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Mai fidarsi dei cinesi, perché loro non si fidano di noi (ed hanno ragione)

© AP Photo / Ng Han GuanBandiera della Cina
Bandiera della Cina - Sputnik Italia, 1920, 17.09.2021
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Bush junior svolgeva il suo secondo mandato come Presidente degli Stati Uniti quando partecipai a un incontro tra politici e specialisti di politica internazionale organizzato a Monaco di Baviera da una Fondazione tedesca. Tra i presenti, oltre a qualche europeo, c’erano alcuni americani, sia politici sia esperti di un think tank.
Tra i temi che discutemmo ci furono i rapporti in corso e da tenersi con la Cina. Io sollevai la questione del forte indebitamento americano nei confronti del Paese del Dragone e il possibile uso malevolo che Pechino avrebbe potuto farne.

Fui zittito immediatamente proprio dagli americani, che si mostrarono più che convinti dell’evoluzione democratica di quel Paese, cosa che ritenevano ineluttabile. L’aumento del benessere economico si accompagna sempre, spiegarono, con lo sviluppo di forme democratiche e la Cina non potrà sottrarsi a questa regola.

Anche l’ipotesi di una possibile futura competizione tra Pechino e Washington fu immediatamente giudicata irrealistica.
Quanto la loro convinzione fosse una pia illusione è stato dimostrato dai fatti e, seppur da pochi anni, in modo bipartisan anche negli Stati Uniti sembra essere assodata la consapevolezza che l’evoluzione politica cinese abbia preso una strada esattamente contraria a quanto i miei interlocutori avevano ipotizzato.
Gli USA, forse suggestionati dalla tesi di Fukuyama sulla “fine della storia” e la conseguente vittoria dei valori liberal-democratici in tutto il mondo, furono perfino coloro che avevano spinto, più di chiunque altro, affinché la Cina fosse riconosciuta come membro del WTO e potesse partecipare da protagonista al commercio internazionale. Per Pechino fu un grande successo, che consentì, senza più ostacoli, di puntare a diventare la prima potenza economica mondiale.
George Soros - Sputnik Italia, 1920, 07.09.2021
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Ho citato l’aneddoto di cui sopra per dare l’idea di quanto grande e permanente nel tempo sia stata l’illusione americana che la crescita economica della Cina rappresentasse per gli USA soltanto un’opportunità commerciale favorevole.
È lo stesso errore che sta ancora commettendo l’Europa, con la Germania in primis.
È conseguenza naturale che una forza economica come quella cinese, con alle spalle una popolazione di più di un miliardo e trecento milioni di cittadini, faccia sentire la propria voce anche sul piano politico ed è esattamente quanto sta succedendo. Fino all’ascesa al potere di Xi Jingping a Pechino si era praticato l’understatement suggerito da Deng XiaoPing ma, dopo l’arrivo del nuovo “monarca”, anche la maschera dell’umiltà e della modestia è stata messa da parte.

Oggi è evidente, perfino per i più reticenti tra gli analisti a stelle e strisce, che la Cina rappresenti l’unica, vera e pericolosa alternativa alla supremazia americana (e più in generale dell’occidente) nel mondo.

Per non correre il rischio di continuare a sottovalutare il cammino di questa nuova potenza è bene tuttavia capire meglio cosa stia alle spalle della politica internazionale assertiva condotta dal governo di Pechino.
Innanzitutto, non va dimenticato che nei sentimenti della maggior parte dei cinesi sono ancora presenti (e il regime fa di tutto affinché non sia dimenticato) le umiliazioni subite dall’800 fino alla seconda guerra mondiale per opera dapprima degli europei e dal Giappone poi.
Le due “guerre dell’oppio” lanciate dagli inglesi, l’occupazione di tutti i porti commerciali da parte delle potenze di allora, lo spregio mostrato verso il potere imperiale di Pechino e, infine, le atrocità compiute dai giapponesi prima e durante la seconda guerra mondiale sono momenti storici entrati nella memoria collettiva delle famiglie cinesi e alimentano una sete di rivalsa che impiegherà almeno un altro secolo prima di spegnersi.
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In secondo luogo, ogni cinese pensa ancora al proprio Paese, magari inconsciamente, come il “Regno di Mezzo” e tutto quanto vi sta attorno e non è “cinese” è, ovviamente, “barbaro”, un po’ quello che i romani pensavano di chi non parlasse latino.
Quest’attitudine non toglie che con l’estero si commerci, si viaggi, si abbiano relazioni diplomatiche, ma, e lo dimostra l’assoluta non-integrazione delle comunità cinesi che vivono fuori patria, chi non è cinese di nascita rimarrà sempre “altro”.
Durante l’impero Ming, navi cinesi commerciavano già con gran parte del mondo e riscuotevano tributi e/o attestati di sudditanza da parte di tutti i popoli compresi tra l’oceano Pacifico e l’Indiano. È però indicativo che gli stranieri non fossero nominati in base alle loro nazionalità, ma, per identificarli, a Pechino si attribuiva loro il nome di un animale cui si associava il loro comportamento. Non lo si faceva con intento denigratorio, ma, semplicemente, per marcare la differenza tra la “civiltà” e l’umanità “meno evoluta”.

