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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Afghanistan, perché tale disfatta?

© AFP 2021 / Noorullah Shirzada Афганская женщина Нияз Биби
 Афганская женщина Нияз Биби  - Sputnik Italia, 1920, 23.08.2021
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La maggior parte degli analisti cerca di prevedere cosa potrebbe succedere all’Afghanistan nell’immediato futuro e come si comporteranno i nuovi “padroni”, ma, in questo momento, è forse più utile capire cosa sia andato storto.
Come è stato possibile che, dopo venti anni di combattimenti tra le truppe più armate del mondo e un gruppo di guerriglieri, i primi se ne vadano con la coda tra le gambe e i secondi trionfino, imponendosi come interlocutori di tutti i leader mondiali?
Il paragone che qualcuno ricerca con la debacle subita dagli USA in Vietnam non è appropriato. Dopo la partenza dei soldati americani, il governo del generale Van Thieu durò ancora due anni prima di dover cedere il posto ai vietcong. Nemmeno l‘andarsene dei sovietici dall’Afghanistan nel 1989 è comparabile. Le loro truppe ci misero nove mesi a lasciare definitivamente il territorio afghano e la loro ritirata fu organizzata nei minimi particolari. Il Governo afghano, che lasciarono a Kabul, resistette ad una guerra civile fino all’aprile del 1992 e non cadde per mano dei soli talebani*, ma anche per il famoso generale Massud che occupava tutta la parte nord del Paese.
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Le immagini, trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo, che inquadrano torme di disperati che cercano di imbarcarsi su un qualunque aereo costituiscono un danno d’immagine non solo degli americani, ma di tutta la NATO. Nessuno può negare che chi comanda nella NATO siano proprio gli americani, che erano a capo delle operazioni militari e di quelle civili e impartivano ordini agli alleati. Tuttavia, tutti i membri erano presenti ed è comprensibile che vengano accomunati nel giudizio internazionale. A Pechino c’è stato chi ha invitato a osservare che “Gli occidentali sanno solo distruggere senza costruire, mentre noi andiamo negli altri Paesi solo per costruire”.

Quando la guerra cominciò, e le truppe della NATO cacciarono i talebani da Kabul, fu riscontrato un atteggiamento generalmente positivo in tutta la popolazione. Le aspettative verso una vita più libera e di maggior benessere furono tante e i soldati stranieri furono considerati più come dei “liberatori”, che degli “invasori”. Anche i Talebani compresero di essere stati sconfitti e tra il 2002 e i 2004 chiesero più volte al Presidente eletto Karzai di essere associati al Governo del Paese, seppur come forza minoritaria. Karzai riferì agli americani, ma l’allora Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld rispose, in una conferenza stampa, che non sarebbe stato il caso. Fu lì il primo grande errore. In quel momento, si sarebbe stati dalla parte di chi dettava le condizioni e, probabilmente, si sarebbero evitati venti anni di guerra.

Il secondo errore deriva dal fatto che gli americani, o almeno i loro politici, hanno deciso di invadere l’Afghanistan senza avere una necessaria conoscenza della cultura locale e nemmeno della storia degli ultimi secoli. Gli stessi militari inviati per combattere non furono istruiti su quel che avrebbero incontrato e, così come successe anche in Iraq, si trovarono spesso ad assumere, con i locali, comportamenti normali per un occidentale, ma che per moltissimi afghani potevano suonare come offese. L’incapacità di capire le dinamiche sociali e culturali dell’Afghanistan portò Washington e i suoi inviati a prendere decisioni rivelatesi poi totalmente errate.
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Una di queste fu il non dare il giusto peso alle maggiori tribù e non considerarne le storiche ostilità, che a volte le dividevano. I talebani hanno saputo sfruttare queste rivalità e acuire i sentimenti di estraneità di quelle tribù che non erano coinvolte nei privilegi del potere. Anche i rapporti tra le varie etnie, Tagiki, Azari, Uzbeki e Pashtun furono sottovalutati e, soprattutto, non si tenne conto dele differenze di evoluzione culturale e di disponibilità al cambiamento tra le città e le campagne.

Purtroppo, il successo bellico ottenuto piuttosto facilmente fece credere a chi non voleva comprendere le realtà locali che tutto era possibile e gli occupanti cominciarono a comportarsi da padroni ed essere, così, percepiti come veri e propri “stranieri”.

