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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Shafqat Ali Khan: staremo a vedere se i talebani manterranno le loro promesse

© AP Photo / Hussein SayedDelegazione talebani
Delegazione talebani - Sputnik Italia, 1920, 11.09.2021
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Gli interessi di Islamabad e Mosca sulla risoluzione della situazione in Afghanistan coincidono. Le parti, ove necessario, sono disposte ad attivare la collaborazione in ambito di sicurezza e di contrasto al narcotraffico, ha dichiarato Shafqat Ali Khan, ambasciatore pakistano in Russia.
Nell’intervista rilasciata a Sputnik l’ambasciatore ha affrontato diversi temi: la capacità ricettiva di altri migranti afghani in Pakistan, l’impatto del conflitto sui progetti imprenditoriali di Pakistan e Russia, le prospettive del gasdotto TAPI e l’eventuale sottoscrizione del contratto di produzione dello Sputnik V in Pakistan.
— La situazione in Afghanistan e gli scontri in Panjshir sono al centro dell’attenzione in tutto il mondo. Per il Pakistan, Paese confinante, si tratta di notizie molto importanti. A Suo parere, come si potrà eventualmente risolvere la crisi nel Paese e in che modo il Pakistan si potrà coordinare con la Russia per la risoluzione delle criticità in essere a livello regionale?
— L'Afghanistan è stato, nel corso degli ultimi decenni, una nazione instabile. Tuttavia, la rapidità con cui è caduto il governo del presidente Ghani ha sorpreso tutti, persino i talebani*. Nessuno si aspettava un crollo così repentino. Questo non ha fatto altro che complicare la situazione. Oggi la priorità è assicurarsi che vi sia qualcuno che ha a cuore il destino del Paese e sia pronto a rispondere per esso, poi ci si occuperà dei dibattiti politici e di creare un governo. Parallelamente, opera la comunità internazionale (Russia e Pakistan inclusi), che è stata impegnata con l’evacuazione dal Paese dei cittadini internazionali, e non solo, nelle ultime due settimane, rilasciando visti o permessi di ingresso. La situazione era piuttosto caotica e sicuramente un passaggio di consegne ordinato avrebbe potuto evitare molte vittime e tragedia.
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Oggi termina la prima fase d'evacuazione di chi voleva lasciare l’Afghanistan e ci approcciamo alla seconda fase, durante la quale dovremmo capire cosa ne sarà del Paese. In tal senso fondamentale è il fatto che i talebani stanno effettivamente controllando il Paese. Ma come lo controllano? Abbiamo sentito dichiarazioni positive sul rispetto dei diritti e delle libertà, sul riconoscimento della complessità della comunità afghana, composto da una pluralità di gruppi etnici. I talebani si sono altresì detti interessati a costituire un governo inclusivo, che dia rappresentanza a tutti. Questo aspetto è di fondamentale importanza. Infatti, un solo gruppo non riuscirà a controllare il Paese per molto tempo.
Alla luce di questo, per tutte le nazioni e, in particolare, per quelle afferenti alla regione (Pakistan, Russia, Cina e Iran) rimane vitale il tema del contrasto al terrorismo. Continuiamo a monitorare e combattere l’ISIS*, durante alcune operazioni speciali li abbiamo espulsi dal Pakistan, ma sono poi finiti nel vicino Afghanistan. Sul tema notiamo apertura da parte dei talebani e siamo contenti del fatto che i talebani non intendano lasciare che l’Afghanistan diventi un rifugio per i terroristi o che il Paese venga utilizzato per attaccare altre nazioni. Il problema del terrorismo è strettamente legato a quello del narcotraffico, in quanto la tratta degli stupefacenti passa, tra l’altro, anche per il Pakistan. Dunque, per il momento, i talebani si dimostrano a parole impegnati. Bisognerà capire poi se questi intenti delle nuove autorità dell’Afghanistan troveranno applicazione concreta. Comprendiamo che la situazione è caotica e che ci saranno proteste, ma alla fine si dovrà arrivare a discutere della creazione di un governo e della reggenza del Paese.
