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Il ritorno di un virus letale: rischio di una nuova pandemia?

© Fotolia / Decade3dVirus di vaiolo
Virus di vaiolo - Sputnik Italia, 1920, 18.08.2021
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Per la prima volta negli ultimi 20 anni, negli USA è stato registrato un contagio di vaiolo delle scimmie: il soggetto infetto è un uomo di ritorno dalla Nigeria. Simili incidenti possono essere la causa di epidemie qualora il virus muti.
Gli scienziati mettono in allerta: non esiste un'immunità di gregge contro il vaiolo, dal momento che non è stata effettuata una vaccinazione di massa 40 anni fa.

L’invenzione della vaccinazione

Una delle infezioni più letali nella storia dell’umanità, ossia il vaiolo, ha causato la morte di intere popolazioni. La malattia, proveniente dall’Antico mondo e dell’Africa, ha infettato gli abitanti autoctoni delle Americhe e ha contribuito al declino delle civiltà di Messico e Perù.
Il vaiolo è scatenato da un agente patogeno appartenente al genere Orthopoxvirus, che si trasmette in modalità interumana tramite le vie respiratorie. Per circa 2 settimane l’infezione si sviluppa in maniera silente, poi sopraggiunge una fase acuta, che termina con la guarigione o la morte. Il malato accusa un senso di debolezza, febbre, nausea, dolore muscolare e al capo. La cute del malato si ricopre di pustole altamente virulente. I superstiti sono deturpati da importanti cicatrici, ma presentano poi un'immunità a vita.
Si ipotizza che il vaiolo esistesse già nell’Antico Egitto. Una delle vittime più precoci della malattia fu Ramses V che resse il regno nel XII a.C. La sua mummia fu rinvenuta nel 1898: sul viso e sul collo del faraone furono rilevati esiti cicatriziali simili a quelli lasciati dalle pustole da vaiolo.
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Gli scienziati non riuscirono a rilevare tracce del virus nei tessuti del faraone, ma su altre due mummie furono ritrovate le stesse deturpazioni cutanee. L’esistenza del vaiolo nell’Antico Egitto è confermata anche da recenti test genetici.
In Cina si conservano testimonianze scritte del vaiolo, risalenti al IV secolo. E proprio in Cina fu inventata una metodologia di profilassi contro questa infezione letale, in seguito denominata vaiolizzazione. I bambini piccoli venivano intenzionalmente infettati, inoculando in questi soggetti il materiale prelevato dalle lesioni vaiolose o dalle croste di pazienti non gravi. Dopo la vaiolizzazione, il soggetto si ammalava di una forma di vaiolo di media gravità e poi conseguiva la tanto sperata immunità.
La procedura, però, era pericolosa: infatti, circa il 2% dei bambini moriva.
Nel 1796 il medico inglese Edward Jenner osservò che le mungitrici non di rado prendevano il vaiolo delle mucche. Nel loro caso, il decorso della patologia non era acuto, le pustole si manifestavano soltanto sulle mani, e poi conseguivano l’immunità.

Il medico, che sopravvisse per miracolo al vaccino contratto all’età di 8 anni, decise di tentare un esperimento rischioso: inoculò all’allora bambino James Phipps il contenuto di una pustola prelevata dal braccio di una mungitrice affetta da vaiolo bovino. Il bambino ebbe un po’ di febbre e sul braccio gli rimase una piccola cicatrice. Poco dopo il medico lo infettò con il vaiolo umano, ma il bambino non ebbe alcun sintomo della malattia. Jenner pubblicò un articolo dedicato a questa scoperta, che egli chiamò vaccinazione dalla parola latina vacca. A godere di questa invenzione, per primi, furono i soldati.

