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Perché l’Italia intende armare i suoi droni?

© AFP 2021 / DOMINIQUE FAGET Drone Reaper impiagato nell'Operazione Barkhane
 Drone Reaper impiagato nell'Operazione Barkhane - Sputnik Italia, 1920, 16.09.2021
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Approfondimento
Anche l'Italia si doterà di droni militari armati da impiegare nei vari scenari operativi, armando gli aeromobili a pilotaggio remoto Reaper acquistati dall'Aeronautica Militare.
La notizia è emersa dal Documento Programmatico Pluriennale 2021-2023. Il programma prevede l’investimento di 168 milioni di euro di cui vede finanziata una tranche di 59 milioni distribuiti in 7 anni.
Come si legge nel documento: “In particolare, il velivolo garantirà incrementati livelli sicurezza e protezione nell’ambito di missioni di scorta convogli, rendendo disponibile una flessibile capacità di difesa esprimibile dall’aria. Introdurrà, inoltre, una nuova opzione di protezione sia diretta alle forze sul terreno che a vantaggio di dispositivi aerei durante operazioni ad elevata intensità/valenza”.
Finora l’Italia ha impiegato solo in versione disarmata, essenzialmente per attività di ricognizione, intelligence e sorveglianza. Negli ultimi anni l’Aeronautica li ha impiegati in Iraq, Afghanistan, Libia e attualmente in Kuwait per le operazioni contro l’Isis in Iraq.
A che cosa è dovuta questa svolta? Per un approfondimento Sputnik Italia ha raggiunto Marco Valerio Verni, avvocato, titolare dell’omonimo studio legale internazionale, esperto in diritto penale e diritto penale militare, nonché Consigliere Qualificato in Diritto Internazionale Umanitario per le Forze Armate.
-Avvocato, quando e perché inizia l’uso degli aeromobili a pilotaggio remoto o veicoli aerei senza pilota (Apr) in operazioni militari e nella lotta contro il terrorismo?
Dopo l’attentato delle Torri Gemelle, di cui è ricorso il triste anniversario proprio di recente, l’allora amministrazione Bush, ritenendo quel grave atto una dichiarazione di belligeranza a tutti gli effetti da parte dei terroristi, decise di intraprendere, in risposta, una vera e propria guerra contro di essi, che, per la sua stessa natura, si sarebbe dovuta intendere “worldwide” and “permanent”. Naturalmente, questo avrebbe avuto dei costi, sia in termini di vite umane, sia economici, ed il popolo americano, sebbene colpito nel profondo, non era certo entusiasta alla prospettiva di un ulteriore e prolungato spargimento di sangue. Fu così che, nel tempo, si iniziò a prediligere l’uso degli APR che, pilotati da remoto, avrebbero evitato tutto questo.
Quel che apparve chiaro fu che la guerra che si sarebbe dovuta combattere non sarebbe più stata (solo) contro degli attori statali ma contro gruppi di terroristi, più sfuggenti e difficili da catturare. Da lì, la successiva prassi delle uccisioni mirate o “targeted killings”, ossia quelle operazioni volte ad eliminare un particolare individuo, non in custodia delle autorità statali, e considerato seriamente pericoloso in ragione delle sue attività terroristiche pregresse o future.
© FotoMarco Valerio Verni
Marco Valerio Verni - Sputnik Italia, 1920, 16.09.2021
Marco Valerio Verni
-C’è una chiara cornice normativa in cui le missioni di "targeted killing" possono essere eseguite da droni, visto che ci sono tante polemiche anche a livello delle organizzazioni umanitarie e dell’ONU?
-Dal punto di vista normativo non esiste un quadro specifico di riferimento: il loro utilizzo deve essere ricondotto alle regole riguardanti l’uso della forza e le ragioni giustificatrici ad esso sottese (c.d. ius ad bellum), a quelle afferenti alle modalità con cui la suddetta (forza) venga usata (ius in bello), e, ancora, a quelle sulla tutela dei diritti umani di coloro che vengono a subire il tutto. È alla luce di tale sistema che occorre, nello specifico, valutare la liceità o meno delle uccisioni mirate o, appunto, “targeted killing”.