Un fattore che alienò viepiù buona parte della popolazione fu la corruzione che dilagò con l’arrivo dei dollari americani, dell'euro e del FMI. Chi poteva aggiudicarsi un posto vicino a un qualunque ente o realtà straniera non solo avrebbe guadagnato molto di più di chi non vi fosse riuscito, ma, volendo, poteva anche “arrotondare” i propri compensi. Come accadeva nel nostro medioevo, con il cardinalato, gli incarichi pubblici o si vendevano o erano affidati in base alla consanguineità o all’appartenenza tribale. Si sapeva anche che molti comandanti militari si impadronivano dei viveri, del carburante e degli approvvigionamenti destinati alle truppe per rivenderli sul mercato nero. Anche sui salari dei soldati qualcuno speculava e non erano pochissimi quelli che dichiaravano un numero maggiore di effettivi nei loro reparti per incamerarne il dovuto salario (la stessa cosa successe in Iraq). Lo stesso Karzai fu sospettato di avere benefici personali dai suoi contatti con la società petrolifera Unocal o con altre ditte straniere. L'ex generale sovietico Igor' Rodionov, ex comandante delle truppe dell'URSS in Afghanistan, ha dichiarato sul presidente afgano: “Karzai non ha alcuna popolarità tra la gente, è solo il capo di una mafia”.
L’ atmosfera corruttiva era presente in tutto il Paese e ciò portò una parte sempre più numerosa di cittadini a vedere il Governo centrale, e le sue propaggini locali, come approfittatore e al servizio degli “stranieri”.
American servicemen prepare to board a military aircraft bound for Afghanistan in Manas airport in Kyrgyzstan in 2011. - Sputnik Italia, 1920, 19.08.2021
La situazione in Afghanistan
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Le prepotenze e le ingiustizie dei potenti erano fatti quotidiani e un semplice esempio della situazione nel paese era il sequestro delle terre ai legittimi proprietari, senza che le vittime potessero opporvisi. Per citare un solo caso, un capo tribale degli Alizai, tale Raees Baghrani, fu espropriato, senza spiegazioni, di gran parte delle terre della propria tribù da parte di un signore della guerra vicino al Governo. Come risposta, lui e la sua tribù cedettero le loro armi e tutte le terre che restavano ai talebani, ottenendone in cambio protezione. Dopo la vittoria eclatante di questi giorni, un portavoce talebano ha ammesso di non aver vinto grazie alle armi, bensì per aver avuto il sostegno della maggioranza della popolazione. L’evidenza ci dimostra che non è lontano dal vero.
I vertici politici e militari dell’Alleanza erano sicuramente a conoscenza dei fatti, ma si decise che era meglio lasciare andare le cose e fingere di non sapere niente. Esiste anche il sospetto che perfino tra gli occidentali ci fosse qualcuno che traeva benefici da questa situazione.
Biden è sicuramente il massimo responsabile di quanto accade in questi giorni, ma le colpe della dirigenza americana sono cominciate con la Presidenza Bush e sono continuate con Obama e Trump.
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Esclusivo: i proventi del narcotraffico afghano sono circa 73 miliardi di dollari l’anno
