macchia nella capitale assieme alla figlia di pochi mesi, al marito e ai fratelli.
© Sputnik . Gian MicalessinAmrooz, donna soldato che ha lavorato con gli italiani ed è ricercata dai talebani
Amrooz, donna soldato che ha lavorato con gli italiani ed è ricercata dai talebani - Sputnik Italia, 1920, 23.09.2021
Amrooz, donna soldato che ha lavorato con gli italiani ed è ricercata dai talebani
“Ho lavorato con i vostri ufficiali per sei o sette anni e l’esercito afghano mi ha più volte decorata… eppure sono stata lasciata indietro. Così ora la mia vita e quella della mia famiglia è a rischio”.
Afrooz non parla a caso. L’incontriamo nella sala riservata alle famiglie di un ristorante di Kabul. Ha il volto coperto da una mascherina e il capo avvolto in un velo giallo. I fratelli e il marito, anche loro ex militari, sorvegliano preoccupati l’entrata della sala. “La nostra situazione è disperata. Se voi italiani non riuscirete a farci uscire dal paese finirà male. Molto male. Cinque giorni dopo la nostra fuga da Herat i talebani si sono presentati a casa mia, l’hanno perquisita, si son portati via ogni cosa, dai mobili ai vestiti e han bloccato l’entrata con un enorme lucchetto. Poi son andati da mia madre, dicendole che avevo tempo cinque giorni per presentarmi al loro comando. Passati i cinque giorni sono tornati e se la son presa con mio padre".
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“Non ti vergogni - gli han detto - di avere una figlia che lavora per gli stranieri? Poi l’hanno insultato e gli han dato venti giorni per portarmi da loro. Quando ci penso, quando mi torna alla mente la voce di mio padre, mi vien ancora da piangere. Non riuscirò mai a fuggire alla loro vendetta”. Afrooz purtroppo non ha torto.

“Il mio nome è nelle vostre liste e avrei diritto a venir accolta in Italia, ma come faccio ad arrivarci viva? Se anche riprendessero le evacuazione, non potrei presentarmi all’aeroporto, perché sono ricercata dai talebani. Per lo stesso motivo non posso uscire legalmente dall’Afghanistan e presentarmi in una vostra ambasciata. Dovrei fuggire illegalmente, ma non posso farlo con una bimba di meno di un anno. Se ci provassi metterei a rischio anche la sua vita”.

*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia ed altri stati.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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