Come eradicarono il vaiolo

Nel XX secolo il vaiolo, prima di essere eradicato, riuscì a mietere almeno 300 milioni di vittime. In Unione Sovietica fu introdotta la vaccinazione obbligatoria nel 1919 ed entro il 1936 la malattia fu eradicata. Su iniziativa dell’Unione sovietica, l’OMS avviò la campagna di contrasto all’infezione in Asia, Africa e Sudamerica. Infatti, finché il virus fosse circolato in quelle aree del pianeta, nessuno sarebbe stato davvero sicuro.
A riprova di questo vi fu il focolaio di vaiolo di Mosca del 1959. Il fautore non intenzionale del focolaio fu l’artista sovietico Aleksey Kokorekin, che si era recato per turismo in India. Al ritorno si sentì male e morì il terzo giorno in ospedale. Non fu diagnosticato subito il vaiolo, perché era ormai diverso tempo che i medici non vi avevano a che fare. Nel frattempo, quindi, si contagiarono altre persone.
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Studiando al microscopio il biomateriale a disposizione, il professor Mikhail Morozov determinò la causa del focolaio: il virus del vaiolo. Le autorità cominciarono a tracciare tempestivamente tutti i contatti intrattenuti dall’artista e in breve tempo a Mosca e nella regione circostante la capitale furono vaccinate oltre 6 milioni di persone.
L’ultima vittima del vaiolo fu la fotografa Janet Parker, che nel 1978 fece un reportage presso la Scuola di medicina dell’Università di Birmingham (Regno Unito), dove era dislocato un laboratorio impegnato nello studio del virus del vaiolo. Si ritiene che la fotografa si infettò nell’edificio per colpa di una qualche fuoriuscita del virus nel sistema di ventilazione o per essere entrata in contatto con la strumentazione.
Dopo 2 anni, l’OMS dichiarò che l’infezione era stata definitivamente eradicata.

Rischi aumentati

Il virus del vaiolo, o Variola virus, è conservato con i massimi livelli di sicurezza in 2 laboratori: nel centro Vektor (Koltsovo, Russia) e nel CDC (Atlanta, USA). Il genoma del vaiolo è stato completamente decodificato e ne è stata appurata l’origine. Il virus può infettare soltanto l’uomo, non esiste una riserva naturale del virus e questo ne ha consentito l’eradizione. Tuttavia, rimangono dei rischi.
Uno dei rischi è legato al fatto che i virus possono essere ricavati in maniera artificiale, come osservano gli esperti del centro Vektor.
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Si noti, ad esempio, quanto accaduto durante un esperimento effettuato presso l’Università di Alberta (Canada). Gli scienziati stavano lavorando a un agente patogeno meno pericoloso, con l’obiettivo di creare un vaccino. Sintetizzarono, a partire dai biomateriali a disposizione, il DNA del virus del vaiolo equino, ricostruirono il ceppo chimera e con esso infettarono una coltura di cellule e delle cavie. Come dichiarò uno dei partecipanti al progetto, questo era uno studio dual use.

“Un pericolo è rappresentato dal deteriorarsi dei terreni nelle aree in cui vengono interrati i soggetti infettati dal vaiolo. Tali aree potrebbero diventare il focolaio di nuove infezioni, in virtù dell’elevata capacità di sopravvivenza dell’agente patogeno nell’ambiente esterno”, commenta il centro Vektor.

Gli Orthopoxvirus, oltre al vaiolo umano, sono responsabili anche del vaiolo bovino, delle scimmie, del bufalo, dello struzzo ed equino. Tutti questi virus sono geneticamente analoghi, sono in grado di infettare l’uomo e di garantirgli una buona immunità. In Russia, si è registrato l’ultimo caso di vaiolo bovino nell’uomo nel 2015.
Nel mondo, si registrano anche casi isolati di contagio da vaiolo delle scimmie. Una delle più recenti diagnosi in tal senso è stata effettuata su un paziente americano che si era recato in Nigeria. La letalità nei pazienti affetti da vaiolo delle scimmie è pari al 10%. Se il patogeno comincia a trasmettersi frequentemente dagli animali all’uomo, può mutare e diventare più contagioso, com’è accaduto con SARS-CoV-2.
Gli scienziati avvisano: poiché la vaccinazione è stata interrotta, la popolazione mondiale non è immune al vaiolo umano.

“Nella prima fase, il vaiolo umano non è dissimile da un’influenza: febbre, mal di testa, stanchezza. Le pustole tipiche del vaiolo si manifestano in un secondo momento e devono mettere in guardia il medico. Tuttavia, poiché diverse generazioni di medici hanno visto il vaccino soltanto sui manuali di medicina, potrebbero scambiare il vaiolo per un’altra infezione. Ad esempio, nel caso di esportazione del vaiolo delle scimmie dalla Nigeria in Israele, i medici sospettavano che il paziente avesse la rickettsiosi vescicolare e solo dopo alcuni giorni si è arrivati alla diagnosi corretta”, commenta il centro Vektor.

Queste considerazioni provano quanto sia fondamentale la creazione di vaccini più sicuri contro il vaiolo. Al momento, è in fase di test la quarta generazione di vaccini basati su virus indeboliti e geneticamente modificati. Una delle varianti di vaccini è al momento al vaglio degli scienziati di Koltsovo.
Gli scienziati hanno modificato il genoma del virus vaccinale così da privarlo delle sue proprietà più pericolose. Il centro Vektor sottolinea: il nuovo vaccino VACdelta6 presenta un profilo totalmente diverso in termini di sicurezza ed effetti collaterali.
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