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Prosek? No, grazie. Il Prosecco lotta per fermare l’“ok” europeo

© AFP 2021 / Vincenzo PintoProcesso
Processo - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
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Il Prosecco, star mondiale delle bollicine, dopo la bomba sganciata da Bruxelles, che ha dato l’ok al Prosek croato, ha 60 giorni davanti a sé per lottare ed evitare che si consumi un’ingiustizia. Con la paradossale mossa dell’Ue, impegnata proprio nella tutela delle denominazioni, si rischia l’indebolimento di protezione del Prosecco.
Il Prosek fa un altro passo verso la menzione tradizionale, ma il Consorzio Prosecco non ci sta, così come anche i ristoratori, le associazioni di categoria e il governo che si sono schierati accanto all’eccellenza italiana. La decisione dell’Unione Europea è stata una sorpresa a ciel sereno o questo rischio poteva essere evitato?
“In questo momento sento il sistema Paese accanto. Secondo me se fosse stato accanto a noi con maggiore attenzione quando avevamo sollevato mesi fa il problema avremmo potuto risolverlo in maniera diversa”, sottolinea in un’intervista a Sputnik Italia Luca Giavi, direttore generale presso Consorzio di tutela Prosecco DOC.
— Luca Giavi, che cosa rischia il marchio Prosecco per via del Prosek croato?
— Il rischio che corriamo, se questa vicenda dovesse andare in porto secondo le richieste croate, è che venga indebolito l’impianto di protezione della denominazione a livello mondiale. L’Unione Europea e noi sulla base di norme sui generis di ogni Paese cerchiamo di portare avanti azioni di protezione. Quando è la stessa Unione Europea che in qualche modo consente l’uso di un termine come Prosek per un vino è chiaro che ci troviamo in difficoltà nel chiedere ragione che venga protetto il termine prosecco allo stesso modo. Se a casa tua non riesci a farti proteggere il prodotto, perché io negli Stati Uniti, in Australia e in Brasile dovrei aiutarti a proteggere il tuo nome? Questo discorso sia a livello di registrazione e di tutela della proprietà intellettuale, sia a livello di giudizio nei tribunali.
Una bottiglia di vino - Sputnik Italia, 1920, 16.09.2021
Il sì dell’Europa al Prosek croato. Schiaffo al Prosecco e al Made in Italy
— A livello economico il Prosek può provocare dei danni al prosecco?
— Allo stato attuale economicamente la produzione del Prosek è così ridotta che non ci preoccupa, vista la forza del prosecco a livello internazionale. Da parte nostra non vi è preoccupazione in questo senso, la nostra vera preoccupazione riguarda l’indebolimento che una soluzione del genere potrebbe portare nella protezione del prosecco sia da parte dell’Unione Europea, sia da parte del consorzio e del nostro Paese.
— Il prosecco è fra i prodotti italiani più imitati all’estero. Come tutelare al meglio questa eccellenza?
— Di fatto in Europa la copertura è molto forte al netto del fatto che adesso ci sono tentativi di ricorrere a normative non direttamente legate alle indicazioni geografiche, ma in qualche modo normative parallele per introdursi in questo settore. Potrei citare l’esempio della politica che sta conducendo la Russia dicendo che “champagne” scritto in caratteri europei lo riconosce come protezione, ma siccome tradizionalmente nel Paese si utilizzava la traduzione in caratteri cirillici, con questi ultimi caratteri non ci tutelano il prodotto. Artifici di questo tipo ne troviamo tanti: ad esempio ora abbiamo ottenuto da parte degli australiani la protezione del termine prosecco in caratteri cinesi.
Le attività sono molte e vanno individuate per singolo Paese. Purtroppo non vi è a livello mondiale una normativa omogenea, anche se nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio si è tentato di dare un quadro omogeneo. Non tutti i Paesi però fanno parte dell’OMC e poi abbiamo raggiunto un punto di compromesso in quell’ ambito, che è ancora piuttosto debole.
Noi siamo riconosciuti in Unione Europea e nei Paesi dove l’Ue chiede l’attuazione di questi accordi. Siamo riconosciuti ai sensi della normativa canadese. Nel caso il termine Prosek venga riconosciuto dall’Ue a favore dei croati loro non entreranno in Canada né in Russia, perché in quei Paesi abbiamo la protezione ai sensi della loro normativa. In quei casi faremo valere la nostra. La Commissione non potrà non tener conto comunque della nostra più ferma opposizione al Prosek.
— Il fatto che questo primo “ok” arrivi proprio dall’Europa non è paradossale?
— Lo dico con estremo dolore. Lo sforzo compiuto dall’Unione europea per proteggere le denominazioni europee è enorme, io sono un europeista convinto, ma in questa vicenda c’è stata superficialità, per usare un termine morbido. Ci sono state precedenti comunicazioni della Commissione che andavano in senso diverso, vi sono un sacco di argomenti non considerati.
Da parte della Croazia non c’è buona fede. Nella battaglia che noi italiani abbiamo perso nei confronti dell’Ungheria con il Tocai, la quale nel trattato di preadesione aveva chiesto la protezione di quel nome, noi non avevamo prestato abbastanza attenzione. Nel caso del Prosek nell’accordo con la Commissione la Croazia non aveva ritenuto opportuno introdurre il termine, sapendo di ottenere un’opposizione dell’Italia. Non entrare attraverso la porta principale per entrare dalla finestra mi sembra un comportamento che non rispecchi buona fede e non risponda ad un principio giuridico.
— Roma promette battaglia per tutelare il prosecco. Anche in una nostra intervista il vice ministro all’Agricoltura Centinaio ha dichiarato che l’Italia non sarà timida quando tratterà la questione in Europa. Siete ottimisti e fiduciosi? Sentite le istituzioni al vostro fianco?
— Io sono ottimista, in questo momento sento il sistema Paese accanto. Secondo me se fosse stato accanto a noi con maggiore attenzione quando avevamo sollevato mesi fa il problema avremmo potuto risolverlo in maniera diversa. Mi occupo di denominazione da diverso tempo: un’Italia maggiormente presente sui tavoli internazionali più che sulle piccole beghe da cortile interno ci consentirebbe di avere più soddisfazione dall’Europa.
Molte volte l’atteggiamento dell’Europa non è a favore dell’Italia perché c’è una sottovalutazione e una disattenzione dell’Italia nei temi che vengono affrontati a Bruxelles, e mi riferisco agli ultimi 10 anni di politica nostrana. Dovremmo essere più bravi, anche perché siamo un grande pagatore e siamo un Paese fondatore. Paghiamo molto di più di quel che riceviamo. Dobbiamo rivendicare con maggiore orgoglio questo ruolo all’interno dell’Unione.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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