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Qui si inserisce il tema degli aiuti, questione ben nota anche alla Russia. Non è possibile semplicemente programmare sforzi e richiederne l’inappellabile applicazione, poiché questo non dà alcun contributo fattivo. C’è una nazione di diversi milioni di abitanti con cui bisogna collaborare. È giunto il momento in cui porre fine alle sofferenze e scrivere un nuovo capitolo. Gli aiuti in questo senso sono fondamentali.

I vari punti che ho toccato fin qui sono tra loro interconnessi: il terrorismo prospera nel caos, pertanto è nel nostro interesse garantire la stabilità in Afghanistan. A tal fine, sono già all’opera diverse piattaforme di dialogo, ma una delle più concrete al momento è la cosiddetta troika allargata, entro i confini della quale intratteniamo un’eccellente collaborazione con la Russia grande alla comunanza di interessi e obiettivi. Questo buon rapporto è stato creato grazie all’evoluzione delle nostre relazioni bilaterali nel corso degli ultimi decenni. Il rapporto di fiducia che abbiamo costruito ci consente oggi di collaborare su un tema come l’Afghanistan: se ci sarà una crisi, saremo in grado di coordinare i nostri sforzi.

— La collaborazione con Mosca nel contrasto al narcotraffico e al terrorismo sarà intensificata alla luce dell’aumento delle minacce potenzialmente derivanti dall’Afghanistan?
— Certo! La nostra collaborazione si articola su più livelli: diplomatico, politico, dei servizi segreti. I nostri canali di comunicazione sono consolidati e la collaborazione è particolarmente fruttuosa. Se vi fosse la necessità, sarebbe assolutamente naturale intensificare sia i contatti sia il nostro partenariato.
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— Nell’ambito dell’incontro di questa “troyka”allargata, la cui riunione a Kabul è stata annunciata in un’intervista a Sputnik dal viceministro russo degli Esteri Igor Morgulov, saranno discussi i temi della sicurezza, del contrasto al terrorismo e dei profughi?
— Il formato della “troyka” allargata è un meccanismo di coordinamento tra 4 nazioni: Russia, USA, Cina e Pakistan. Durante questi incontri si affronteranno i temi più diversi, relativi alla risoluzione della questione afghana. Ma vorrei sottolineare che questi vari temi sono tra loro strettamente interconnessi e non posso essere dimenticati. La realtà, dopotutto, è assai complessa. Pertanto la discussione non avrà limiti di tema. Al momento Kabul sta vivendo la nuova realtà che si è venuta a creare dopo il crollo del governo Ghani, sarà quindi necessario risolvere le criticità che si sono presentate dopo la conclusione delle procedure di evacuazione. Tuttavia, al momento non sono in grado di dire quando si terrà il prossimo incontro e quale sarà il suo ordine del giorno.
— Oggi il Pakistan è pronto ad accogliere più migranti oppure le frontiere sono chiuse?

— Credo sia importante constatare che il Pakistan, in tutti questi anni, ha accolto il maggior numero di migranti dal vicino Afghanistan. E praticamente sempre abbiamo soddisfatto le loro esigenze a partire dalle nostre risorse, sebbene siamo un Paese in via di sviluppo. Altrettanto importante è sottolineare che non tratteniamo i migranti in campi dedicati: i bambini dei migranti, infatti, possono studiare nelle scuole locali insieme agli altri bambini, i migranti usufruiscono dei principali servizi comunali e si possono spostare nel Paese senza restrizioni.

