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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Afghanistan, la favola dei “tale-buoni”

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaCombattenti talebani* (organizzazione terroristica bandita in Russia ed in altri paesi) a Kabul
Combattenti talebani* (organizzazione terroristica bandita in Russia ed in altri paesi) a Kabul - Sputnik Italia, 1920, 20.08.2021
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Come già ai tempi della Siria, quando qualcuno chiamava “moderati” i futuri terroristi dell’Isis, anche stavolta l’Occidente s’illude di poter dialogare con i presunti talebani 2.0.
Ma si tratta della solita montatura, utile soprattutto ad una Casa Bianca che, dopo esser caduta nella trappola del ritiro, cerca di giustificare le sue scelte, offrendoci l’immagine di un movimento jihadista* convertito alla moderazione.
La favola dei 'tale-buoni', ovvero dei talebani* diventati, vent’anni dopo, quasi-democratici e quasi-tolleranti, è la favola perfetta per consolare un Occidente sconfitto e regalare qualche giustificazione ad un’amministrazione Biden responsabile di un disastro peggiore di quello del Vietnam. Grazie a questa favoletta, l’Occidente potrà consolarsi e ripetersi che, in fondo, neanche i talebani sono più quelli di una volta. L’Amministrazione Biden potrà, invece, difendersi da chi la mette sotto accusa, spacciando per buona la promessa dei capi talebani di dar vita ad un governo di unità nazionale.
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Peccato che la favoletta sia irrimediabilmente falsa e terribilmente simile a quella dei cosiddetti ribelli “moderati” siriani, trasformatisi poi nei tagliagole del Califfato. Quello che la dirigenza talebana si prepara a mettere in piedi a Kabul è solo un governo di facciata, in cui i due o tre voltagabbana, pronti a far da foglia di fico all’intransigenza talebana, conteranno poco o nulla.
Due nomi già si conoscono. Sono quelli di Hamid Karzai, l’ex presidente - ambizioso quanto corrotto - portato al potere dagli americani subito dopo la sconfitta dei talebani nel 2001, e Abdullah Abdullah, già presidente di quel Consiglio per il Dialogo incaricato, fino a Ferragosto, dei colloqui con gli insorti. Ma quel che ne uscirà non sarà certo un vero governo. Sarà soltanto un esecutivo di facciata utile ai talebani per sostenere di esser cambiati e ambire a riconoscimenti e aiuti internazionali.
E tuttavia - come fanno capire i talebani - il funzionamento e le decisioni di quest’esecutivo non potranno certo ispirarsi alle regole democratiche. “Non ci sarà alcun sistema democratico, perché da noi non ha alcuna base” ha chiarito, in un’intervista alla Reuter, il comandante Waheedullah Hashimi. “Non c’è bisogno di discutere il sistema politico da applicare in Afghanistan perché - ha aggiunto - è già chiaro… può essere soltanto quello della 'sharia'.”
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Hashimi ha poi spiegato che, con tutta probabilità, il sistema di comando resterà simile a quello adottato durante il primo emirato, quando il mullah Omar non assunse alcuna carica. Lo stesso farà probabilmente il 61enne emiro Hibatulla Akhundzada, comandante supremo del movimento dal 2016, quando assunse il titolo di 'comandante dei fedeli', già attribuito al mullah Omar.

Da Akhundzada non possiamo certo aspettarci esortazioni alla democrazia o alla moderazione. Esponente della magistratura islamica nel primo emirato è, non solo, leader politico-spirituale del movimento, ma anche il più entusiasta sostenitore del martirio religioso. Non a caso, ha sostenuto la scelta del figlio 23enne Abdul Rahman, offertosi, nel 2017, come volontario per un attentato suicida nella provincia di Helmand.