Sin dall’inizio, fu presa la decisione di non ostacolare la coltivazione dell’oppio, salvo sporadici esempi da offrire ai media internazionali. In questi venti anni la coltivazione del papavero è aumentata, quasi raddoppiata. Furono gli stessi talebani a obbligare i contadini a quella coltivazione nei territori da loro controllati, ma anche dove il Governo di Kabul era dominante la produzione è continuata imperterrita. Il problema è che i papaveri, una volta colti, dovevano arrivare in Pakistan, ove venivano trasformati in eroina nei locali laboratori. Il confine col Pakistan era controllato dai Talebani, che imponevano pesanti dazi per il passaggio. Lo stesso accadeva sulla via del ritorno, poiché la merce “lavorata” lì tornava per prendere la via del Tagikistan, dell’Uzbekistan o dell’Iran. Non è esagerato affermare che la guerriglia sia stata in gran parte finanziata proprio dal traffico di oppio permesso dalle truppe di occupazione.
I rapporti con il Pakistan sono stati un altro dei grandi errori commessi da Washington. Islamabad e i servizi segreti pakistani (ISI) hanno sempre fatto un doppio gioco: hanno favorito il transito dei terroristi attraverso il confine, hanno ospitato i capi talebani (e anche di Al Qaida*, come si è visto con Osama Bin Laden), hanno fornito materiali e addestramento ai miliziani che man mano si univano alle bande guerrigliere. Hanno perfino girato ai Talebani parte dei fondi che gli americani elargivano per essere destinati alla sicurezza del Paese (almeno 12 miliardi di dollari).
I talebani (organizzazione terroristica vietata in Russia) - Sputnik Italia, 1920, 17.08.2021
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I rischi per l'Occidente e il ruolo della Cina, chi c'è (davvero) dietro i talebani
Tutti sanno che i cinesi hanno da molto tempo un rapporto privilegiato con i vari governi pakistani e a Pechino, così come a Mosca e a Teheran, non dispiaceva che qualcuno mettesse sotto pressione i gruppi fondamentalisti afghani. Era questa una garanzia che le azioni terroriste non arrivassero nei loro Paesi. Così si spiegano principalmente anche gli incontri che nelle ultime settimane il Governo russo e cinese hanno avuto con i rappresentanti talebani. Nello stesso tempo, a tutti loro faceva comodo, per ovvie ragioni, che gli americani restassero lì impantanati il più a lungo possibile. Le ragioni per cui i pakistani hanno coltivato sempre buoni rapporti con i talebani sono più di una. Innanzitutto l’etnia Pashtun si distende a cavallo del confine tra i due Paesi e diventa difficile, anche volendolo, impedire i legami familiari ed economici che continuano a sussistere tra le due parti del confine. In secondo luogo, Islamabad vuole tenere l’India lontano dall’Afghanistan. Il governo del Presidente Ghani aveva fatto molte aperture verso Delhi e gli scambi tra i due Governi si stavano intensificando. Non è un caso che l’India vi abbia aperto ben 24 consolati mentre il Pakistan ne ha solo quattro. La paura che Delhi possa usare l’Afghanistan per “circondare” il Pakistan è da lungo tempo una costante fobia per qualunque Governo pakistano. È anche per questo motivo che proprio il Pakistan fu l’unico Paese che riconobbe il Governo dei Talebani quando presero il potere per la prima volta.

