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COVID-19, chi ha più probabilità di ammalarsi durante la prossima ondata?

© Sputnik . Vladimir Astapkovich / Vai alla galleria fotograficaMedici ed un paziente
Medici ed un paziente - Sputnik Italia, 1920, 11.09.2021
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Patologie croniche, come quelle cardiovascolari o il diabete mellito, incrementano le probabilità di sviluppare forme gravi di COVID-19. Analogamente, influiscono anche la predisposizione genetica, il sesso e l’appartenenza etnica. Un ruolo importante potrebbe altresì essere svolto dallo stile di vita. Vediamo insieme come.

Il virus ama gli ubriachi

Gli amanti del buon vino si ammalano di COVID-19 due volte più frequentemente rispetto a chi beve con moderazione o a chi non beve affatto. Inoltre, chi tende a bere di più presenta sintomi poco gradevoli dell’infezione da coronavirus. Questo è quanto hanno concluso gli scienziati dell’Università dell’Indiana a Bloomington, i quali hanno analizzato i dati relativi a oltre 1.000 soggetti. Oggi i risultati dello studio sono accessibili sul sito di preprint medRxiv e devono essere validati.
Una bottiglia di vino - Sputnik Italia, 1920, 01.02.2021
Un bicchiere di vino al giorno? Le conseguenze dell'alcol sulla salute
L’età media dei volontari era di 20 anni. All’inizio delle osservazioni, nessuno si era ammalato di COVID.

Inizialmente gli esperti hanno testato i volontari su quanto questi ultimi fossero dipendenti dall’alcol. I ricercatori hanno valutato la quantità e la frequenza di assunzione dell’alcol da parte dei volontari, la capacità di questi ultimi di fermarsi in tempo e di controllarsi quando in stato di ebbrezza. Alla fine, circa un terzo dei volontari è rientrato nel gruppo di coloro che abusano di alcol, mentre altri 810 sono rientrati in quello dei sobri.

Nei mesi successivi, 44 test PCR al SARS-CoV-2 sono risultati positivi. Di questi, 23 appartenevano al gruppo dei sobri e 21 a quello degli amanti del vino. Il primo gruppo era composto da 810 persone, il secondo da 409. Quindi, i membri del secondo gruppo si sono contagiati ben 1,89 volte in più rispetto agli altri, secondo lo studio. E gli amanti del vino hanno evidenziato sintomi spiacevoli della patologia nel 18% in più dei casi. I sintomi, nello specifico, erano perdita dell’olfatto, mal di testa, palpitazioni e tosse.
Questi dati possono essere dovuti a motivazioni di natura sia sociale sia fisiologica, secondo i ricercatori. Da un lato, i soggetti ubriachi sono di norma meno attenti e bypassano le norme di contenimento della pandemia: non indossano guanti e mascherine, non mantengono il distanziamento sociale. Dall’altro lato, sappiamo che anche piccole dosi di alcol indeboliscono il sistema immunitario, rendendo il soggetto più vulnerabile di fronte a virus e batteri.
Il ventilatore polmonare HAMILTON-T1 nell'ospedale da campo a Bergamo. - Sputnik Italia, 1920, 16.06.2021
Ricercatori hanno valutato chi è a rischio di contrarre più volte il Covid-19

Il COVID del fumatore

Non soltanto le sigarette tradizionali, ma anche quelle elettroniche incrementano sensibilmente la probabilità di contagio, spiegano i ricercatori dell’Università della Carolina del Nord. Per diverse settimane, gli scienziati hanno studiato in che modo le cellule polmonari di alcuni soggetti consumatori di sigarette tradizionali ed elettroniche e di soggetti non fumatori interagiscono con le particelle virali.
È emerso che l’estratto del fumo da tabacco e il liquido delle sigarette elettroniche aumentano la quantità di ricettori ACE2 sulla superficie cellulare e all’interno dei tessuti. Queste molecole ricettrici sono proprio quelle che consentono l’accesso al coronavirus.
Курящая обезьяна в зоопарке Пхеньяна, КНДР - Sputnik Italia, 1920, 18.11.2020
I biologi scoprono perché i fumatori possono avere conseguenze più gravi ammalandosi di COVID-19
Come stimato dagli autori dello studio, il SARS-CoV-2 finisce nei polmoni dei fumatori in media il 20% più frequentemente rispetto ai non fumatori.
E sebbene questi risultati siano ancora da validare, risultati analoghi si riscontrano anche in studi pubblicati su altre autorevoli riviste scientifiche. Ad esempio, nell’agosto dello scorso anno, i ricercatori del dipartimento di Medicina dell’Università di Stanford e dell’Università della California di San Francisco hanno evidenziato il legato tra un rischio maggiorato di contagio da coronavirus e l’utilizzo della sigaretta elettronica. Secondo le loro stime, la probabilità di ammalarsi di COVID è di 5-7 volte maggiore nei consumatori di sigarette elettroniche, rispetto ai non fumatori. Di norma, i fumatori si ammalano più a lungo e in maniera più grave.

Inoltre, vi sono dati a supporto del fatto che il fumo riduce sensibilmente l’efficacia dei vaccini a RNA contro il COVID. Dopo due dosi di vaccino, nel sangue dei fumatori la concentrazione di anticorpi IgG era molto meno rispetto ai valori normali. E questi valori erano indipendenti rispetto al sesso dei soggetti testati.

I ricercatori sostengono che, se prima e dopo la vaccinazione si evita di fumare, l’efficacia del vaccino aumenti.

Mangiare all’occidentale

Secondo i ricercatori dei National Institutes of Health statunitensi, i soggetti che consumano alimenti ad alto contenuti di grassi e zucchero si ammalano di forme più lunghe e gravi di COVID.
Per alcune settimane, i ricercatori hanno soministrato alle cavie del cibo che, per la sua composizione, era simile alla cosiddetta “dieta occidentale”, ossia presentava un'elevata concentrazione di sale, grassi, zucchero e fritto. Gli animali del gruppo di controllo, invece, erano nutriti con del cibo, per loro, standard. I ricercatori hanno poi provato a infettare tutte le cavie con il SARS-CoV-2.
Fucus, alga - Sputnik Italia, 1920, 07.10.2020
Ecco come dovrà essere il cibo del futuro
Subito dopo, alcuni esemplari del gruppo con la dieta squilibrata si sono ammalati di COVID-19 in forma grave. Hanno perso circa il 20% del loro peso e ci hanno messo più tempo, rispetto ai loro pari, a riprendersi (in media, 3 settimane invece di 2). Inoltre, in questi esemplari sono stati molto colpiti i polmoni, si sono creati diversi microtrombi e si sono verificati emorragie interne.
Non sono state rilevate divergenze significative nel funzionamento del sistema immunitario tra le cavie con la dieta “all’occidentale” e quelle del gruppo di controllo. Inoltre, prima del contagio indotto, le cavie che poi si sono ammalate in maniera grave non avevano diagnosi di obesità o diabete di tipo II, patologie che solitamente complicano il decorso dell’infezione da coronavirus.
Ciò significa, secondo gli autori dello studio, che la “dieta occidentale” potrebbe essere legata a un processo di riproduzione dell’agente patogeno all’interno dell’organismo. Le modalità di attuazione del processo vanno ancora acclarate.
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