Sempre all’indomani dell’attacco alle Twin Towers (ossia il 14 settembre del 2001), il Congresso americano rilasciò al Presidente degli Stati Uniti l’Authorization for the use of military force against terrorists (AUMF), per consentire l’impiego di ogni mezzo necessario a perseguire i responsabili degli attentati di tre giorni prima e ogni individuo o gruppo fiancheggiatore, interpretando in maniera estensiva quel concetto di diritto di autotutela in risposta ad un attacco altrui che, accanto all’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nei casi in cui si renda necessario "mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale" (art. 42), è previsto come deroga (art. 51 della Carta ONU) al divieto di uso della forza colà sancito dall’art. 2, paragrafo 4, "contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato" o "in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite".
Queste ultime (Nazioni Unite), dal canto loro, hanno sempre visto con una certa diffidenza questa impostazione, sostenendo che, per quanto sia grave il fenomeno terroristico, esso non possa considerarsi, per la sua intensità, al pari di un conflitto armato, e che sarebbe una forzatura, se non, addirittura, una prassi contra ius quella di combattere una guerra senza luogo e senza tempo ed evidenziando (vedasi, ad esempio, il Report on extrajudicial, summary or arbitrary executions- U.N. doc. A/HRC/14/24/Add.62 del 28 maggio 2010– del Relatore Speciale del Consiglio dei Diritti Umani Philip Alston, o quello “on Promotion and protection of human rights and fundamental freedoms while countering terrorism”- U.N. doc. A/68/389 del 18 settembre 2013-, redatto dal Relatore Speciale Ben Emmerson), quindi, come, al di fuori di un conflitto armato formalmente accertato, la possibilità di un "intentional, premeditated and deliberate use of lethal force" realizzato mediante l'impiego di APR non possa ritenersi ammissibile "under international law".
Impiego che, viceversa, sarebbe da ritenersi lecito in caso di un formale conflitto tra Stati, ossia in presenza di una delle due deroghe all’uso della forza prima citate, previste dallo Statuto delle Nazioni Unite, sempre avuto riguardo, però, alle regole dello “ius in bello”.
Dello stesso avviso, anche il Comitato Interinazione di Croce Rossa, attraverso una intervista rilasciata, nel 2013, dal suo presidente, Peter Maurer, secondo cui, una volta accertata la liceità di un conflitto secondo le norme dello “ius ad bellum”, l’uso degli APR non è certamente vietato dalla normativa di diritto internazionale umanitario (che, naturalmente, non esprime un richiamo esplicito ad essi, ma ne rende implicita l’equiparazione alle armi convenzionali), ma è chiaro che è ad esso che poi, il loro impiego, si debba conformare.
Quindi: rispetto della distinzione tra obiettivi militari e beni civili, rispetto della popolazione civile, operazioni militari svolte secondo determinati criteri (necessità, proporzionalità, idoneità dei mezzi e dei metodi impiegati, in primis).
Oltre a Enduring Freedom, peraltro, si sono sviluppate anche in altre situazioni (si guardi al conflitto Israele-Libano nel 2006 o agli interventi della Federazione Russia in Georgia) delle prassi che hanno ritenuto lecita, alla luce di quanto detto, la legittima difesa contro i gruppi non statali: certo, in quei casi non si parlava di droni, ma di altre armi, ma la strada è quella (d’altronde, come ha osservato lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite Philip Alston, un missile sparato da un drone è come un missile sparato da un qualsiasi aviogetto).
In prospettiva, però, stante le caratteristiche della guerra al terrore, e la nuova tecnologia militare a disposizione, incentrata proprio sull’uso degli APR, e dei vantaggi da esso derivanti, c’è chi suggerisce di approfondire e sviluppare l’idea anzidetta, ossia di creare, accanto alla categoria dei conflitti formali tra Stati, e di quelli rientranti nelle deroghe previste dalla Carta ONU, un tertium genus, che preveda la possibilità di combattere un conflitto armato "diffuso" (in quanto potenzialmente esportabile in qualsiasi luogo geografico) e "permanente" (perché destinato a concludersi solo quando la minaccia terroristica sarà definitivamente sventata), sulla falsariga di quello ipotizzato dagli USA dal 2001, con l’AUMF prima richiamato.
