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Australia, l'Alta Corte condanna i media per i commenti sui social agli articoli e crea precedente

© Fotolia / Andrey BurmakinMartello del giudice
Martello del giudice - Sputnik Italia, 1920, 08.09.2021
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L'Alta Corte australiana ha stabilito che i media sono responsabili del contenuto che appare nei loro post sui social media, compresi i commenti dei lettori, se sono diffamatori. La sentenza si prevede possa rappresentare un precedente giuridico e aprire la strada ad ulteriori controversie sul ruolo di media e social media.
Nel 2016, sulle piattaforme social vennero condivisi una serie di articoli che riferivano del maltrattamento di minori detenuti, scioccando la comunità australiana. Alcuni di questi articoli, postati dai giornali locali, ricevettero commenti molto pesanti, tanto che, nel 2017, uno di questi ex detenuti minorenni, Dylan Voller, il cui caso e le cui immagini erano stati ampiamente diffuse, citò in giudizio cinque testate, per dichiarazioni diffamatorie fatte nella sezione commenti ai loro post su Facebook.
Il team legale di Voller ha sostenuto che i suddetti mezzi di comunicazione avessero permesso che dichiarazioni sprezzanti sul loro cliente rimanessero nella sezione dei commenti, quindi questi erano oggettivamente responsabili della pubblicazione di tali dichiarazioni. I giornali, a loro volta, hanno sostenuto che non potevano essere incolpati per contenuti che appaiono nei loro post sui social media, tantopiù nella sezione dei commenti riservati ai lettori. Sostenevano, piuttosto, che i media potevano essere ritenuti responsabili solo se avessero saputo in anticipo quali commenti avrebbero fatto gli utenti di Internet sulle loro pagine.
All'epoca, per altro, Facebook non consentiva alle pagine di disattivare i commenti agli articoli postati.
Nel 2019, tuttavia, la Corte Suprema australiana si è schierata con Dylan Voller. I media hanno quindi fatto appello all'Alta Corte del Paese, che oggi, mercoledì 8 settembre, ha confermato la precedente sentenza, affermando che pubblicando post sui social i giornali "facilitavano, incoraggiavano e quindi aiutavano la pubblicazione" dei commenti maligni degli utenti.
I tribunali australiani, in precedenza, stabilivano che individui e aziende potessero essere ritenuti responsabili dei contenuti diffamatori che appaiono nei loro post sui social solo se, a conoscenza delle dichiarazioni denigratorie, non le avessero cancellate. La nuova sentenza costituisce quindi un netto ampliamento di responsabilità.
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Perché questa sentenza è importante

Questa sentenza è importante per almeno tre motivi.
Per prima cosa amplia notevolmente il concetto di responsabilità di chi pubblica contenuti sui social, per lo meno in Australia, paese il cui l'ordinamento giuridico è basato sul cosiddetto ‘Common Law’, cioè basato più sui precedenti giurisprudenziali che sulla codificazione, come invece nei sistemi di ‘Civil Law’, derivanti dal diritto romano. D’ora in poi, in Australia, chi vorrà pubblicare articoli sui social dovrà tener presente che dovrà tenere sotto controllo non solamente i propri contenuti, ma anche quelli pubblicati dai lettori tra i commenti.
In secondo luogo, questa sentenza potrebbe fare giurisprudenza non solo in Australia, ma anche farsi strada in altri paesi in cui vige la Common Law, per poi tale tipo di interpretazione diffondersi anche altrove.
In terzo luogo, aspetto ancor più controverso, è il fatto che questa sentenza definisce chiaramente che non sono i social i responsabili dei contenuti postati, in quanto non editori, ma coloro che postano, costoro sì editori. D’altra parte, negli Stati Uniti, dove sono comparsi per la prima volta i giganti dei social media, la Sezione 230 del Communications Decency Act afferma chiaramente che "Nessun fornitore o utente di un servizio informatico interattivo può essere considerato editore o promotore delle informazioni fornite da un altro fornitore di contenuti informativi".
In altre parole, se un organo di stampa pubblica un articolo, nel quale vengono fornite informazioni false o diffamatorie su di un individuo, quella persona può citarlo in giudizio, ma non può intentare una pari causa sulle piattaforme social (Facebook, Twitter, Instagram, ecc.), perché le società di social media sono trattate come fornitori di servizi e non come editori.

Ma se i social non sono responsabili allora perché censurano?

A questo punto però alcuni hanno obiettato, primi tra tutti l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump – ma se i social non sono considerati editori e non sono considerati responsabili dei contenuti che vengono pubblicati attraverso il loro servizio, allora perché censurano?
La questione apparve particolarmente evidente quando Facebook e Twitter censurarono ripetutamente i post di Donald Trump e del suo entourage come contenenti informazioni inaffidabili, fino a bannarne del tutto gli account. Tali azioni, ha sostenuto Trump, non qualificano le società di social media piuttosto come editori?
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Il caso più emblematico fu durante la campagna presidenziale del 2020, quando l'ex presidente ha accusato Twitter e Facebook di limitare la diffusione di una denuncia del New York Post su Hunter Biden, il secondo figlio di Joe Biden. L'articolo affermava che Biden padre fosse coinvolto negli affari di suo figlio all'estero durante il suo periodo come vicepresidente, cosa che, secondo il giornale, si sarebbe potuta interpretare come un chiaro conflitto di interessi.
Trump ha affermato che l'articolo avrebbe avuto un profondo impatto sulla corsa presidenziale se i social media non lo avessero "messo a tacere", d’altra parte, se quell’articolo avesse contenuto diffamazioni, responsabile secondo la legge sarebbe dovuto al limite esserne il New York Post, quindi come si motivava l’azione dei social?
All'inizio di quest'anno, il CEO di Twitter Jack Dorsey ha ammesso che la società ha commesso un "errore totale" quando ha vietato ai suoi utenti di condividere quell’articolo sulla sua piattaforma.
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