Un’altra questione riguarda la regolamentazione delle procedure di attraversamento dei confini. Abbiamo proposto varie alternative al precedente governo di Kabul, tra cui una gestione congiunta del tema o ancora l’adozione di passaporti biometrici, ma tutte le proposte sono state rigettate. E solo dopo questi dinieghi abbiamo cominciato a erigere muri sul confine e speriamo che presto questo processo volga al termine. Al momento, l’attraversamento del confine è consentito unicamente in determinati punti. Mentre prima dell’attuale crisi erano circa 55.000 le persone che transitavano sul confine dall’Afghanistan al Pakistan e viceversa. Oggi soltanto i detentori di visto hanno il diritto di ingresso. Vorremmo anche accoglierne di più, ma ne abbiamo già 4 milioni. Continueremo comunque a monitorare lo sviluppo della situazione e tentare di fornire il nostro contributo per la risoluzione delle criticità.
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Un altro aspetto relativo ai migranti afghani: probabilmente non si fermeranno in Pakistan o in Iran, ma si dirigeranno verso l’Asia centrale e l’Europa. E questo potrebbe causare altri problemi. Ma l’intento finale deve essere il superamento della crisi in Afghanistan. Se conseguiremo la stabilità nel Paese, in pochi vorranno lasciare l’Afghanistan. Dunque, ora ci stiamo concentrando di più non tanto sull’accogliere migranti, ma sul ristabilire gli equilibri in Afghanistan per porre fine alla crisi umanitaria.
— Chiederete agli USA, vostro partner di lunga data, di ridurre la pressione economica esercitata sulle attuali autorità afghane per contribuire così alla risoluzione di questa crisi umanitaria?
— Per indirizzare al meglio gli aiuti, è necessario che in Afghanistan vi sia qualcuno a cui dare questi aiuti. E con questo intendo un governo incluso e capace. La questione degli aiuti umanitari si farà sempre più complessa tanto più si avvicinerà la stagione invernale. La gravità della situazione viene compresa da tutti i Paesi complessi e di questo ne sono consapevoli anche i miei colleghi russi. È necessario unire tutti i nostri sforzi per aiutare il Paese e la sua transizione verso la pace.
— In merito alla ripresa e agli sforzi congiunti i talebani hanno dichiarato di essere interessati alla costruzione del gasdotto TAPI (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India). A Suo parere è possibile che il gasdotto venga ultimato durante il governo delle nuove autorità afghane?
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— Questo è un progetto vantaggioso per tutti: dai committenti ai consumatori. Ci siamo sempre posti in favore del progetto. Il nostro Paese, così come l’intera regione, è un grandissimo consumatore di energia in quanto si tratta di una nazione in via di sviluppo. Dunque, plaudiamo alla loro intenzione di contribuire al progetto. Ma direi che si tratta di una questione di lungo periodo: infatti, al momento non vi è stabilità politica, non esiste un governo. Tuttavia, siamo molto interessati al progetto e aspetteremo con impazienza che si creino le condizioni propizie per procedere. Sarà difficile, infatti, trovare un progetto altrettanto positivo in grado di coinvolgere così tanti player di valore. Non appena saranno risolte tutte le questioni di natura politica, sono convinto che cominceranno le discussioni sul tema.
— Se a tendere la situazione nella regione si stabilizzerà, Lei prevede un miglioramento della collaborazione economica tra Pakistan e Russia e un maggiore coinvolgimento delle imprese russe?
— Chiaramente, sì. Le relazioni con la Russia sono una delle nostre principali priorità politiche. E intendiamo sviluppare la collaborazione economica con la Russia su tutti i fronti. La Russia, infatti, vanta competenze di grande rilievo nel settore energetico, della costruzione delle infrastrutture, nel comparto estrattivo e metallurgico. Noi, come ambasciata, stiamo affrontando il problema della mancanza di informazioni da parte delle imprese e questo è un problema di lunga data. Ma comunque non possiamo “costringere” nessuno a investire. Tuttavia, stiamo profondendo il maggior numero di sforzi per superare questi ostacoli. Per la fine dell’anno è prevista una seduta della commissione intergovernativa per discutere dei provvedimenti comuni da adottare in questo senso.
