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Il patrimonio culturale afghano è a rischio. Chi lo salverà?

© AP Photo / StringerStatua di Buddha, alta 53 metri, nei pressi di Kabul, distrutta dai talebani nel 2001
Statua di Buddha, alta 53 metri, nei pressi di Kabul, distrutta dai talebani nel 2001 - Sputnik Italia, 1920, 29.08.2021
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Il ritorno dei talebani a Kabul solleva una grande preoccupazione per il millenario patrimonio culturale dell’Afghanistan, ora di nuovo a rischio. Esattamente 20 anni fa i fondamentalisti islamici distrussero i Buddha di Bamiyan, un’immagine impressa nella mente nel mondo intero e che torna a fare paura oggi.
L’Afghanistan, crocevia di popoli e culture che hanno lasciato il segno nel patrimonio artistico del Paese, è stato abbandonato in queste settimane dagli occidentali per ragioni politiche. Oggi i musei, i siti archeologi e tutti i beni culturali afghani sono a rischio.
“È da vent’anni che parliamo della necessità di aumentare la protezione del patrimonio culturale in casi di conflitto. Queste sono parole, ora che cosa si fa nel concreto?” sottolinea in un’intervista rilasciata a Sputnik Italia Francesco Bandarin, architetto, Direttore del Centro del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO (2000-2010) e Direttore Generale dell’UNESCO per il Settore Cultura (2010-2018), Consigliere Speciale ICCROM e membro dello Steering Committee dell’Aga Khan Trust for Culture.
— Francesco Bandarin, quali sono le particolarità del patrimonio culturale e archeologico afghano?
— L’Afghanistan ha una storia millenaria, in questa storia si sono sovrapposte moltissime civiltà e culture. È uno dei posti che ha la stratificazione di patrimonio più complessa che si possa trovare. Negli ultimi due mila anni si sono susseguiti eventi culturali che hanno lasciato un patrimonio significativo. Naturalmente noi vediamo di più le tracce delle civiltà islamiche che hanno dominato l’Afghanistan a partire dalla conquista araba del VII secolo. Se torniamo un attimo indietro, i famosi Buddha di Bamiyan distrutti dai talebani nel 2001, erano stati realizzati 1500 anni fa. Si tratta di un’opera sincretica, in quella zona si era creata una fusione fra la cultura greca e quella indiana dando vita all’arte del Gandhāra, di cui Buddha erano la massima espressione.
— Che cosa rischia oggi questo grande patrimonio con l’avvento dei talebani?
— Il rischio esiste, ma dobbiamo anche dire che noi non sappiamo bene che cosa potrebbe succedere. In questo momento è impossibile avere notizie e avere un’idea chiara di cosa intendano fare i talebani. Dobbiamo aspettare qualche settimana. Attraverso delle persone che conosco e che hanno avuto rapporti con la direzione dei talebani ho saputo che questa generazione di talebani mostra almeno in apparenza un’intenzione “positiva”, non vogliono ripetere ciò che è stato fatto nel passato. Vorrebbero dissociarsi dall’immagine di una specie di esercito di barbari distruttori. Non possiamo crederci finché non lo vediamo, perché l’unica prova che abbiamo del loro interesse nel patrimonio è la grande distruzione avvenuta 20 anni fa. Dobbiamo monitorare la situazione con grande attenzione.
Dal punto di vista della situazione internazionale la tensione sale, tutto si è fermato: la Banca Mondiale ha sospeso i fondi, il Fondo monetario ha sospeso i fondi, tutti i Paesi hanno ritirato il loro personale. Nessuno è rimasto più degli occidentali. I talebani sono preoccupati di questo vuoto che si è creato all’improvviso, il Paese non potrà più funzionare senza aiuti esterni, stanno cercando per questo di mandare messaggi tranquillizzanti. D’altra parte si tratta sempre di un esercito di guerriglia con un’ideologia fortissima e dei metodi brutali come hanno dimostrato in tutta la loro storia. Non possiamo dare fiducia a questa nuova formazione finché non avranno dimostrato nei fatti che sono disposti a cambiare.
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— Come tutelare il patrimonio culturale dell’Afghanistan? La comunità internazionale che cosa può e deve fare?
— Vi sono strumenti di carattere politico che hanno a che fare con la relazione fra Nazioni Unite e talebani, Stati e talebani. Bisogna mettere in chiaro che non è accettabile in nessun modo la distruzione, né alcuna forma di saccheggio né di dispersione del patrimonio. Ci sono musei con importanti collezioni. Quindi parliamo innanzitutto di un aspetto politico, poi ci sono questioni di carattere economico. I talebani non hanno nessuna risorsa dedicata al patrimonio. Tutto ciò che riguarda il patrimonio artistico culturale verrà sostenuto dall’esterno.
Quindi noi dovremmo finanziarli solo nel caso rispettassero il patrimonio e lo conservassero. Infine c’è bisogno di un intervento sul terreno soprattutto in questa fase critica, il personale va mantenuto sul posto. In quasi tutte le situazioni di crisi che abbiamo gestito in questi ultimi 20-30 anni la cosa fondamentale è stata sostenere chi sta sul posto, pagandogli lo stipendio. Le fondazioni internazionali pagano lo stipendio dei guardiani e del personale dei musei. Vanno finanziate operazioni ad hoc su musei, siti, attività culturali. Dobbiamo intervenire rapidamente e con mezzi di emergenza.
Vedo con grande preoccupazione questo isolamento del Paese. Capisco la ragione politica, ma l’isolamento è negativo perché porta solo alla distruzione del patrimonio. Il caso più evidente è la Siria, il Paese più isolato del mondo, nessuno vuole sapere che esiste, nessuno mette un dito nel Paese. Il patrimonio siriano è caduto a pezzi. Noi dobbiamo evitare un nuovo caso siriano, uno degli errori più gravi delle società ricche del mondo. Abbandonare il patrimonio siriano perché non ti piace il governo è un errore colossale. Non vorrei che l’Afghanistan diventasse come la Siria: una specie di buco nero in cui non si può mettere neanche un dito altrimenti ci si compromette con i talebani.
È da vent’anni che parliamo della necessità di aumentare la protezione del patrimonio culturale in casi di conflitto. Queste sono parole, ora che cosa si fa nel concreto? Se riusciamo ad andare oltre all’ideologia, alla politica e riusciamo a fare un’operazione concreta di salvataggio allora significa che avremo fatto qualche passo avanti.
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