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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Сapo di ONG americana operante a Kandahar: “La Corruzione dell’Afghanistan è stata Made in America”

© REUTERS / Ahamad NadeemSoldato afgano
Soldato afgano - Sputnik Italia, 1920, 07.09.2021
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Qualche inguaribile ottimista è arrivato a ipotizzare che l’improvvisa partenza degli americani dall’Afghanistan sia il frutto di una decisione voluta e lungimirante.
Secondo costoro, l’obiettivo di quella che sembra una fuga sarebbe, in realtà, una furbata e, cioè, il desiderio di passare il “pasticcio“ afghano nelle mani di russi e cinesi, che si troverebbero così a dover gestire una “patata bollente”, che creerà loro maggiori difficoltà con le minoranze islamiche presenti all’interno del loro territorio.
Purtroppo, si tratta di una tesi totalmente campata per aria, originata da una sconsiderata sopravalutazione attribuita a presunti strateghi americani. Se mai fosse stata davvero pensata, il risultato ottenuto ha avuto il solo effetto di suscitare dissenso, vergogna e riprovazione tra gli “amici” e favorire le risate dei “nemici”. Le vere ragioni di questa fuga disastrosa e disordinata risiedono solamente in ragioni di politica interna degli Stati Uniti e nell’impreparazione (o addirittura l’incoscienza) dell’attuale amministrazione di Washington.
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Come ho avuto occasione di scrivere in un mio precedente articolo sull’argomento, la disfatta degli Stati Uniti in Afghanistan è, tuttavia, cominciata ben prima della presidenza Biden e le sue radici originano da tutti i vent’anni della presenza occidentale nel Paese. Il peccato originale più grande è stato l’incapacità degli americani di provare empatia nei confronti di una qualunque cultura diversa dalla loro e nell’arroganza che ha colpito gli Stati Uniti dopo la vittoria ottenuta nella Guerra Fredda. Questa loro cecità non ha consentito a nessuna amministrazione di Washington né ai responsabili stranieri in loco di rendersi conto della dimensione negativa che la diffusissima corruttela instauratasi nell’Afghanistan occupato ha avuto sui sentimenti della maggioranza della popolazione locale.

A questo proposito, è molto istruttivo un articolo apparso recentemente su Foreign Affairs (un’autorevole rivista americana di politica internazionale) a firma di Sarah Chayes. Costei è stata a capo di una ONG americana che ha operato a Kandahar tra il 2002 e il 2009 ed è diventata poi Special Assistant di due comandanti delle forze militari internazionali in Afghanistan e del presidente della U.S. Joint Chiefs of Staff. Il titolo del suo articolo, ricco di comprovate testimonianze, già rende l’idea: “ La Corruzione dell’Afghanistan è stata Made in America”. Il sottotitolo: “Come le élite auto-referenti hanno fallito in entrambi i Paesi“.

Nel suo documentatissimo articolo, la Chayes cita esperienze personali e confidenze fattele da funzionari afghani con cui ha avuto numerose occasioni di interloquire. “La corruzione nell’Afghanistan occupato dagli Stati Uniti non fu solamente una materia di quotidiane corruzioni da strada. Fu un sistema. Nessun poliziotto o agente di dogana si limitava a riempire le proprie tasche. Una parte di quel denaro risaliva nella scala gerarchica così da diventare un possente fiume di denaro contante”.
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Cita anche un’indagine locale condotta nel 2010, che stimava che ogni anno il totale delle cifre pagate per la corruzione corrispondeva a una cifra compresa tra i due e cinque miliardi di dollari e, cioè, il 13% del prodotto nazionale lordo del Paese. Il livello di corruzione era così esteso da coinvolgere anche i capi delle locali ONG (ufficialmente non-profit) che beneficiavano della maggior parte degli aiuti internazionali.

L’autrice continua: “Queste reti spesso operavano come un business familiare diversificato: il nipote di un governatore provinciale otteneva il miglior contratto per la ricostruzione, il figlio del cognato del governatore otteneva il ben remunerato posto d’interprete di qualche funzionario americano, e il cugino del governatore si occupava delle spedizioni dell’oppio verso il confine iraniano”.

