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Cina e droni militari, 6 manager di una società italiana denunciati per violazione delle leggi

© Sputnik . Grigory Sysoev / Vai alla galleria fotograficaIl drone russo "Grom"
Il drone russo Grom - Sputnik Italia, 1920, 02.09.2021
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Finisce al centro di una inchiesta una società di Pordenone che si occupa di produrre droni militari, aeromobili e veicoli spaziali. La società, che rifornisce anche le forze armate italiane, è soggetta a specifici controlli e vigilanza da parte delle autorità italiane preposte.
Oggetto delle indagini, condotte dalla Guardia di Finanza, la vendita di quote di maggioranza della società ad aziende cinesi facenti capo alla Repubblica popolare cinese.
Tra le ipotesi di reato avanzate dagli inquirenti, la violazione della normativa del “Golden Power”, in seguito estesa nel marzo 2020 dal governo Conte bis a più settori industriali per evitare scalate ostili ad aziende italiane da parte di società straniere.
Nell’inchiesta sono finiti sei manager dell’impresa, di cui tre italiani e tre cinesi. Ai manger si contesta anche di aver commesso reati disciplinati dalla legge n. 185/1990 in materia di movimentazione di materiali di armamento.
Le indagini hanno portato alla luce diversi aspetti di una vicenda complessa. Anzitutto, si è verificato che la società, nel 2018, era stata acquistata al 75% da una società estera con sede ad Hong Kong. Le quote acquistate erano state notevolmente rivalutate rispetto al valore nominale, passando da 45 mila euro a quasi 4 milioni di euro di valore.
Dalle indagini è emerso che la società di Hong Kong era stata appositamente costituita per condurre l’operazione finanziaria, tuttavia tale società era priva di risorse finanziarie proprie, nonostante la compravendita e gli aumenti di capitale successivi abbiano richiesto investimenti per oltre 5 milioni di euro.
Dagli accertamenti successivi è emerso che dietro la società di Hong Kong si celava una complessa ramificazione di partecipazioni societarie, tuttavia il tutto è risultato riconducibile a due importanti società di proprietà governativa della Repubblica Popolare Cinese.
Secondo le indagini, il subentro è stato perfezionato con modalità opache allo scopo di non farne emergere la riconducibilità del nuovo socio straniero.
Inoltre è emerso che l’acquisto delle quote societarie è stato comunicato solo due anni dopo e solo su sollecito dei funzionari ministeriali del Ministero della Difesa italiano.
L’acquisizione, inoltre, andava comunicata preventivamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma tale passaggio è stato saltato.

Acquisire il know-how tecnologico

Nel comunicato emesso dalla Guardia di Finanza, si fa presente che le indagini hanno evidenziato come l’operazione finanziaria non avesse finalità speculative, ma era specificamente volta ad acquisire il know-how tecnologico e produttivo, e anche militare, della società italiana.
I progetti sono infatti stati trasferiti nella Repubblica Popolare Cinese, con tanto di pianificazione della delocalizzazione della struttura produttiva da Pordenone verso il polo tecnologico di Wuxi, una città-laboratorio d’intelligenza artificiale cinese situata a 150 chilometri da Shanghai.
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