La strada, però, è lunga ed in salita perché questo presupporrebbe ammettere, da una parte, la possibilità di rendere il mondo intero un campo di battaglia, magari a tempo indeterminato, dall’altra, la possibilità di condurre un conflitto, o, magari, eseguire singole missioni implicanti l’uso della forza letale, sul territorio di uno Stato straniero senza il consenso – anche implicito – di quest’ultimo. Non considerando che, anche qualora esso fosse concesso, ci si scontrerebbe comunque con il diritto alla vita (e quindi con il divieto di uccisioni arbitrarie) che, in quanto tale, è protetto, nel suo nucleo essenziale, da norme generali di natura imperativa e, quindi, insuscettibili di deroga convenzionale.
-Potrebbe formulare, quali sono i vantaggi derivanti dal ricorso a questa nuova tecnologia?
-In realtà, l’utilizzo dei droni non è così nuovo: basti pensare che i primi velivoli armati di tal genere risalgono all’inizio degli anni duemila, mentre quelli utilizzati per la sorveglianza vennero utilizzati già in Vietnam.
Oggi, accanto agli Stati Uniti e ad Israele, l’Europa è in prima fila nell’adozione di questa tecnologia, sebbene altre Potenze se ne stiano dotando, oltre che gli stessi gruppi terroristici.
In linea generale, i droni (il riferimento, naturalmente, è alle categorie superiori), grazie alle loro caratteristiche (velocità, capacità di volo a media ed alta quota, grande autonomia di volo, bassi costi di esercizio) permettono di ottenere elevate prestazioni sia nella condotta di missioni ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance), sia, in ambiente marittimo e terreste, nell’ambito di operazioni di Pattugliamento, Ricerca e Soccorso.
I Predator B, in particolare, sono in grado di assolvere un’ampia gamma di compiti, grazie alle elevate doti di flessibilità, versatilità ed efficacia che li contraddistinguono. Tra di essi, uno che è, e che è stato, particolarmente importante, ad esempio è stato quello di rilevare la presenza di minacce quali ordigni esplosivi improvvisati (IED) che rappresentano il pericolo più insidioso e diffuso nei teatri operativi odierni.
Ma i vantaggi non finiscono qui, dal momento che, continuando, possono essere effettuate missioni in ambienti operativi ostili, in presenza di contaminazione nucleare, biologica, chimica o radiologica, oppure acquisire dati ed informazioni relativi ad obiettivi di piccole e grandi dimensioni in zone potenzialmente oggetto di operazioni.
Il tutto, si badi, senza alcun pericolo per i piloti, che agiscono da remoto (salvo quanto si dirà da qui a breve), e con una valutazione più approfondita della situazione sul terreno.
Per quanto riguarda le cosidette uccisioni mirate, prima richiamate, la logica è la seguente: se, dopo tanti sforzi, ad esempio, si riesce ad individuare un terrorista, che si nasconde in un determinato posto, e si ha il ragionevole sospetto che, il giorno dopo, egli già non possa stare più lì, ed andare chissà dove, magari a compiere un altro attentato, occorrerà agire in fretta, e mettere sul piatto della bilancia diversi aspetti, seguendo i criteri generali: necessità militare e sua inderogabilità, il vantaggio derivante dall’azione in questione, la proporzionalità dei mezzi impiegati, proprio per evitare, o ridurre al minimo, le perdite di innocenti.
-E gli effetti collaterali?
-Al netto delle problematiche giuridiche sopra menzionate, gli effetti collaterali principali riguardano, naturalmente, le vittime: da un lato, i presunti criminali/terroristi, uccisi in assenza, spesso, di una guerra formalmente dichiarata e “condannati” senza un regolare processo (vale la regola del “trust us”), colpiti, quasi sempre, non nell’immediatezza di uno o più fatti criminosi loro ascrivibili ma a distanza (anche notevole) di tempo. Tra le recenti uccisioni mirate, una tra le più discusse, in termini di liceità, è stata quella del generale iraniano Qasem Suleimani, avvenuta a Baghdad, in Iraq, il 3 gennaio 2020.
Dall’altra, i civili innocenti che, in effetti, rappresentano l’effetto collaterale per eccellenza, sia che ne sia ucciso uno, sia che ne siano uccisi dieci o venti o di più.
Quando ciò accade, quel che si considera è, come già accennato, se il “sangue versato” sia proporzionale al vantaggio “militare” conseguito dall’azione compiuta attraverso il drone.
