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COVID-19, gli scienziati nominano la principale causa di morte nei pazienti affetti dal virus

© REUTERS / Emilie Madi I medici lavorano in terapia intensiva
I medici lavorano in terapia intensiva - Sputnik Italia, 1920, 01.09.2021
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Gli scienziati americani confutano, con un nuovo studio, la diffusa opinione, secondo la quale sarebbero infezioni batteriche concomitanti nei polmoni o l’eccessiva reazione del sistema immunitario dell’organismo a svolgere un ruolo decisivo nell’aumentare il rischio di morte nei casi di Covid-19.
Secondo un recente studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Microbiology, sarebbe semplicemente un’alta concentrazione di virus SARS-CoV-2 nei polmoni a causare la morte dei pazienti affetti da Covid-19 in forma grave, non le eccessive reazioni del sistema immunitario (le cosiddette tempeste citochiniche) oppure infezioni batteriche ai polmoni concomitanti.

"I nostri risultati mostrano che gran parte delle morti per COVID-19 durante la pandemia sono state causate dall'incapacità dell’organismo di far fronte alla grande quantità di virus nei polmoni” ha affermato l'autore principale dello studio, il professor Imran Sulaiman, in un comunicato stampa del NYU Langone Health Medical Center.

Gli autori hanno raccolto campioni di tessuto polmonare da 589 uomini e donne ricoverati con gravi forme di COVID-19 presso le cliniche Langone Health della New York University a Manhattan e Long Island e che hanno subito una procedura di broncoscopia per liberare i polmoni.
Grazie ai campioni prelevati, è stato possibile determinare la composizione dei tessuti nei casi gravi di Covid-19 e analizzarne la quantità di SARS-CoV-2 e la presenza di batteri e funghi, nonché il tipo di cellule immunitarie. Questo è lo studio più dettagliato delle zone del tratto respiratorio inferiore nei pazienti con coronavirus fino ad oggi.
Gli autori hanno scoperto che le persone morte per COVID-19 avevano, in media, dieci volte più carica virale nel tratto respiratorio inferiore rispetto ai pazienti guariti, seppur gravi. Allo stesso tempo, i ricercatori non hanno trovato alcuna prova che la causa della morte fosse un'infezione batterica secondaria, sebbene, secondo gli scienziati, quasi tutti i pazienti gravemente malati avessero ricevuto un ciclo di antibiotici.
Non sono state inoltre trovate prove che suggerissero che il virus possa aver spinto il sistema immunitario ad attaccare il proprio tessuto polmonare, portando a pericolosi livelli di infiammazione e diventando la principale causa di morte per COVID-19. I ricercatori hanno scoperto che la forza della risposta immunitaria, in tutti i casi, era proporzionale alla quantità di virus nei polmoni. Inoltre, la produzione di sostanza immunitaria contro il coronavirus era, in media, inferiore del 50% in coloro che erano morti, rispetto ai pazienti che sono sopravvissuti alla malattia.

"Questi risultati suggeriscono che un problema con il sistema immunitario adattativo può impedire di combattere efficacemente il coronavirus" ha affermato il capo responsabile dello studio, Leopoldo Segal, assistente professore di medicina alla New York University.

Gli autori osservano che, per analogia con le infezioni virali che hanno causato le pandemie di influenza spagnola nel 1918 e l'influenza suina nel 2009, gli esperti spesso attribuiscono l'alto tasso di mortalità dei pazienti ventilati - fino al 70% o più - a infezioni batteriche secondarie, enfatizzando per tanto il trattamento farmacologico tramite antibiotici. Tuttavia, i risultati dello studio indicano un ruolo critico per i farmaci antivirali, come il remdesivir, e suggeriscono, piuttosto, che bisognerebbe concentrare l’attenzione sugli stimoli al sistema immunitario, perché è lo scarso funzionamento di questo a consentire la proliferazione del virus nei polmoni.
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