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Scoperta una insolita particolarità del cervello umano

© flickr.com / A Health BlogIl cervello umano
Il cervello umano - Sputnik Italia, 1920, 23.08.2021
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Visualizzare nella mente immagini del passato o viaggiare con la mente ci sembrano azioni del tutto naturali, ma non tutti ne sono capaci. Alcune persone, infatti, non riescono a fissare visivamente i propri ricordi. Questi soggetti sono affetti dalla cosiddetta “afantasia”.

Il caso del “Signor X”

Alla fine del XIX secolo l’enciclopedista britannico Francis Galton cominciò a riflettere su come misurare l’intelligenza. Una delle sue opere riguardò proprio la visualizzazione dei pensieri. Galton spedì dei questionari ai suoi colleghi e chiese loro, prima che rispondessero, di ricordare come fossero seduti al tavolo durante la colazione di quella mattina.
Molti non se lo ricordavano. Allora Galton decise di effettuare un sondaggio su 100 soggetti di ambo i sessi che effettuavano lavori intellettuali. Ricevette diverse risposte di questo tipo: “Ricordo di aver fatto la colazione al tavolo, ma non riesco a visualizzarla”. Lo stesso Galton non eccelleva nel fissare visivamente i ricordi, mentre suo cugino Charles Darwin ricordava tutto con dovizia di particolari.
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Nel 1880 Galton pubblicò un articolo con i risultati del sondaggio. Ben presto lo psichiatra francese Jean-Martin Charcot descrisse il caso del “Signor X” il quale improvvisamente cominciò a non visualizzare più i propri pensieri. Charcot considerò questa casistica come una forma di patologia mentale.
Nel XX secolo si cominciò a parlare di “visualizzazione deficitaria” e di “amnesia visiva”.
Nel 1984 la neurobiologa americana Martha Farah raccolse 37 casi di deficit della memoria visiva causati da un danneggiamento cerebrale. Questi casi rientravano perfettamente nell’ipotesi del “visual buffer” entro il quale il cervello colloca le immagini dei ricordi.
Una distorsione della vista mentale è spesso accompagnata dalla perdita della capacità di riconoscere i volti. Tuttavia, è anche vero che alcuni pazienti non vedenti riuscivano a portare a termine con successo dei test prettamente visivi: rispondevano correttamente domande sulla forma delle lettere, sui colori degli oggetti e sulla posizione delle lancette dell’orologi. Questo consentì agli scienziati di capire in che modo il cervello elabora e crea le informazioni visive.
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Riscoperta dell’afantasia
Nel 2005 il neurologo britannico Adam Zeman dell’Univesità di Birmingham ha osservato un paziente che dopo un piccolo intervento al cuore aveva perso la facoltà di visualizzare immagini. Ex geodeta in pensione, MX aveva una buona vista ma, pensando a persone od oggetti, non riusciva a visualizzarli. Tuttavia, rispondeva correttamente a domande sul colore degli occhi, risolvere a mente problemi sulla rotazione di figure senza però visualizzarle. Tramite una risonanza magnetica funzionale emerse che, quando MX guardava delle persone, le aree cerebrali preposte alla vista entravano in funzione. Se invece MX cercava di ricordare qualcuno, tali aree rimanevano inattive.
Alcuni anni dopo il giornalista Carl Zimmer scrisse un articolo su Discover dedicato al caso di MX il quale suscitò un grande interesse nei lettori i quali riferirono di casi analoghi.
Zimmer inviò una lettera a Zeman e nel 2015 Zeman avviò uno studio descrittivo su 21 casi di ciò che poi definì afantasia. Sulla scala che misura la chiarezza della raffigurazione visiva i soggetti affetti da afantasia hanno in media un punteggio di 16 su 80, mentre i valori normali si attestano intorno a 58.
Di afantasia hanno parlato molti media. Zeman fu sommerso da lettere provenienti da tutto il mondo. Lo scienziato si mise al lavoro coinvolgendo nello studio molti pazienti. In particolare, quelli che ricordano e descrivono correttamente quanto visto senza riuscire a visualizzarlo. Ad esempio, coloro che alla domanda se sia più rossa una mela o un’albicocca rispondono correttamente la mela, ma non riescono a visualizzarla.
Da allora Zeman e i suoi colleghi hanno studiato 12.000 casi di afantasia. Uno dei volontari della prima ondata ha creato la società Aphantasia Network.
Hanno riconosciuto di avere questa particolarità della percezione mentale anche personalità note come il genetista Craig Venter e il co-fondatore di Mozilla Firefox Blake Ross.
Secondo le stime, i soggetti con afantasia sarebbero tra l’1 e il 3% della popolazione. Alcuni lo sarebbero sin dalla nascita. Vi sono anche soggetti che presentano la condizione opposta, ossia la iperfantasia: il soggetto denota una visualizzazione interna eccessiva di pensieri e ricordi con valori sulla scala della visibilità di 80 su 80.
Una vita senza vista interna
Sin dai tempi di Galton si credeva che l’afantasia fosse propria di soggetti dotati di una sviluppata capacità di effettuare ragionamenti astratti, mentre l’iperfantasia dei talenti artistici. Tuttavia, i più nuovi studi in materia non confermano tale credenza. Infatti, si sono rivolti a Zeman artisti con disturbi della vista interna che, mentre dipingevano, erano costretti a tenere davanti agli occhi l’oggetto da raffigurare.
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Tra i soggetti con afantasia troviamo poi scrittori e artichetti che hanno sviluppato metodologie peculiari per far fronte a questa condizione.
Di norma, questi soggetti non visualizzano i sogni, ma li sentono o percepiscono altrimenti.
Circa un terzo dei soggetti intervistati ha segnalato difficoltà nel ricordare persone e dettagli del passato. Talvolta l’afantasia è legata a disturbi dello spettro autistico, mentre l’iperfantasia si collega maggiormente alla sinestesia (visualizzazione dei colori di lettere, numeri e altri simboli astratti). Tuttavia, non vi sono dati a sufficienza per trarre conclusioni assolute.
Gli scienziati ottengono informazioni oggettive sul funzionamento cerebrale dei soggetti con afantasia tramite la risonanza magnetica funzionale e diversi altri esperimenti. Ad esempio, Joel Pearson dell’Università del Nuovo Galles del Sud ha chiesto a dei volontari di visualizzare mentalmente un triangolo bianco e poi monitorava l’attività delle pupille dei volontari. Nei soggetti comuni si contraevano, nei soggetti con afantasia rimanevano immobili. Pearson misurava anche l’elettroconducibilità cutanea, mentre leggeva racconti horror. Nuovamente il gruppo di controllo presentava valori maggiori rispetto al gruppo affetto da afantasia.
In esito a questi esperimenti è stata avanzata l’ipotesi per cui la psiche dei soggetti con afantasia sarebbe più solida. E c’è una logica a supporto di tale ipotesi, ma quest’ultima non è stata dimostrata.
Ad ogni modo l’afantasia non è una patologia, ma soltanto una peculiarità dello sviluppo cerebrale.
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