Ma c’è un’altra questione importante: la costruzione del gasdotto Pakistan Stream da Karachi a Lahore. Dopo molti anni di trattative siamo giunti alla sottoscrizione di un accordo e da allora abbiamo registrato significativi progressi: si sono tenute varie consultazioni in cui sono state discusse questioni anche di natura finanziaria. Non appena saranno definiti gli ultimi dettagli, aspetteremo l’avvio della costruzione. Questo, a mio parere, avrà un impatto significativo sui futuri investimenti: infatti, le prime grandi società faranno da apripista per le altre e costituiranno un punto di partenza per intensificare la nostra collaborazione economica.
La vacuna rusa contra coronavirus Sputnik V - Sputnik Italia, 1920, 24.01.2021
Pakistan ha approvato l'uso del vaccino russo Sputnik V
— I nostri Paesi stanno sviluppando attivamente la collaborazione anche in ambito sanitario: state trattando le nuove forniture di Sputnik V?
— Anzitutto vorrei sottolineare che la nostra ambasciata è stata una delle prime a Mosca a vaccinarsi con lo Sputnik e con risultati molto positivi. Inoltre, ci tengo a dire che il vaccino russo Sputnik è stato in una certa misura vittima del proprio successo, in quanto tutti vogliono comprarlo. Il Pakistan è da tempo che si dice interessato, ma abbiamo dovuto attendere il nostro turno, in quanto la produzione è limitata e le richieste sono moltissime. Inoltre, noi non abbiamo imposto un lockdown generalizzato, ma abbiamo agito localmente con buoni risultati. Ma, nel raggiungere questi, la vaccinazione ha svolto un ruolo cruciale. I primi lotti di vaccino li abbiamo ricevuti dai nostri partner cinesi, poi grazie al programma COVAX abbiamo ricevuto dosi di Pfizer e Moderna. Per le forniture di Sputnik, che, lo ribadisco, ci è interessato sin dall’inizio, è servito del tempo. Ma sono lieto di annunciare che proprio la scorsa settimana abbiamo ricevuto il primo lotto con 1 milione di dosi. E siamo intenzionati ad acquistarne ancora: infatti, necessitiamo di circa 10 milioni di dosi. Ma non possiamo vaccinare la popolazione di un Paese così grande (oltre 200 milioni di persone) soltanto grazie a vaccini acquistati. E per questo vorremmo passare alla produzione in loco. Sul tema si stanno ancora tenendo diverse discussioni. La Russia dispone delle competenze scientifiche e di un vaccino dagli ottimi risultati. Quindi, questo settore potrebbe diventare l’ennesimo ambito di collaborazione tra i nostri due Paesi.
— Se torniamo invece alla collaborazione economica tra Mosca e Islamabad, si leggono valutazioni di esperti secondo le quali lo sviluppo di tale collaborazione potrebbe in qualche modo ostacolare gli interessi che la Cina ha nella regione. A Suo parere, è vero che Russia e Cina potrebbero avere un conflitto di interessi in Pakistan?
— No. Non vedo casi in cui si sia verificato un evento simile. Gli investimenti cinesi in Pakistan si limitano al cosiddetto Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC). La Russia non partecipa a nessuno dei progetti del Corridoio, pertanto non sussiste alcun conflitto. Questo è un primo punto. In secondo luogo, la Russia è un importante presenza a livello regionale e intrattiene ottime relazioni con la Cina. Noi diciamo sempre ai partner russi di non considerare gli investimenti cinesi da un punto di vista geopolitico, ma da uno meramente economico. Dopotutto, quando il Pakistan era in crisi, gli investitori occidentali non hanno investito su di noi, mentre la Cina lo ha fatto, sia nel settore energetico sia in quello infrastrutturale. Pertanto, non possiamo parlare di gioco a somma zero. Non credo possa sorgere alcuna criticità tra Russia e Cina in Pakistan sugli investimenti.
— In merito alla sicurezza e alla collaborazione tra Mosca e Islamabad, i due Paesi hanno già profuso alcuni sforzi congiunti, in particolare nel Pakistan settentrionale. L’escalation del conflitto in Afghanistan ostacolerà o meno questi progetti?
