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Jackson Hole: l’oracolo è confuso

© AP Photo / Alex BrandonJerome Powell interviene dopo che il presidente statunitense Donald Trump l'ha nominato il suo candidato al posto del capo del Federal Reserve.
Jerome Powell interviene dopo che il presidente statunitense Donald Trump l'ha nominato il suo candidato al posto del capo del Federal Reserve. - Sputnik Italia, 1920, 02.09.2021
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L’oracolo di Jackson Hole non ha parlato. O meglio, come tutti gli oracoli che si rispettano, è stato volutamente poco chiaro, fumoso, aperto a ogni possibile interpretazione.
Quest’anno, il simposio di economisti internazionali e banchieri centrali, tenutosi il 26 agosto, sul tema “La politica macroeconomica in un’economia mondiale ineguale”, si è svolto per la seconda volta a distanza, a causa della pandemia. Ma la vera particolarità è rappresentata dalla partecipazione tutta e solo americana dei relatori. Indice forse di una rinnovata tendenza all’isolazionismo? Dopo quello militare e geopolitico, ora anche nel campo monetario ed economico? Vero è che in tutti i passati incontri, nella ridente cittadina dello Stato del Wyoming, la presenza europea, giapponese e internazionale era sempre stata importante, a volte dominante.
Grafico  - Sputnik Italia, 1920, 17.09.2020
Stimati i danni all'economia mondiale causati dal coronavirus
Nei giorni scorsi si era detto che la mancata presenza internazionale sarebbe dovuta a eventuali importanti comunicazioni del governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, circa la sospensione del quantitative easing e la riduzione progressiva degli acquisti di titoli pubblici da parte della banca centrale americana. Infatti, ogni mese, la Fed compra dalle grandi banche private Treasury bond per 80 miliardi di dollari e altri titoli, di gran lunga più rischiosi, come gli asset-backed security (abs), per altri 40 miliardi. Ma il tanto atteso e, da alcuni, temuto annuncio non c’è stato.

Sull’argomento, le parole di Powell sono state queste: “Abbiamo detto che continueremo i nostri acquisti di asset al ritmo attuale fino a quando non vedremo altri progressi sostanziali verso i nostri obiettivi di massima occupazione e di stabilità dei prezzi... La mia opinione è che il test di "nuovo progresso sostanziale" sia stato soddisfacente per quanto riguarda l'inflazione. Ci sono stati anche dei progressi verso la massima occupazione. Alla riunione di luglio del Federal Open Market Committee (l’organo direttivo della Fed) ero del parere, come la maggior parte dei partecipanti, che se l'economia si fosse evoluta come previsto, sarebbe stato opportuno iniziare quest'anno a ridurre il ritmo degli acquisti di attività. Il mese successivo ha portato nuovi progressi per quanto riguarda l'occupazione, ma ha visto anche una maggiore diffusione della variante Delta. Valuteremo attentamente i nuovi dati e i rischi. In ogni caso, anche dopo la fine dei nostri acquisti di attività, le nostre partecipazioni in titoli a più lungo termine continueranno a supportare le condizioni finanziarie accomodanti. I tempi e il ritmo dell'imminente riduzione degli acquisti di attività non intendono essere un segnale diretto per quanto riguarda la tempistica del rialzo dei tassi d’interesse, per i quali è previsto un test diverso e più rigoroso”.

Il presidente della Fed ha portato due esempi storici per giustificare il suo atteggiamento super prudente. Quello degli anni cinquanta, quando, di fronte a “fluttuazioni temporanee dell’inflazione”, le restrizioni monetarie sono state dannose. E quello degli anni settanta, quando l’inflazione, provocata dall’aumento del costo dell’energia e del cibo, continuò anche dopo che i prezzi di detti settori si calmarono.
Federal Reserve - Sputnik Italia, 1920, 14.05.2021
Fed: nuovi rischi finanziari sistemici
Il problema vero, che ha percorso l’intero discorso di Powell, è stata l’inflazione, con i suoi conseguenti pericoli, veri o “temporanei”. “Inflazione” è stata la parola più usata, per oltre 70 volte, spesso accompagnata dall’aggettivo sempre meno rassicurante di “temporanea”.
Nei dodici mesi precedenti allo scorso luglio, i tassi dell'inflazione complessiva e quella dei consumi delle famiglie sono stati rispettivamente del 4,2% e del 3,6%, ben sopra l’obiettivo di lungo periodo della Fed del 2%. Ciò sarebbe dovuto alla ripresa economica, con il ricupero del pil e della spesa per consumi. Quella per i servizi, invece, è rimasta di circa 7% sotto il trend. L'occupazione totale è inferiore di 6 milioni rispetto al livello di febbraio 2020 e 5 milioni di tale carenza sono nel settore dei servizi.

La spesa per i beni durevoli è aumentata dall'inizio della ripresa e supera di circa il 20% il livello pre-pandemia. In questi settori, la domanda supera l'offerta, che è ancora in grande difficoltà per gli effetti dei lockdown. Di conseguenza, i prezzi dei beni durevoli sono il fattore principale che spinge l'inflazione oltre il 2%. A riguardo, è importante notare che, nei venticinque anni precedenti la pandemia, i prezzi dei beni durevoli sono sempre diminuiti.

Per supportare la sua analisi di “inflazione temporanea”, Powell ha portato l’esempio dell’andamento del mercato delle auto usate, che, dopo una notevole crescita, si sarebbe ora stabilizzato. Anzi, egli afferma che la discesa dei prezzi in questo settore potrebbe far scendere il livello generale del tasso d’inflazione. Un’affermazione più che azzardata, anche perché aveva appena riconosciuto una mancanza di rifornimenti, come quella dei chip semiconduttori, che sta mettendo i crisi anche i grandi produttori internazionali di automobili. Perciò, si potrebbe avere una diminuzione delle produzioni e dell’offerta di auto nuove, con un inevitabile aumento della domanda e dei prezzi di quelle usate.
Monete cartina geografica - Sputnik Italia, 1920, 21.08.2021
I rischi sistemici della leva finanziaria
I mercati hanno apprezzato che il tasso d’interesse non sia stato toccato e che Powell lo abbia “sganciato” dalle future decisioni riguardanti il cosiddetto tapering, cioè la progressiva riduzione del ritmo di acquisti previsti dal quantitative easing.
Si tenga presente che i bilanci delle maggiori banche centrali assommano oggi alla stratosferica cifra di 28.000 miliardi di dollari. Un aumento del tasso d’interesse, oltre a modificare gli assetti finanziari internazionali, farebbe crescere anche il costo di mantenere tanto capitale nelle casse delle banche centrali. Una questione che, comunque, presto o tardi dovrà essere affrontata.
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