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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Afghanistan, viaggio nel regno talebano - Foto, Video

© Sputnik . Gian MicalessinTalebani a Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak
Talebani a Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak - Sputnik Italia, 1920, 21.09.2021
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Reportage dal Wardak, dove regna il nuovo ordine jihadista* e la popolazione si dice entusiasta della sicurezza garantita dai nuovi signori del paese.
Ma, dietro al consenso, c’è la volontà di compiacere un regime che regna con il pugno di ferro. E Sharif Ahmadi, comandante della provincia, dichiara: “Nel futuro del paese non c’è spazio per la democrazia.
MAIDAN SHAR - “Io sono nato talebano”. Il comandante Maulawi Mohammed Sharif Amadi si presenta così. E non esagera. Figlio di un comandante caduto combattendo contro l’Armata Rossa negli anni 80 ha imbracciato il suo primo kalashnikov quand’era ancora ragazzino, contribuendo, nel lontano 1996, alla vittoria del primo emirato.
© Sputnik . Gian MicalessinTalebani con il comandante Maulawi Mohammed Sharif Amadi
Talebani con il comandante Maulawi Mohammed Sharif Amadi - Sputnik Italia, 1920, 21.09.2021
Talebani con il comandante Maulawi Mohammed Sharif Amadi
Ed è tornato a combattere subito dopo l’11 settembre, quando gli americani hanno invaso il suo paese. “Qui nella provincia di Wardak sono stato il primo a prendere le armi contro gli americani e ad organizzare i talebani* che si battevano per liberare il paese. Da allora non so quanti amici ho perduto. Solo nella mia unità ho sepolto 120 martiri, ma se devo aggiungerci tutti quelli caduti nel resto della provincia il numero supera il migliaio”.
© Sputnik . Gian MicalessinI talebani alla pietra nera, posizione strategica a Maidan Shar, con un blindato della polizia
I talebani alla pietra nera, posizione strategica a Maidan Shar, con un blindato della polizia - Sputnik Italia
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I talebani alla pietra nera, posizione strategica a Maidan Shar, con un blindato della polizia
© Sputnik . Gian Micalessin

Anziano pro-talebani a Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak

Anziano pro-talebani a Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak - Sputnik Italia
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Anziano pro-talebani a Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak

© Sputnik . Gian MicalessinPosto di blocco talebano a Kabul
Posto di blocco talebano a Kabul  - Sputnik Italia
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Posto di blocco talebano a Kabul
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I talebani alla pietra nera, posizione strategica a Maidan Shar, con un blindato della polizia
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Anziano pro-talebani a Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak

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Posto di blocco talebano a Kabul
Anche da vincitore, Sharif Ahmadi non cambia le sue abitudini. Ci riceve in un ex-palazzo governativo di Maidan Shar, il capoluogo provinciale del Wardak. Lui e i suoi luogotenenti discutono seduti a terra in una stanza piena di armi, sacchi di riso e casse di munizioni.
“Sedetevi - ci dice - e mangiate con noi. Fino a poche settimane fa voi italiani eravate nostri nemici, ma adesso la guerra è finita. Noi siamo i vincitori e voi siete i nostri ospiti”.
© Sputnik . Gian MicalessinPranzo con i talebani
Pranzo con i talebani - Sputnik Italia, 1920, 21.09.2021
Pranzo con i talebani
Mentre il comandante parla, uno dei suoi uomini ci allunga un piatto di latta pieno di ceci conditi con una salsa rossa. Un altro ci distribuisce le focacce di “nan”, il tipico pane afghano a forma di pizza. Per un attimo, ho l’impressione è di esser tornato indietro nel tempo, fino a quegli anni ’80 in cui seguivo i mujaheddin impegnati nella lotto contro i sovietici e i loro alleati governativi. Come allora, il pasto è veloce e frugale. Seduti in tre o quattro di fronte ad ogni piatto, i talebani spezzano il pane, lo affondano nella salsa rossastra stringendolo tra dita e lo trangugiano dopo aver raccolto un po’ di salsa e ceci.
Neppure l’abbigliamento è cambiato. Dal comandante all’ultimo sottoposto vestono tutti il classico camicione lungo al ginocchio e i larghi pantaloni a sbuffo. A parte qualche giovane, convertito alle scarpe da ginnastica o allo scarponcino da combattimento, sia il comandante sia i combattenti più anziani calzano ancora i vecchi sandali di cuoio senza calze o logore ciabatte infradito. L’unico vero cambiamento riguarda alcuni particolari estetici introdotti dalla fede jihadista. Molti combattenti più giovani, imitando le presunte tradizioni dei primi regni islamici, esibiscono lunghi capelli corvini, occhi truccati con una sorta di rimmel e unghie affilate. Ma per il comandante la virtù più importante resta la frugalità.
© Sputnik . Gian MicalessinBazar di Maidan Shar
Bazar di Maidan Shar - Sputnik Italia, 1920, 21.09.2021
Bazar di Maidan Shar

“Vedete - sottolinea - abbiamo vinto la guerra, ma le nostre abitudini non sono cambiate. Per vent’anni abbiamo affrontato gli americani mangiando pane e quel poco che trovavamo. Adesso rimetteremo in sesto il paese, continuando a comportarci come prima. Per questo la gente ci apprezza.”

