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Afghanistan, due ritiri a confronto: URSS vs USA

© Sputnik . V. KiselevIl ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan
Il ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan - Sputnik Italia, 1920, 23.08.2021
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"ll raffazzonato e disorganizzato ritiro delle truppe statunitensi da Kabul si pone in netto contrasto con la modalità in cui, nel febbraio del 1989, l’URSS lasciò l’Afghanistan".
Lo sostiene il giornalista indipendente americano Max Parry, il quale ricorda di come l’establishment politico statunitense cercò di creare un pantano "à la Vietnam" in Afghanistan per i sovietici, ma alla fine cadde nella sua stessa trappola.
Il 15 agosto gli USA hanno evacuato in fretta e furia il personale della propria ambasciata dalla capitale afghana di Kabul, alla luce dell’ingresso dei talebani* nella città.
Le immagini virali dell’elicottero militare statunitense che sorvolava l’ambasciata hanno evocato i ricordi risalenti alla caduta di Saigon del 30 aprile 1975, il che ha indotto media e utenti dei social a operare dei parallelismi tra la Guerra in Vietnam e il conflitto afghano, che dura da 20 anni. Nell’aprile del 1975, il fotografo olandese Hubert van Es scattò una fotografia ad alcune persone che salivano una scala verso un elicottero statunitense sul tetto di un edificio a Saigon, alla fine della Guerra del Vietnam.
Pare che la Casa Bianca non si aspettasse l’ennesimo “momento Saigon” la scorsa domenica: il 12 agosto, i servizi di intelligence degli USA prevedevano che Kabul sarebbe caduta di lì a 90 giorni; poi hanno corretto la previsione alle 72 ore successive. Tuttavia, la capitale è caduta ben prima, causando il crollo del governo di Ashraf Ghani e scatenando il panico all’aeroporto di Kabul.
Per ironia della sorte, circa 40 anni fa Washington pianificò di creare un analogo “pantano vientamita” per gli URSS in Afghanistan. L’Operazione Cyclone, finalizzata ad armare e finanziare i ribelli afghani, era stata avviata alcuni mesi prima che le truppe sovietiche entrassero nello stato centroasiatico, su richiesta di Kabul, stando alle memorie dell’ex vicedirettore della CIA Robert Gates.
L’ex consulente alla sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski rammentò, nel 1998, che l’obiettivo era “provocare l’intervento dell’esercito sovietico”. Ciononostante, dopo 10 anni di guerra, le forze sovietiche si evitarono una sconfitta umiliante "à la vietnamita", ponendo fine agli scontri e mettendo in atto un ritiro ordinato tra il 15 maggio 1988 e il 15 febbraio 1989.

Ritiro sovietico vs “momento Saigon” statunitense

“La differenza chiave tra il ritiro sovietico del 1989 e il ritiro statunitense di oggi risiede nel fatto che, quest’ultimo, è stato totalmente disorganizzato e raffazzonato”, sostiene il giornalista indipendente americano Max Perry, riferendosi all’evacuazione disordinata del personale dell’ambasciata e il lascito di ulteriori mezzi militari nel Paese per velocizzare le procedure di ritiro truppe.
Dopo una prolungata situazione di stallo, i sovietici riuscirono a porre in essere il loro ritiro “in maniera ordinata e responsabile”, sostiene il giornalista.
Ciononostante, gli USA e i loro alleati tentarono di ostacolare il ritiro sovietico, secondo il giornalista. Questi spiega che, sebbene gli Accordi di Ginevra stabilissero le esatte tempistiche dedicate all’evacuazione sovietica, alle quali Mosca si attenne, “gli USA in realtà violarono l’accordo continuando a inviare armamenti ai jihadisti”.

“Gli americani fecero tutto il possibile per assicurarsi che il ritiro non avvenisse o che, se anche avvenisse, i sovietici riportassero ingenti perdite”, ricorda il generale Boris Gromov, l’ultimo comandante della quarantesima divisione in Afghanistan, in una sua intervista a Sputnik nel 2019. Ad ogni modo, l’esercito sovietico riuscì ad effettuare in piena sicurezza il ritiro delle proprie truppe.