— Non li ostacolerà, perché le parti continueranno a collaborare. E nel complesso vediamo che i nostri contatti militari si stanno sviluppando con esito positivo: quest’anno, nonostante la pandemia, oltre 250 militari pakistani hanno visitato la Russia, dove hanno frequentato addestramenti, seminari e lezioni. Il Pakistan è uno dei pochi Paesi ad aver partecipato alla parata marittima di San Pietroburgo nel luglio del 2021. E sono lieto di annunciare che quest’autunno in Russia si terrà la Sesta edizione degli addestramenti militari congiunti russo-pakistani Druzhba. La prossima edizione si terrà invece in Pakistan. I nostri ufficiali continuano a visitare la Russia per lunghi periodi di addestramento. Questa è la prova della fruttuosa collaborazione in questo ambito e della crescente fiducia che i nostri Ministeri della Difesa ripongono vicendevolmente.
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Esercitazioni militari nel mar Arabico, Russia e Pakistan insieme per il contrasto ai pirati
— In Asia meridionale è in corso un’altra crisi che ora, per via della situazione in Afghanistan, è passata in secondo piano, ma proprio per il “fattore afghano” potrebbe riproporsi con rinnovata forza. Sto parlando della questione del Kashmir. A Suo avviso, c’è il rischio che i terroristi afghani possano penetrare nel Kashmir e provocare un peggioramento della situazione?
— La situazione in Kashmir al momento è esplosiva, poiché si tratta di una pletora di crisi tutte insieme. La più grave è quella umanitaria, che è legata alla violazione dei diritti umani da parte dell’India. Questa nazione, infatti, tiene in scacco quasi l’intera regione, applica leggi draconiane, i cittadini vengono continuamente arrestati e uccisi. L’India dichiara di essere una grande democrazia, ma per un anno le scuole nella regione sono state chiuse e non per il coronavirus. La popolazione non poteva commiatarsi dai propri cari defunti al cimitero, sempre per via delle leggi draconiane. Un secondo elemento riguarda la sicurezza: l’operato aggressivo dell’India potrebbe causare una nuova crisi tra le nazioni vicine, le quali detengono un arsenale nucleare. E in terzo luogo non va dimenticata la questione più squisitamente giuridica, che è all’ordine del giorno del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Vorremmo costruire una pace fondata sui principi del diritto internazionale, ma allora dovremmo ignorare ciò che succede in Kashmir. L’India non può semplicemente eliminare l’intera popolazione della regione, ignorarla, zittire l’opposizione. Sono problemi che vanno risolti. E l’India deve tornare a sedersi al tavolo delle trattative con un atteggiamento positivo e propositivo.
Tornando invece alla questione dell’impatto che il “fattore afghano” potrebbe avere sul terrorismo in Kashmir, credo che nella regione il terrorismo sia di stampo governativo: è ciò che fa l’India ad esserlo.
— Adesso però ci riferiamo al fattore ISIS. Probabilmente a entrambi i Paesi, di fronte a una minaccia simile, converrebbe cominciare a collaborare, per prevenire che si presenti lo scenario peggiore?
— Certo! E spero che sia così. Noi siamo aperti al dialogo, ma vogliamo che ci sia un dialogo onesto. Il processo deve ancora essere avviato e, per farlo, non possiamo darci delle scadenze fittizie. Vogliamo risolvere la crisi del Kashmir in maniera pacifica, siamo aperti in tal senso e speriamo che i nostri colleghi indiani ricevano il segnale. Ma ad oggi gli indiani sembrano che vogliano ignorare la necessità di un loro cambio di approccio nella regione. Devono comprendere che una risoluzione pacifica del conflitto è vantaggiosa per tutti. Non appena la crisi sarà risolta, la regione comincerà a prosperare.
*Organizzazioni terroristiche estremiste illegali in Russia ed in altri Paesi.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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