Ma quel che più dovrebbe inquietare gli americani, sono i rapporti tra Al Qaida* e il capo supremo dei talebani. Nel 2016, subito dopo la sua nomina, il capo di Al Qaida, Ayman al-Zawahiri, diffuse un messaggio in cui ribadiva la 'bay’a' ovvero il 'giuramento di fedeltà', già offerto, a suo tempo, al Mullah Omar da Osama Bin Laden. Gli stretti e perduranti rapporti tra Al Qaida e il movimento talebano sono stati confermati solo lo scorso febbraio dal rapporto di una commissione Onu che ha accertato la presenza di oltre duecento militanti di Al Qaida in 11 provincie. “C’è ancora una stretta relazione con Al Qaida. Riteniamo che la dirigenza di Al Qaida sia ancora sotto protezione talebana” ha spiegato Edmund Fitton-Brown, coordinatore della commissione Onu incaricata di monitorare le attività dei talebani e dei gruppi terroristi in Afghanistan sulla base delle segnalazioni d’intelligence ricevute da vari paesi.
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A rendere ancora più impenetrabile la nebulosa del potere talebano, s’aggiunge la figura del Mullah Muhammad Yaqoob, figlio del Mullah Omar. Se del padre circolava un’antica e sfocata immagine in bianco e nero, di lui non esiste neppure quella. Eppure, nonostante la sua evanescenza, il poco più che trentenne Yaqoob è oggi il comandante militare del movimento. Altrettanto inquietante è la figura del 48enne Sirajuddin Haqqani, indicato come braccio destro di Akhundzada. Figlio di un leggendario leader dei mujaheddin antisovietici, il 48enne Sirajuddin guida una formazione terrorista parallela al movimento talebano, che rappresenta la vera interconnessione con Al Qaida, e comanda una rete di alleanze tribali, con cui controlla scuole religiose e centri commerciali a cavallo di quella frontiera pakistana dove mantiene stretti contatti con i servizi segreti di Islamabad.
In questa inquietante galleria di fantasmi, la figura più conosciuta resta quella di un Mullah Abdul Ghani Baradar, su cui tutti scommettono come futuro presidente dell’Afghanistan. Amico d’infanzia del Mullah Omar, che lo chiamava con il soprannome di Baradar (fratello), il mullah Abdul Ghani è stato uno dei fondatori del movimento, per poi diventare governatore della provincia di Herat e vice ministro della difesa nel primo Emirato.
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Più ambiguo il suo ruolo dopo il 2001, quando - pur partecipando alla 'shura' di Quetta, ovvero all’organo decisionale del nuovo movimento talebano -, è anche protagonista, dal 2006 al 2009, di una serie di negoziati segreti con l’ex presidente Hamid Karzai. Proprio questi negoziati, malvisti dall’ala più dura del movimento, avrebbero spinto - nel 2009 - i servizi segreti pakistani ad arrestarlo. Liberato su richiesta degli americani nel 2018, diventa l’interlocutore fisso di Khalilzad in quei colloqui di Doha, al termine dei quali ha persino un colloquio telefonico con l’ex presidente Donald Trump. Ma questo non gli impedisce di condividere le antiche abitudini e celebrare, come il leader supremo Akhundzada, le gesta degli attentatori suicidi. Solo tre mesi dopo la firma, nel febbraio 2020, degli accordi di Doha, lo stesso Baradar interviene ad una cerimonia dedicata ai militanti kamikaze, durante la quale ha parole di elogio per i “vari gruppi di martiri”.
Parole non proprio in linea con la presunta “moderazione” di un ex-negoziatore chiamato a presiedere un governo di coalizione. Del resto, per capire quanto la fiaba dei 'tale-buoni' sia lontana dalla realtà, basterebbe la rapidità con cui i veri talebani hanno ripristinato l’Emirato Islamico, ovvero la stessa forma statuale inaugurata venti anni fa.
Una restaurazione non soltanto simbolica. Mentre a Kabul gli osservatori occidentali rincorrono i talebani 2.0 nelle province più remote, arrivano i resoconti di rapimenti di ragazzine appena dodicenni strappate alle famiglie vicine all’ex-governo e circolano i video dello sgozzamento di 22 soldati arresisi, a giugno, alle milizie islamiste nella città di Dawlat Abad. Del resto, per capire come nulla sia cambiato, bastano le dichiarazioni di quel capo talebano che, intervistato dalla Cnn, si augura di continuare a combattere “fino a quando la legge del Corano dominerà il resto del mondo”.

Kabul è solo il primo passo. Il prossimo sarà tornare a colpire l’Occidente. E, grazie ai novemila terroristi liberati dalle carceri di Bagram e Pul I Charky prima della caduta di Kabul, i militanti e i volontari non mancheranno di certo.

*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia ed altri stati.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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