Il meccanismo qui descritto cominciò pressoché da subito. Nelle settimane recenti siamo rimasti tutti inorriditi dal vedere le immagini di guerriglieri talebani* che bastonavano senza pietà gli individui che circondavano l’aeroporto di Kabul nella speranza di un imbarco, ma quello che l’autrice ha costatato di persona è che, già nell’estate del 2002, a usare i bastoni e le armi erano le milizie supportate dagli americani. Nei loro posti di blocco picchiavano e minacciavano di morte gli afghani che rifiutavano di pagare il “pedaggio”. Sorte che toccava agli autisti di camion, alle famiglie incamminate verso i matrimoni o altre cerimonie collettive e perfino ai bambini in bicicletta.
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Perché la Chayes parla di corruzione “made in America”? Non solo perché nessuno sembrò preoccupato per i fenomeni di corruzione tanto diffusa, ma, quando l’autrice in persona nella sua qualità di consulente del generale McChrystal collaborò nel creare una task force anti corruzione, si rese conto che sarebbe stata una pura operazione d’immagine. Anche il suo successore, il generale Petraeus, che pure confermò l’iniziativa, attribuendogli il nuovo nome di Task Force Shafafiyat, non fece nulla di concreto. Sulla carta, l’intenzione avrebbe dovuto essere quella di mappare le reti di malaffare di ministri e governatori e tutte le loro connessioni. Sempre sulla carta, si prevedevano anche sanzioni per i funzionari afghani colti in fallo. Tra i sospetti ci fu anche il presidente Hamid Karzai, che intervenne più volte per proteggere funzionari corrotti. Di lui si sapeva che i fratelli avevano trasferito milioni di dollari illeciti a Dubai e c’erano motivi di pensare che qualche conto locale fosse proprio suo. Il generale Petraeus in persona chiese più volte dati e informazioni provenienti dalla task force ma “... mi resi conto che non aveva alcuna intenzione di agire secondo le mie raccomandazioni; si trattava solamente di “fare ammuina (N.d.R.)”.
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Un progetto per un approccio alternativo fu inviato ai consiglieri per la sicurezza nazionale del presidente Barak Obama senza alcuna conseguenza. La task force Shafafiyat, in effetti, fu usata solamente per mostrare ai membri del Congresso in visita nel Paese che gli Stati Uniti stavano facendo qualcosa contro la corruzione in Afghanistan. Nel 2010 furono raccolte prove del malaffare che coinvolgeva i prossimi dello stesso Karzai e uno dei suoi più stretti collaboratori, Muhammad Zia Salehi, fu perfino imprigionato. La reazione di Karzai, con la tacita approvazione americana, fu una semplice telefonata per ottenere la liberazione del reo e la sua decisione di tagliare dell’80 percento i salari di tutti i giudici anti-corruzione. Da Washington non ci fu nessuna protesta.
Da parte dei funzionari americani si sosteneva che la corruzione era un’abitudine afghana inveterata e sarebbe stato troppo complicato combatterla. Dal loro punto di vista, però, gli afghani del popolino avevano un’interpretazione più semplice: “ l’America vuole che ci sia la corruzione”.
Al di là dagli aspetti puramente economici, l’articolo della consulente americana cita un fatto particolarmente indicativo, che dà un’idea di come chi deteneva il potere con le spalle coperte dalle truppe occupanti potesse fare il bello e cattivo tempo. L’esempio riguarda le elezioni presidenziali del 2009. In quella circostanza, secondo testimonianze riferite personalmente all’autrice, Karzai aveva dichiarato che alcune zone del Paese controllate dai talebani non consentivano l’entrata e l’uscita delle urne elettorali, salvo che non si negoziasse con gli stessi talebani. I testimoni oculari han dichiarato che in alcuni villaggi rurali c’era chi telefonava a Kabul chiedendo più tempo per la consegna dei voti ottenuti, mentre loro sodali sparavano per aria per dare l’impressione che ci fossero degli scontri in corso. Le urne poi arrivarono da tutte queste località con il ritardo preannunciato, ma un controllo trovò che tutte le schede ivi contenute erano compilate dalla stessa mano e con lo stesso inchiostro. L’ipotesi di ripetere il voto fu scartata per “opportunità politica”.
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Durante tutte le quattro amministrazioni americane non ci fu mai un’occasione ufficiale in cui funzionari occidentali potessero incontrare popolani comuni in condizione che costoro potessero esprimersi liberamente e con garanzie di sicurezza. Né l’ISAF né alcuna ambasciata occidentale hanno mai realizzato dei comitati tipo ombudsman, dove i cittadini avrebbero potuto esprimere le loro eventuali lamentele. Lo fecero invece i talebani, proprio della provincia di Kandahar. Nessuna delle forze occupanti sembra aver voluto istruire dei propri concittadini affinché apprendessero le lingue Pashto e Dari e tutti si sono affidati a interpreti locali (quegli stessi che ora si ospiteranno in occidente per “metterli al sicuro”). Peccato che molti di loro fossero strettamente legati a quelle stesse reti di malaffare di cui sopra e nessuno può escludere che le loro traduzioni ne fossero contaminate.
L’articolo finisce con la testimonianza di un ex collaboratore della ONG della Chayes che, con la presidenza Ghani, entrò al ministero come direttore finanziario. Ecco la sua testimonianza: “Le può sembrare incredibile, nessuno in questo ministero si interessa d’altro che del proprio personale guadagno. …Quando sono arrivato nel mio ufficio, non ho trovato nulla. Non c’è nessun piano strategico; nessuno sa nemmeno quale sia il compito di questa agenzia. E nello staff non c’è nessuno nemmeno capace di scrivere un piano strategico”. Appena assunto l’incarico, l’occupazione principale del nuovo arrivato fu quella di destrutturare un ministero parallelo creato dal suo predecessore al fine di poter continuare a controllare il budget (e il suo utilizzo) pur non essendo più in carica.
E ci si dovrebbe meravigliare che l’esercito afgano si sia dissolto senza nemmeno combattere?
*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia e altri Paesi.
L'opinione dell'autore può coincidere con la posizione della redazione.
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