Ma vi sono da considerare anche le conseguenze che, questo nuovo o, meglio, diverso, modo di condurre un attacco (quasi si agisse in un videogame ed il posto di combattimento fosse una playstation), produce, quando ripetuto nel tempo, sugli stessi piloti di APR, nei quali si sviluppano delle vere e proprie patologie psichiche, come denunciatoda diversi studi.
Per quanto riguarda, invece, le organizzazioni non governative, la loro polemica nasce dal fatto che, secondo alcune statistiche, a fronte di pochi bersagli “veri”- alias terroristi- si conterebbero, ogni volta, diverse vittime civili.
Non mi sento di discutere simili numeri, perché è vero che degli “effetti collaterali”, come detto, sono sempre possibili, e, per quanto cinica possa sembrare l’affermazione, prevedere delle morti di civili a fronte di una azione militare necessaria, condotta con proporzionalità ed idonei mezzi e metodi di combattimento, volta a conseguire un preciso ed importante vantaggio militare, è nella drammatica natura dei conflitti.
È altrettanto vero, chiaramente, che, al di fuori di questi parametri, tali uccisioni potrebbero benissimo essere considerate dei crimini di guerra, alla luce di quanto previsto dall’art. 8 dello Statuto della Corte penale Internazionale, secondo cui è vietato il lanciare deliberatamente attacchi nella consapevolezza che gli stessi possano causare perdite di vite umane, lesioni alla popolazione civile o danni a proprietà di civili.
Sotto questo profilo, peraltro, emerge il contrasto tra il diritto dei cittadini alla trasparenza dell’azione amministrativa e la segretezza di Stato, cui spesso si appellano i governi: problematica su cui, naturalmente, già da tempo si discute e sulla quale è difficile trovare il giusto bilanciamento.
Negli Stati Uniti, ad esempio, non sono mancati i casi in cui, a seguito di alcuni omicidi mirati da essi condotti, le controparti (familiari delle vittime, per lo più) abbiano adito le vie giudiziarie affinché vi fosse un vaglio sulla legittimità o meno dei suddetti, ma il governo si è sempre appellato alla dottrina della sicurezza nazionale e dell’atto politico (political question doctrine) per sostenere, vittoriosamente, che i casi in questione portati all'attenzione dei tribunali non fossero sindacabili e “giustiziabili”.
La stessa Corte Suprema Israeliana, nell’affermare, in più di un'occasione, la legittimità dei targeted killings, ha altresì riconosciuto che, la stessa, vada però accertata caso per caso, valutando il rispetto dei criteri stabiliti dal diritto internazionale più sopra detti, con una indagine accurata ed imparziale, soprattutto quando, ad essere coinvolti, possano essere (stati), a vario titolo, anche dei civili. Ma, nella pratica, rimangono i dubbi, alimentati soprattutto da alcune associazioni a tutela dei diritti umani e centri di ricerca che, effettivamente, ciò sia (sempre) avvenuto.
Il drone Heron TP delle forze di difesa israeliane - Sputnik Italia, 1920, 26.07.2020
Drone israeliano precipita in Libano
In Italia, vi sono certamente degli strumenti che, in materia di droni e loro utilizzo, possono avere un rilievo importante (oltre allo “strumento” della pubblicazione di atti e documenti, specialmente sui vari siti istituzionali, vi sono le leggi sul c.d. accesso civico, istituito nel 2014, e sull’accesso, appunto, agli atti amministrativi, regolato sin dagli anni 90), ma anche qui, naturalmente, il diritto di accesso non può essere garantito sempre e vi sono dei casi in cui, a tutela di determinati interessi (quelli collegati, cioè, alla sicurezza e alla difesa nazionale, all'esercizio della sovranità nazionale e alla continuità e alla correttezza delle relazioni internazionali), la pubblica amministrazione può rifiutare l’ostensione della documentazione: è accaduto, ad esempio, quando, nel 2017, il Centro Europeo per i Diritti Umani e Costituzionali (ECCHR), aveva chiesto l’accesso agli atti sia al Ministero della Difesa (Comando dell’Aeronautica militare) che al Garante della Trasparenza Amministrativa dello stesso Ministero, per avere informazioni sulle autorizzazioni e concessioni che, tra l’altro, avevano consentito alle Forze Armate U.S.A., di poter impiegare Aeromobili a Pilotaggio Remoto, armati e non, nella base di Sigonella, in Sicilia (a tale richiesta seguì, per l’appunto, un rifiuto motivato con il “segreto di Stato” da parte delle Amministrazioni, cui seguì un contenzioso giudiziario).
