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Panjshir, l’ultima resistenza

© Sputnik . V.KiselevPanjshir, una provincia dell'Afghanistan
Panjshir, una provincia dell'Afghanistan - Sputnik Italia, 1920, 22.09.2021
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Dal sei settembre, il capoluogo della valle dei Cinque Leoni, dove il leggendario comandante Massoud bloccò gli assalti dell’Armata Rossa, è sotto il controllo del nuovo Emirato. Ma, nella parte alta della vallata, un manipolo di uomini continua a combattere. E spera di dar vita al primo embrione di resistenza anti-talebana.
BAZARAK - Un tempo era il nido delle aquile. Da qui, il comandante Ahmad Sha Massoud, il Leone del Panjshir, guidò la resistenza ai sovietici. Da qui, nel 1984, non usci vivo neppure uno dei 220 soldati dell’Armata Rossa mandati a stanarlo e ucciderlo. Qui si rifugiarono e resistettero, tra il 1996 e il 2001, i nemici del Mullah Omar. Da qui partì, nel 2001, l’offensiva che mise fine al primo emirato.
Ma quella è storia passata. Dal 6 settembre, qui, nel Panjshir, l’indomita “Valle dei Cinque Leoni”, regnano i talebani*. Da allora, qui si rincorrono storie e voci assai meno eroiche e suggestive di quelle del passato. Le leggi negli sguardi mesti e nei volti cupi di donne, bambini e anziani. Stretti gli uni agli altri riempiono pullman, furgoni e automobili in fuga verso Kabul. Senza una parola, si offrono ai controlli dei nuovi padroni. Senza più speranze, vanno incontro al loro destino di fuggitivi. Tutto quel che resta del loro passato e delle loro case è ammassato tra le coperte, i tappeti e le masserizie buttate sui tetti e nei bagagliai straripanti. I pochi uomini, mescolati a quella carovana di bimbi, donne e anziani rimirano silenziosi e assenti la valle che non hanno saputo o potuto difendere.
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Ma com’è caduto il Panjshir? Come hanno fatto i talebani ad impadronirsi di una valle che nessuno, nei precedenti 42 anni di guerre afghane, è mai riuscito a occupare e, tantomeno, a controllare? Una prima risposta arriva dalla strada, dalle abitazioni sprangate e dai negozi chiusi. In questo deserto silenzioso, abbandonato da gran parte dei suoi residenti, bivaccano soltanto i manipoli di talebani, radunati sotto le bandiere bianche con i versetti del Corano del nuovo Emirato.

Ma come hanno avuto la meglio sui combattenti del Panjshir, guidati dal figlio di Massoud e dall’ex vicepresidente Amrullah Saleh? Di certo non combattendo. Sulla strada che da Anabah, sede dell’Ospedale di Emergency, risale a Rokhah e, infine, al capoluogo di Bazarak non vi è traccia di battaglie recenti. A parte quattro o cinque blindati dell’ex esercito afghano completamente carbonizzati, non s’intravvedono segni di combattimento. Tra le case e i negozi ai lati della strada non si notano nè vetri infranti, nè mura sbrecciate. L’impressione più immediata è che la vallata sia stata abbandonata dopo un negoziato, o un tradimento, seguito da una rapida ritirata delle forze locali.

Ma che ne è stato delle promesse di resistere ad ogni costo, con cui sia il figlio di Massoud, sia il vice-presidente Saleh rispondevano agli ultimatum talebani? Difficile dirlo. Anche perchè, alla scomparsa della cosiddetta “Resistenza”, s’aggiungono i silenzi dei vincitori. Fuori dal palazzo del governatorato di Bazarak, occupato fino a poche settimane fa da Massoud e dai suoi uomini, sosta una variegata passerella di miliziani. Ai “classici” talebani pashtun, con kalashnikov e turbante nero, si mescolano moti miliziani locali. Riconoscerli non è difficile. Oltre ai classici lineamenti tagiki e alla parlata in 'dari', esibiscono il pacul, il copricapo di lana grezza a forma di ciambella, diventato parte dell’iconografia del comandante Massoud. La loro presenza dimostra come il movimento talebano sia riuscito a fare proseliti anche in una valle dove la causa jihadista ha sempre goduto di ben scarsi consensi. Ora, invece, combattenti tagiki e pashtun combattono sotto le stesse insegne e attendono ordini da un governatore che, a giudicare dal nome, Mulawi Qudratullah Panjsheri, sembra pure lui originario di queste zone.
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Dal governatore dipendono anche i permessi per i giornalisti. Ma nel suo regno, la stampa, tanto cara ai talebani di Kabul, non è ancora la benvenuta. “Niente foto, niente video, mio padre non ha tempo di parlare con i giornalisti. Andate via e tornate fra qualche settimana”, ci fa sapere, dopo un’ora e passa di attesa, un figlio del governatore incaricato di metterci alla porta.
Al di fuori del governatorato, la presenza talebana non sembra comunque pressante. Il mausoleo del Leone del Panjshir, fatto uccidere da al-Qaida* alla vigilia dell’11 settembre, è sostanzialmente intatto. Gli stessi talebani, ripetono le voci della vallata, avrebbero sostituito le vetrate dell’edificio crivellate di colpi dalla furia jihadista durante le prime ore di occupazione. Ovviamente, anche l’apparente rispetto del nemico e dei suoi morti fa parte della dell’immagine accomodante assunta dal movimento, in vista di un riconoscimento internazionale. L’apparente moderazione talebana è però contraddetta dalle voci di almeno 20 esecuzioni sommarie. La più innegabile - confermata dagli stessi esponenti dell’Emirato - è quella di Rohulla Azizi, il fratello del vice-presidente Saleh, rapito, torturato ed eliminato dopo il fermo ad un posto di blocco.
Ma le voci di esecuzioni sommarie si mescolano a quelle che danno per certa la fuga del figlio di Massoud e dell’ex vicepresidente Saleh, riparati, si dice, nel vicino Tajikistan. La fuga dei due leader rappresenterebbe un ulteriore duro colpo per una resistenza priva di qualsiasi appoggio internazionale. Pur di non offrire ai talebani pretesti in grado di giustificare una rottura degli accordi di Doha e una ripresa della collaborazione con il terrorismo jihadista e Washington ha tagliato tutti i contatti con gli eredi di un’Alleanza del Nord decisiva, nel 2001, per abbattere il primo emirato.
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Ma sul figlio di Massoud non hanno scommesso nemmeno Russia e Iran, conosciuti un tempo come ottimi alleati del padre. Ma forse non tutto è ancora perduto. Duri scontri sono in corso nei distretti di Dara, Abshar e Paryan, la parte alta del Panjshir, attraversata dalle vallate minori che solcano la catena dell’Hindukush e sfociano nella provincia nord orientale del Badakhshan. Proprio li sono confluite da giorni le colonne di fuoristrada con a bordo centinaia di talebani incaricati di eliminare quelle ultime sacche di resistenza e assumere il controllo del Panjshir settentrionale.
Ma la storia insegna che tra le vette e le vallate dell’Hindukush, anche la battaglia più scontata si trasforma in una scommessa imprevedibile. E proprio lì, gli irriducibili eredi del comandante Massoud sognano ancora di dar vita al primo embrione di resistenza anti talebana.
*Organizzazioni terroristiche estremiste illegali in Russia ed altri stati.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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