Inoltre, in contrasto con Washington “l’esercito sovietico ha lasciato intatto un governo relativamente stabile a presidiare il Paese”, osserva il giornalista. Il governo pro-sovietico di Mohammad Najibullah resse il Paese e dispose di una resistenza armata contro i Mujahideen fino all’aprile del 1992. I ribelli afghani presero Kabul poco dopo le sue dimissioni.
© Sputnik . Andrey SolomonovIl ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan (foto d'archivio)
Il ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan (foto d'archivio) - Sputnik Italia, 1920, 22.08.2021
Il ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan (foto d'archivio)

Accordi e violazioni

Gromov ha rivelato che la leadership militare sovietica aveva instaurato e mantenuto contatti con i leader del Peshawar Seven, un’alleanza politico-militare dei leader dei Mujahideen afghani. Nello specifico, il generale raggiunse un accordo con Ahmad Shah Massoud, uno dei principali signori della guerra afghani che portava avanti la lotta contro le forze sovietiche nella Vallata del Panjshir. Secondo il generale, i Mujahideen mantennero la loro parola e garantirono alle truppe sovietiche un passaggio sicuro.
Tuttavia, sostiene Parry, non è chiaro quali furono esattamente gli accordi conclusi tra il governo Biden e la leadership politico-militare talebana, considerato il fatto che la rapidità dell’avanzata dei miliziani ha colto di sorpresa gli USA.
Inoltre, la proroga del ritiro delle truppe statunitensi da maggio a settembre 2021, voluta dal governo Biden, ha scatenato la collera della leadership talebana. Sono state anche registrate minacce secondo cui i Mujahideen avrebbero lottato con tutte le loro forze se la Casa Bianca avesse violato gli accordi di Doha.
A complicare ulteriormente la questione, l’ex presidente afghano Ashraf Ghani ha lasciato la capitale, violando i precedenti accordi che disciplinavano procedure ordinate di trasferimento del potere. Secondo funzionari russi presenti a Kabul, Ghani ha tentato di portare con sé una grande somma di denaro mentre fuggiva dal Paese.

Fino alla fine Ghani si è rifiutato di garantire una transizione pacifica che avrebbe previsto una sua retrocessione”, sostiene Parry. “Alla fine, dopo che in Qatar i leader afghani e talebani avevano ripetutamente raggiunto un accordo sul coprifuoco, a condizione che Ghani avesse rinunciato alla sua carica, l’accordo è venuto meno per colpa della fuga del presidente afghano, il quale, pare, ha persino colto alla sprovvista persino i suoi funzionari durante le negoziazioni a Doha. Abdullah Abdullah, con il quale Ghani ha condiviso la carica nel governo di transizione e ha condotto i momenti di dialogo interafghano, ha immediatamente denunciato Ghani per la sua fuga”.

Inoltre, sembra che Washington non si fidasse molto del governo di Ghani secondo il giornalista: “Quando gli USA, di recente, hanno abbandonato la base aerea di Bagram, non si sono nemmeno presi la briga di avvertire il comandante afghano preposto al controllo dello spazio aereo, e questo è indice di una grave rottura tra Washington e il governo di Ghani a Kabul”, sostiene. Secondo Parry, quest’episodio “dovrebbe essere un monito ai governi asserviti a Washington in tutto il mondo: potrebbero essere lasciati soli in men che non si dica”.

Operazione Cyclone: un boomerang per gli USA

Il discorso alla nazione di Joe Biden del 16 agosto sul ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan ha scatenato un mare di critiche per il tentativo del presidente di liberarsi di qualsiasi responsabilità e per aver quasi invitato i talebani a prendere il potere nel Paese. Dal canto suo, l’ex presidente Donald Trump ha definito incompetente il suo successore per quanto concerne le procedure di ritiro dal Paese.

“La totale noncuranza con cui il governo Biden ha gestito le operazioni di ritiro ha preso ciò che poteva certamente essere una vittoria di politica estera e l’ha trasformata in un assoluto disastro in termini di popolarità per la Casa Bianca”, sostiene Parry.

Il giornalista spiega che il popolo americano ha supportato all’unanimità la fine del ventennale conflitto in Medioriente e il contestuale ritiro delle truppe americane. Tuttavia, il modo in cui tali operazioni sono state gestite è diventato un boomerang per il governo.
Ora la Casa Bianca di Biden è colpita da critiche da ogni frangia politica, il che preoccupa il Partito repubblicano, in vista delle elezioni di metà mandato dell’anno prossimo.
Nel frattempo, si rammenti che sono stati i decisori politici di Washington ad aver armato, addestrato e aiutato i Mujahideen afghani negli anni ’80, osserva il giornalista. Nel 1998 Zbigniew Brzezinski sottolineava di non rimpiangere che la guerra sotto copertura degli USA in Afghanistan si fosse trasformata nell’emergenza talebana.
“Cosa dovrei rimpiangere?”, si chiedeva Brzezinski. “Quell’operazione segreta fu un’ottima idea. Fece in modo di far cadere i russi nella trappola afghana e ora dovrei rimpiangerla?... Cos’è più importante quando si fa la storia mondiale? I talebani o il crollo dell’impero sovietico?”
Al tempo, l’eminente stratega non si sarebbe mai immaginato che quell'operazione segreta sarebbe diventata, alla fine, un boomerang per gli USA.
*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia e molti altri Paesi
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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