Ora, in un caso come quello poc’anzi accennato, se, per un verso, può certamente essere comprensibile il divieto di ostensione di determinati documenti, per motivi di segretezza, per altro verso, invece, non può ignorarsi il dovere di trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica, visti gli interessi e le conseguenze (reali e/o potenziali) sottese ad una importante tematica come quella in discussione: si pensi, ad esempio, generalmente parlando, al caso in cui venisse contestato ad uno Stato l’appoggio, e quindi l’eventuale concorso, in una ipotetica missione statunitense che, partita da una base del primo (Stato), e diretta in uno Stato terzo, per l’uccisione di un presunto terrorista, sfociasse poi anche in una uccisione accidentale di civili.
È quel che è accaduto, per arrivare ad un caso concreto, con la Germania, la cui base di Ramstein, costituisce un importante crocevia per le missioni dei droni statunitensi.
Altro aspetto, al riguardo, è costituito dai c.d. whistleblower (sempre negli Stati Uniti, ad esempio, sono in diversi- spesso funzionari di Stato o ex piloti- ad aver denunciato una realtà diversa, certamente in peius, circa le operazioni condotte con i droni dal loro governo) ma questa è altra storia, che dovrebbe richiedere, pure, una attenta indagine, caso per caso.
Drone militare - Sputnik Italia, 1920, 06.09.2021
L’Italia armerà i suoi droni per competere sui nuovi teatri internazionali
-L’Italia ha iniziato ad armarsi di droni dal 2015, sulla scia dell’alleato USA che li importava nel Paese per piazzarli nelle basi militari come quella di Sigonella, da Lei ricordata, da cui partono velivoli diretti in Libia, in Somalia e in tutta l’Africa Subsahariana. E ora la Difesa italiana ha dato l'ok all'investimento di 168 milioni per armare i Reaper in dotazione alle forze armate. Sono però i modelli usati dagli Stati Uniti in Afghanistan e queste armi hanno causato numerose vittime tra i civili. Come giudica questa notizia?
-Tralasciando pensieri di un mondo senza conflitti e senza armi (a tutti noi piacerebbe, ma la realtà è, purtroppo, altra cosa), penso che sia una svolta importante e positiva. Della questione, d’altronde, se ne era già interessato il governo Berlusconi che, nel 2010, in piena campagna contro i talebani, aveva chiesto a Washington l’autorizzazione ad armare i droni italiani ed acquistare gli apparati guida, salvo poi riceverne risposta negativa perché il sistema era considerato top secret; successivamente, nel 2015, l’Italia aveva rinnovato la richiesta, ottenendo, questa volta, il via libera del governo americano.
Ed ora, il fatto che, evidentemente, si sia giunti ad un punto di svolta, lo si legge (quasi) a chiare lettere nelDocumento Programmatico Pluriennale 2021-2023 del ministero della Difesa: tra i programmi lì riportati, infatti, è incluso quello riguardante l’“Aggiornamento del payload MQ-9”, dove MQ-9è, per l’appunto, la sigla che indica i droni Reaper. Chiara la finalità:
In particolare, il velivolo - continua il documento in questione - garantirà incrementati livelli sicurezza e protezione nell’ambito di missioni di scorta convogli, rendendo disponibile una flessibile capacità di difesa esprimibile dall’aria. Introdurrà, inoltre, una nuova opzione di protezione sia diretta alle forze sul terreno che a vantaggio di dispositivi aerei durante operazioni ad elevata intensità/valenza”.
Al momento, comunque, gli APR in dotazione al 32° stormo della nostra Aeronautica militare, di stanza ad Amendola (appartenenti alla categoria Male- Medium Altitude Long Endurance-, Mq-1A Predator e Mq-9 Reaper), impiegati in vari teatri operativi, tra cui Iraq, Afghanistan, Libia e Kuwait (per le operazioni contro l’Isis in Iraq) non sono armati ed hanno compiti di sorveglianza e ricognizione: il loro utilizzo in teatro operativo, riguardo i vantaggi di tal tipo di tecnologia, ha consentito a numerosi convogli di non saltare sulle mine o di non cadere in imboscate.
