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Afghanistan, le vie dell’energia

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Cucina a gas - Sputnik Italia, 1920, 21.08.2021
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Per l’Afghanistan passa il gasdotto TAPI, che porterà gas turkmeno in Pakistan ed India. Ma non solo questo. Su complessi equilibri geopolitici e giochi di energia, Sputnik Italia parla con Davide Tabarelli, presidente e fondatore di NE-Nomisma Energia, società di ricerca sull'energia e l'ambiente.
— Partiamo dall’inizio, magari dall’attentato dell’11 settembre 2001. E da lì che poi parte la nuova guerra in Afghanistan. C’è connessione con l’energia?
— Sembra ieri, ma la decisione di Bush di iniziare una guerra il 7 ottobre 2001 contro l’Afganistan fu una reazione dura di un presidente di destra, il repubblicano Bush, dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 alle due torri condotto da 19 terroristi di cui 15 venivano dall’Arabia Saudita, il paese con cui gli Stati Uniti hanno un legame privilegiato da 80 anni in ragione del petrolio. Bin Laden, che ha guidato l’attentato, era figlio di un costruttore che aveva realizzato le grandi infrastrutture dell’Arabia Saudita, fra cui il più grande porto esportatore di petrolio di Ras Tanura. In sostanza il ritiro dall’Afganistan è solo l’ultimo capitolo della lunga saga delle relazioni sauditi americani.
— In questi vent’anni come sono state risolte le questioni energetiche in questa zona?
— Gli Stati Uniti non hanno più la stessa ansia di garantire la stabilità del Medio Oriente, da dove arriva gran parte del petrolio mondiale, attraverso una presenza militare. Hanno più che raddoppiato la produzione interna di petrolio da 6 milioni barili giorno a 13 nel 2019, grazie al fracking, ora un po’ in crisi con prezzi più bassi. Hanno quasi raggiunto quell’indipendenza petrolifera che Nixon, nel 1973, annunciò voler raggiungere entro il 1980 ed è arrivata 40 anni dopo. Questo spiega anche il disimpegno degli Stati Uniti dal Medio Oriente e anche dall’Afganistan.
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— Per l’Afghanistan passa il gasdotto TAPI, che porterà gas turkmeno in Pakistan ed India. Sono stati stipulati contratti per circa 33 miliardi di mc all’anno. Che valore porta questo gasdotto a tutta l’area? La presente situazione rallenta o velocizza la costruzione del gasdotto?
— Tutto viene rallentato, ma occorre ricordare che questi progetti sono sempre lenti e anche senza i recenti avvenimenti la realizzazione del gasdotto rimane estremamente incerto. Tuttavia, va ricordato che è uno dei progetti più importanti a livello internazionale, per varie ragioni, per unire, almeno sotto il profilo energetico, paesi profondamente divisi, in particolare Pakistan e India. Poi ci sono le ragioni ambientali: il gas permette di sostituire carbone nella generazione elettrica e questo è lo strumento più efficace per contenere l’aumento delle emissioni globali di CO2, la principale causa dei cambiamenti climatici. Senza gas, India e Pakistan e Afganistan continueranno ad aumentare i consumi di carbone che emette tre volte la CO2 del gas.
Più in generale rimane un problema il fatto che il Turkmenistan non riesca ad esportare verso il mare le sue immense riserve di gas, 420 mila miliardi di metri cubi, il 7% del totale mondiale. Per dare un ordine di grandezza, la Russia, il primo paese per riserve, ne ha tre volte tanto. I costi di produzione in Turkmenistan sono molto bassi, meno di 0,1 dollari per milione BTU, quando i prezzi in Asia, in questo momento, viaggiano oltre 15 dollari: la convenienza ad esportare ci sarebbe tutta. Il mondo intero, non solo l’Asia, ha bisogno di più gas per contenere la crescita dei consumi di carbone.
— La situazione in Afghanistan influenzerà sui prezzi del petrolio (e gas)?
— Nell’immediato non ci saranno gravi ripercussioni, se non per una ridotta domanda di prodotti petroliferi dell’esercito americano nell’area in un momento di eccesso proprio di cherosene sui mercati internazionali, perché gran parte degli aerei, causa Covid, sono ancora a terra. Nel più lungo termine, però, ci potrebbero essere conseguenze per le relazioni con l’Iran che giocherà un ruolo più importante e che per questo potranno ottenere dagli USA la fine delle sanzioni e tornare ad esportare petrolio a pieno ritmo. Questo è positivo per i prezzi del petrolio e per l’Europa che ne consuma molto, perché nei prossimi anni ci sarà bisogno anche del petrolio iraniano di fronte ad una domanda che sarà in forte crescita con carenza di capacità fuori dal Medio Oriente.
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