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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Battaglia nel Panjshir, mentre a Kabul nasce il governo talebano

© SputnikValle del Panjshir
Valle del Panjshir - Sputnik Italia, 1920, 08.09.2021
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In Afghanistan sono giorni importanti. La vicenda del rimpatrio di massa degli occidentali e dei loro collaboratori si è ormai conclusa e, negli Stati Uniti, il presidente Biden ha definito l’intera operazione un successo – forte delle oltre 120mila persone portate via - e sulla stessa linea si sono attestate anche le autorità italiane.
L’imbarco degli ultimi soldati americani è avvenuto nel buio, prima della fine del mese di agosto, in un clima di sostanziale collaborazione, che ha consentito anche il trasferimento pacifico del controllo dell’aeroporto internazionale di Kabul dalle forze alleate a quelle dei talebani*.
L’opinione pubblica statunitense non è certamente soddisfatta del modo in cui l’amministrazione Biden ha gestito la fine dell’intervento in Afghanistan – molti vi hanno visto gli estremi di un’umiliazione nazionale - ma ha condiviso la scelta del ritiro.
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Il completamento del ripiegamento ha aperto una fase nuova sia in Afghanistan che all’esterno. I rappresentanti del vecchio esecutivo riconosciuto internazionalmente sono fuggiti o hanno cercato riparo nella sempre impervia valle del Panjshir, dove operò a lungo il leggendario Massoud, forse nel convincimento di poterne ripeterne le gesta.
Vi si sarebbe rifugiato anche l’ex vicepresidente Amrullah Saleh, che da quella roccaforte sta ora invitando la comunità internazionale a non riconoscere la conquista talebana del suo paese. Le speranze dei resistenti sono però ridotte al lumicino.
Gli eredi di Massoud, infatti, non sembrano godere di alcun appoggio significativo al di fuori dell’Afghanistan e non si vede, del resto, come potrebbero ricevere aiuti concreti, dal momento che i talibani hanno acquisito rapidamente il controllo completo delle frontiere afghane.
L’Iran, da sempre vicino ai tagiki afghani, ha alzato la voce, per protestare e chiedere ai talibani di fermarsi, ma senza produrre particolari conseguenze.
Nel Panjshir infatti si è continuato a combattere, anche se non è per il momento chiaro con quali esiti. Apparentemente, i talibani avanzano sul fondo della vallata, mentre i guerriglieri tagiki, fedeli al vecchio esecutivo deposto lo scorso Ferragosto, starebbero proseguendo la lotta sulle montagne.
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Tra i guerriglieri anti-talebani si sono registrate perdite gravi e non sembra che la loro opposizione sia in grado di condizionare più di tanto i futuri sviluppi a Kabul e dintorni.
Il sostegno di Teheran è remoto e privo di impatto effettivo sul terreno, mentre nella capitale afghana si sono visti i pakistani, che avrebbero partecipato attivamente al negoziato che ha condotto alla formazione del nuovo governo provvisorio appena sorto.
A mostrarsi a Kabul è stato il capo dell’Inter-Services Intelligence, che è il potente servizio segreto di Islamabad: Faiz Hameed, questo il suo nome, stando almeno a quanto afferma il solitamente ben informato Antonio Giustozzi, si sarebbe infatti recato in Afghanistan per facilitare il raggiungimento di un accordo tra il ramo principale del movimento talebano ed il network degli Haqqani[1].
Il primo è specialmente forte nelle province meridionali afghane, mentre il secondo è più radicato in quelle orientali, a ridosso di Kabul, alla cui conquista avrebbe tuttavia dato un contributo decisivo il mese scorso, utilizzando le proprie forze speciali, la cosiddetta Badri 313, di cui vorrebbe conservare il controllo.
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Il risultato di questa dialettica interna ai vincitori, in qualche modo gestita dalle spie pakistane, è la formazione presentata all’opinione pubblica mondiale il 7 settembre scorso. Ai vertici del neonato Emirato è stato nominato il mullah Hibatullah Akhundzada, che ha ereditato il titolo di “guida dei fedeli”, un tempo appartenuto al mullah Omar.
La leadership del governo “ad interim” è stata invece affidata al mullah Mohammad Hassan Akhund, già governatore di Kandahar e presente dal 2001 nella lista dell’Onu che contiene i nomi dei maggiori terroristi del pianeta.
Al suo fianco, in posizione di vice, si troverà il mullah Abdul Ghani Baradar, negoziatore degli accordi di Doha, sottoscritti nel 2020 con gli Stati Uniti, e probabile futuro capo politico del movimento talebano.
Al maulawi Mohammad Yaqub, figlio del mullah Omar, è andata la Difesa, mentre Sirajuddin Haqqani, ricercato a sua volta dall’Fbi per terrorismo, ha ottenuto il dicastero dell'Interno. L’inclusività promessa non ha quindi oltrepassato il perimetro della galassia talebana.
Non hanno ricevuto incarichi di rilievo, almeno per ora, né l’ex presidente afghano Hamid Karzai né il suo rivale tagiko Abdullah Abdullah, secondo alcune fonti ai domiciliari da un paio di settimane.
Fuori è rimasto anche Gulbuddin Hekmatyar, leader del partito islamista Hibz-e Islami, a lungo distintosi come il più intransigente fra i capi dei mujahedin che combatterono il jihad antisovietico.
Sono state escluse dal nuovo governo afghano anche le donne. Poca attenzione è stata altresì riservata alle comunità etniche minoritarie.
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Caratteristiche e composizione del gruppo dirigente insediatosi alla testa dell’Afghanistan, se confermate, sono funzionali alla tutela di alcuni delicati equilibri interni, ma renderanno certamente più difficile il raggiungimento dell’obiettivo di un vasto riconoscimento internazionale, a cui i talibani puntano.
Non faciliterà le cose neanche l’appello della nuova Guida suprema all’applicazione della Sharia e all’adozione di leggi effettivamente islamiche.
Nella selezione degli inviti alla conferenza stampa di presentazione delle loro autorità, i talibani hanno dimostrato di esserne consapevoli. Hanno escluso gli Stati Uniti, il Regno Unito e i principali paesi occidentali. Kabul si attende invece passi immediati da Cina, Russia, Iran, Pakistan, Turchia e Qatar.
Non è chiaro se si tratti o meno dell’esito di una scelta di campo o soltanto di una selezione provvisoria di natura tattica, volta ad acquisire rapidamente un certo numero di riconoscimenti, attendendo che altri seguano successivamente, magari al semplice scopo di non perdere l’accesso al paese ed evitare di avvantaggiare concorrenti e rivali geopolitici.
Sta di fatto che le prime reazioni a caldo dell’Italia non sono state particolarmente positive, pur essendo presenti all’interno del sistema politico del Bel Paese forze molto favorevoli al dialogo con i nuovi padroni di Kabul.
Si osservano polemiche anche negli Stati Uniti, costretti ad inghiottire la resurrezione politica di personaggi passati per Guantanamo. È quindi ragionevole ritenere che per l’America di Biden i tempi della riconciliazione con i talibani saranno più lunghi del previsto.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia ed altri stati.
[1] Antonio Giustozzi, L’ombra del Pakistan sul governo talebano, Repubblica, 7 settembre 2021, p. 4.
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