Un ennesimo grave errore fu quello di ritardare la formazione di un esercito afghano. Perfino Bush, nelle sue memorie, ammise che si trattò di un errore: “Nel tentativo di non dovere far sostenere al Governo afghano delle spese insostenibili…abbiamo mantenuto un loro esercito troppo piccolo”.

A questo si è rimediato in seguito, ma con un altro errore: arruolando chiunque, senza accertarsi delle loro motivazioni. In un’indagine del 2017, condotta su 1657 ufficiali in undici province, solo l’undici per cento rispose di essersi arruolato per combattere i talebani. Gli altri ammisero di averlo fatto per avere un salario. La paga era sufficiente per giustificare una divisa, ma non certo per morire in battaglia…
Uno studioso coranico dei talebani, interrogato da un giornalista occidentale rispose: “I Talebani combattono per la fede, per il paradiso, per uccidere gli infedeli…l’esercito e la polizia lo fanno solo per soldi”. Occorre aggiungere che i sentimenti tribali, diffusi in gran parte della popolazione, definiscono come “valore individuale” il resistere all’occupazione degli stranieri. La presenza degli americani in Afghanistan era, ed è, sentita come un “attentato” a ciò che significa essere “afghani” e cioè difendere l’onore, la religione, la propria patria. Un Governo totalmente allineato con gli occupanti stranieri non poteva certo suscitare tali sentimenti.
Altri numerosi errori sono stati commessi. Come quando, ad esempio, Obama autorizzò un “surge” delle truppe, ma fissò ufficialmente un data limite per la loro permanenza. Era come dire ai Talebani: state buoni per un po', poi comunque ce ne andremo. Oppure quando i bombardamenti “mirati” hanno colpito, per errore, astanti di matrimoni o feste locali.
Scontro tra Joe Biden e Donald Trump - Sputnik Italia, 1920, 23.08.2021
La situazione in Afghanistan
"Incompetente": Trump sulla gestione del ritiro delle truppe dall'Afghanistan da parte di Biden
Se arriviamo ai nostri giorni, la situazione è perfino peggiorata. La guerra era oramai diventata molto impopolare negli USA e tutti i Presidenti, sia in campagna elettorale che in carica, annunciavano un vicino ritiro definitivo delle truppe. Lo fece Obama e lo ripeté Trump, con ancora maggiore decisione. Quest’ultimo, nel febbraio 2019, fece aprire dei negoziati a Doha con i rappresentanti Talebani, imponendo perfino al Presidente Ghani di far liberare uno dei loro capi, detenuto, affinché potesse partecipare ai colloqui. Su richiesta della controparte, accettò che gli incontri avvenissero senza la presenza dei rappresentanti del Governo afghano e ciò costituì una nuova delegittimazione di quello stesso Governo. Un pre-accordo fu raggiunto e prevedeva la liberazione reciproca dei prigionieri, una cessazione degli attentati, la disponibilità a nuove elezioni e, soprattutto, l’impegno talebano a non permettere più che nel territorio potessero trovare accoglienza e rifugio gruppi di terroristi. In cambio, gli americani si sarebbero ritirati entro pochi mesi. Che qualcuno potesse credere davvero a tali impegni da parte dei guerriglieri sembra impossibile, ma Trump, spinto da esigenze di politica interna, finse di credervi. Ma fu smentito subito dopo: gli attacchi continuarono, un soldato americano restò ucciso e vi furono molti feriti. Controvoglia, Trump fu costretto a considerare i colloqui come “falliti”. Per la campagna elettorale, tuttavia, occorreva dimostrare agli elettori americani che l’impegno di ritirare i soldati sarebbe stato mantenuto e nel novembre 2019 dette l’ordine di riprendere le negoziazioni, con i risultati che conosciamo.
Arriviamo a Biden. Anche lui fece una campagna elettorale annunciando la fine della guerra in Afghanistan e il rientro di tutti i soldati. Nonostante abbia smentito e modificato tante delle decisioni prese da Trump, non ha avuto il coraggio (o il buon senso) di rifiutare gli accordi sottoscritti con i Talebani e ha deciso non solo di procedere con il ritiro, ma, addirittura, lo ha attuato senza avvertire con il dovuto anticipo l’esercito afghano e senza passare le consegne e, soprattutto, gli armamenti. E poi ci si stupisce che i militari afghani abbiano disertato…

Quanto sta succedendo in questi giorni non è nemmeno qualcosa di imprevisto. Sia la CIA, sia i generali avevano avvertito l’Amministrazione che un ritiro totale, e in breve tempo, avrebbe significato una travolgente avanzata dei talebani e il crollo totale del Governo Ghani. È inutile che Biden affermi ora che si ano stati eventi imprevedibili. Senza essere un agente segreto, a qualunque serio analista di politica internazionale era chiaro che un tale ritiro sarebbe suonato come una fuga precipitosa, con la conseguenza di togliere ogni velleità di resistenza a chi avrebbe preferito opporsi, e avrebbe portato sconforto e disperazione a chi non aveva alternative.

Gli scenaristi possono sbizzarrirsi a ipotizzare quale sarà il futuro del Paese, ma, in realtà, le variabili sono ancora moltissime. È vero che i Talebani hanno vinto, perché molta parte della popolazione ha preferito loro agli “stranieri”, ma ciò non è sufficiente per immaginare che il loro potere sia accettato volentieri da tutti coloro che li hanno aiutati finora. Per quanto determinati e fanatici potranno essere i nuovi governanti, non sarà facile cancellare molte delle abitudini e della cultura aperta che, almeno nelle città, ha permeato gli animi di molti uomini e donne. E occorre anche guardare ai tagiki, dove il figlio del grande Massud ha annunciato di aver già organizzato la resistenza.
Combattenti talebani* (organizzazione terroristica bandita in Russia ed in altri paesi) a Kabul - Sputnik Italia, 1920, 20.08.2021
La situazione in Afghanistan
Afghanistan, la favola dei “tale-buoni”
Ciò che è certo (e speriamo che lo capiscano gli alfieri dell’”esportazione della democrazia”) è che è impossibile far nascere dall’esterno dei processi politici. Affinché durino, è indispensabile che trovino radici nella cultura locale e che nascano in modo spontaneo.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia ed altri stati.
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