Il terzo aspetto da tenere sempre presente è che, nonostante i circa sessant’anni di marxismo (cui nominalmente il Partito ancora si richiama), la vera cultura di fondo che permea tuttora ogni cittadino è il confucianesimo, seppur sincreticamente condiviso con il taoismo. Mao aveva cercato di eliminare quest’aspetto della cultura popolare senza riuscirci, ma Xi, al contrario, lo sta ri-valorizzando. La filosofia confuciana considera un bene assoluto l’armonia della società nel suo insieme e tra i suoi componenti. Ciò che conta è far di tutto per salvaguardare la pace sociale e non è insopportabile che il potere sia esercitato in modo assoluto e repressivo, finché l’intento del “sovrano” sia di provvedere al benessere del popolo.

Fino a che ci riesce, tutto va bene, ma se, al contrario e per un qualunque motivo, la popolazione soffre, ciò significa che il Cielo non gradisce più chi sta governando e diventa legittimo il diritto alla ribellione.
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Per riuscire a ribellarsi occorre, tuttavia, che esistano le condizioni adatte e che siano tali da riuscire a resistere alla reazione di esercito e polizia controllati dal Partito. Di là, da sporadiche voci di dissenso e da numerose manifestazioni di protesta in diverse località (orientate però solamente contro i vertici locali), il regime e il Partito godono di ampio consenso.
Dalle riforme volute da Deng Xiao Ping a oggi, il reddito medio pro-capite è più che decuplicato ed è perfino nata, seppur diffusa a macchia di leopardo, una classe media tuttora in crescita numerica.
Non si può escludere che, a fianco del conformismo “confuciano”, esistano (e siano sempre esistiti) piccoli gruppi d’intellettuali che si riferiscono a valori diversi e riescono a ritagliarsi spazi di contestazione (seppur a loro rischio e pericolo), ma si tratta pur sempre di minoranze non organizzate e incapaci di conquistare seguito diffuso tra la stragrande maggioranza della popolazione. Anche nella Cina di oggi, e fino a quando il regime riuscirà a mantenere un tasso di crescita economica tale da nutrire le speranze di sempre maggior benessere, sarà impossibile per qualunque minoranza interna ottenere che il popolo si ribelli al dominio del Partito Comunista.
Chiunque veda la Cina come l’avversario da combattere non può prescindere dal tener conto di quanto sopra, anche se il sistema cinese è tutt’altro che perfetto. I problemi di Pechino sono sotto gli occhi di tutti e perfettamente noti anche al Governo, che cerca di affrontarli con tutti i mezzi disponibili.
Sono, ad esempio:
l’enorme disparità tra i più ricchi e i più poveri (secondo i calcoli di alcuni, il coefficiente Gini in Cina è sopra 0,54, in USA è 0,46 e in Europa va tra 0,24 e 0,35)
ampie zone del Paese restano sottosviluppate
i servizi sociali sono in gran parte insufficienti, il debito pubblico e quello privato sono enormi e ogni sforzo per tenerli sotto controllo per ora è fallito.
Quanto al debito, il problema maggiore è l’indebitamento dei governi locali, che nel 2020 ha raggiunto i quattro trilioni di dollari, e la necessità di non affossare l’economia riducendo il credito rende improbabile ogni intervento violento.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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