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Studio svedese scopre le cellule del cervello responsabili della dipendenza dall’alcol

CC BY 2.0 / geralt / Una ragazza e le bevande alcoliche
Una ragazza e le bevande alcoliche - Sputnik Italia, 1920, 30.08.2021
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Un nuovo studio svedese suggerisce che la responsabilità della propensione alla dipendenza dall’alcol dipenderebbe da un piccolo gruppo di cellule nervose posizionate in una precisa zona del cervello. Sarebbero queste responsabili dell’incapacità di alcuni di rinunciare all’alcol nonostante abbiano la consapevolezza delle conseguenze negative.
La dipendenza implica la scelta di un determinato comportamento pur essendo consapevoli delle sue conseguenze nefaste per la propria salute e vita sociale. Per l’esattezza per dipendenza si intende un'alterazione del comportamento che da semplice o comune abitudine diventa una ricerca esagerata e patologica del piacere attraverso mezzi o sostanze o comportamenti che sfociano in una condizione patologica. L'individuo dipendente tende a perdere la capacità di un controllo sull'abitudine. Tale condizione non dipende solo da cattiva volontà dell’individuo, sostengono gli scienziati dell'Università di Linköping, ma anche da un gruppo di cellule che si trovano in una esatta posizione dell’amigdala del cervello.
Studiando le cavie da laboratorio, i ricercatori hanno identificato una funzione precedentemente sconosciuta nel cervello che sembra controllare direttamente il consumo compulsivo di alcol.
È noto che solo una piccola minoranza di coloro consumano alcol ne diventano dipendenti, ma questo non dipenderebbe solamente da condizioni psicologiche, almeno stando agli studi di laboratorio fatti sui topi.
"Abbiamo scoperto che è un piccolo gruppo di cellule nervose posta in una piccola specifica area del cervello a fare la differenza se un soggetto sarà in grado di porre freno alle sue pulsioni oppure diverrà dipendente, stando a quanto dimostrato dai nostri esperimenti con in topi”, ha detto Markus Heilig, professore alla Linköping University, nella sua dichiarazione pubblicata sul sito scientifico Forskning.se.
È stata trovata un’ampia rete di cellule nervose con diversi centri nel cervello correlate con la dipendenza, ma la loro base, la centrale operativa di questa rete, sembra essere nell'amigdala centrale. L'amigdala è un nucleo situato al centro del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura.

"Non mi sarei mai immaginato che un gruppo così limitato di cellule nervose potesse essere così cruciale per un comportamento così complesso. E non mi sarei mai potuto immaginare che sarebbe stato possibile mostrare così distintamente, manipolando queste cellule dall'esterno, che sono quelle che causano il comportamento della dipendenza", ha detto Markus Heilig.

Per identificare i meccanismi molecolari alla base del consumo compulsivo di alcol, i ricercatori hanno iniziato individuando una minoranza vulnerabile di topi.
Per fare questo è stato realizzato un esperimento in cui ai topi veniva concessa una piccola quantità di soluzione alcolica ogni qual volta premevano una leva.
Dopo un po' le condizioni dell'esperimento sono state cambiate, abbinando una alla pressione della leva, non solo la ricompensa alcolica, ma anche una scossa elettrica.
Si è notato che la maggior parte dei topi ha smesso presto di ricercare la gratificazione alcolica visto l’abbinamento alla punizione fisica, ma circa un terzo continuava a premere la leva sebbene ben presto fossero divenuti consapevoli delle conseguenze.
Lo studio del cervello dei topi così selezionati ha quindi rivelato le particolarità strutturali della loro amigdala e da qui la deduzione degli scienziati che debba esserci una questione anche chiaramente fisica, e non solo psicologica, nella dipendenza.
Heilig da tutto questo conclude che una diagnosi precoce sulla propensione fisica alla dipendenza potrebbe permettere di individuare i soggetti a rischio per agire su di loro per tempo.
“Nelle persone con un aumentato rischio di sviluppare dipendenza, dovremo lavorare affinché queste rallentino la ricerca dell’alcol, sia allenandole nel comportamento, sia sviluppando per loro medicine approprieate”, ha concluso il professore.
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