L’ultimo punto non è facile da verificare. Al bazar di Maidan Shar, cuore pulsante di questa cittadina, 50 chilometri a sud ovest di Kabul, tutti sembrano concordi nell’elogiare il nuovo ordine.
“Io ne ho viste tante, ma, da quando ci sono loro, la situazione migliora giorno dopo giorno, la gente finalmente ha ripreso a pregare e a comportarsi bene” - sostiene il 76enne Han Mohammad, forte dell’esperienza, ma anche della capacità di adattamento ai più diversi regimi regalatagli dalla veneranda età. Tutti, in effetti, sembrano riconoscere ai talebani la capacità di riportare ordine e sicurezza.
© Sputnik . Gian MicalessinBazar a Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak
Bazar a Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak - Sputnik Italia, 1920, 21.09.2021
Bazar a Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak
“Da quando ci sono loro, nessuno viene più a rubare nei nostri negozi” - dichiara un negoziante.
“Adesso mi sento più tranquillo quando vado a scuola” - aggiunge Fazil, un ragazzino 14enne in grado di esprimersi in un buon inglese. Ma probabilmente quella stessa presenza talebana capace di garantire una ritrovata sicurezza, regala anche l’impressione di un diffuso consenso. Nonostante il suo ottimo inglese, Fazil non riesce infatti a raccontarci dove siano finite le ragazzine con cui condivideva, fino a due mesi fa, i banchi di scuola. E il negoziante, rassicurato dalla vittoria jihadista, si guarda bene dallo spiegare come mai, tra i suoi clienti, non ci sia più una sola donna.
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Donne a parte, tra le bancarelle non sembra mancare nulla. Angurie, uva, caschi di banane, quarti di agnello e polli spennati danno l’impressione di un generale benessere. Un’immagine che mal si concilia con il blocco degli stipendi statali in vigore dal 15 febbraio e il divieto di ritirare più di 200 dollari alla settimana dai conti bancari. Tutti argomenti su cui nessuno proferisce parola. Anche perchè appena fuori dal bazar ci attendono il comandante Amadi e una colonna di quattro fuoristrada su cui sventola la bandiera bianca con la professione di fede islamica del nuovo Emirato.
I mezzi sono gli stessi Ranger Ford forniti dagli americani, su cui per anni si sono mossi i militari governativi. Non a caso, due dei fuoristrada portano ancora le insegne della vecchia polizia. A far la differenza contribuiscono però le bandiere bianche con le professione di fede islamica issate sopra la cabina di guida e i combattenti barbuti seduti nei cassoni. La gran parte dei miliziani imbraccia ancora il vecchio e classico kalashnikov, ma alcuni sfoggiano le nuovissime carabine M4 di fabbricazione statunitense. Fornite in dotazione al nuovo esercito afghano, sono diventate, assieme ad M16 e altri fucili d’assalto made in Usa, la nuova arma dell’esercito jihadista.
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Seduti al fianco dei talebani nel cassone di uno dei Rangers, puntiamo ora verso la cosiddetta “roccia nera”, un massiccio di pietra vulcanica che domina il percorso della Ring Road, l’anello d’asfalto su cui si snodano i collegamenti per Kabul e le altre città del paese. Trasformata dagli americani e dall’esercito governativo in un bastione fortificato, la Roccia Nera ha rappresentato per anni il principale argine all’avanzata dei talebani. Amadi e i suoi uomini, pur essendo arrivati, già nel 2019, a 50 chilometri da Kabul, non erano infatti mai riusciti a risalire l’aspra vallata su cui mitragliatrici e mortai governativi riversavano una valanga di fuoco.

“Ma il 14 agosto tutto è finalmente cambiato - spiega orgoglioso il comandante Amadi, mentre alla testa dei suoi uomini ci guida lungo la pietraia scoscesa che porta alle postazioni governative abbandonate. Quel giorno - racconta - abbiamo attaccato da tre lati e la battaglia è stata durissima, ma alla fine i comandanti governativi se la sono data a gambe e la ritirata dell’esercito ci ha aperto la strada per Kabul dove, infatti, siamo entrati il giorno dopo”.

La carcassa di un blindato governativo, abbandonato sulla cima della roccia nera, è oggi il simbolo della vittoria conquistata dopo vent’anni di battaglie. Dall’alto di quella carcassa, su cui si sono arrampicati gli uomini di Ebadi, risuona l’urlo di “Zanda bad Emirate islami”, ovvero “lunga vita all’Emirato Islamico”. E proprio indicando quella carcassa, il comandante illustra la sua visione per il futuro dell’Afghanistan.

“Nel futuro di questo paese, a differenza di quanto ci chiedete voi occidentali, non c’è spazio per la democrazia. Noi talebani non accettiamo la democrazia, non a caso per tutti questi anni abbiamo sempre combattuto chi voleva imporcela. Il mio unico sogno, quello per cui ho sempre combattuto, è un paese governato dai principi dell’Islam, del Corano e della sharia”.

*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia ed altri stati.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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