Il fatto che ora si sia deciso di armarli, permetterà al personale impiegato a terra di lavorare con maggior sicurezza potendo contare, la rispettiva linea di comando, su una fondamentale opzione per neutralizzare eventuali minacce prima che queste possano manifestarsi.
Quanto alle armi di cui i nostri APR saranno dotati (verranno anche integrati nuovi apparati per la guerra elettronica che consentiranno di operare in scenari “a più alto contrasto militare”), non è ancora nota la relativa tipologia: in linea generale, un Mq-9 Reaper può portare carichi bellici fino a 1400 kg.
Normalmente si tratta di una combinazione di:
4 missili aria-terra Agm-114 Hellfire cui si aggiungono alternativamente
2 bombe a guida laser da 230 kg GBU-12 Paveway II
2 bombe a guida Gps GPU 38 Jdam dello stesso peso
Sia nel caso dei missili che delle bombe, si tratta di armamento di estrema precisione idoneo a centrare obiettivi specifici, sia in movimento (carri armati, blindati, pick-up e veicoli in genere), sia statici (edifici, bunker, ricoveri di vario tipo).
Le Forze Armate italiane hanno (ed hanno sempre avuto) una sensibilità elevata nel rispetto della normativa internazionale: il problema, semmai, può nascere sotto il versante politico. Occorre un serio e qualificato dibattito che possa portare ad un punto di vista uniforme non solo a livello nazionale ma, quantomeno, europeo.
-Secondo il rapporto di Milex, “la detenzione di droni armati implicherebbe dal punto di vista tecnico e politico una flessibilità di impiego bellico infinitamente maggiore rispetto ai tradizionali cacciabombardieri pilotati, che comporterebbe una rivoluzione copernicana della postura militare italiana”. È così? Qual è la Sua lettura di questa interpretazione?
-La decisione del ministero della Difesa italiano è plausibile che derivi dal mutamento degli scenari globali e dall’emergere di un quadro sempre più complesso di minacce e del relativo modo di affrontarle, in un contesto caratterizzato da una rinnovata competizione militare tra gli Stati, molti dei quali hanno anch’essi “cambiato postura”, e che, oltre ai domini e alle modalità tradizionali, si esprime con caratteristiche tecnologicamente sempre più evolute anche in dimensioni c.d. emergenti, quali il dominio spaziale e quello cibernetico.
Certamente, tale scelta si pone nel solco di una politica volta a riposizionare l’Italia nello scenario internazionale, all’interno del quale l’Italia può e deve giocare un ruolo importante, anche in considerazione di un sano interesse nazionale che la vede impegnata, in particolar modo, nella direttrice strategica del “Mediterraneo Allargato”, l’area che, per quanto la riguarda, è quella di maggior interesse strategico.
Come già accennato, però, quel che occorre, oggi più che mai, ed anche alla luce delle considerazioni fin qui svolte, oltre che dei dibattiti che si sono riaccesi, all’indomani della drammatica ritirata dall’Afghanistan, sulla necessità di un esercito europeo e, prima ancora, di una politica estera (oltre che di Difesa e Sicurezza) dell’Unione, è proprio una visione comune anche su questa tematica, pure nell’ottica di un suo nuovo posizionamento nei rapporti con la Nato.
-Nel frattempo il progetto del ministero della Difesa solleva interrogativi a livello politico: il M5s esprime "perplessità", Leu "preoccupazione", il Pd assicura che "il tema deve tornare in commissione Difesa". Quindi, è tutto ancora da definire?
-La questione è certamente importante e complessa, e merita il doveroso e necessario dibattito che, naturalmente, deve passare al vaglio delle aule parlamentari, come previsto, peraltro, dalla normativa al riguardo e, in particolare, dall’art. 536 del Codice dell’Ordinamento Militare, ed è in quella sede, dunque, che le forze politiche potranno far valere le proprie critiche e proposte.
L’auspicio è che, sempre e comunque, si tenga conto, mutatis mutandis, di quel che auspicava S. Agostino che, parafrasandolo, anelava ad un diritto che “insegna ad essere umani anche facendo la guerra”.
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