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Reddito di cittadinanza, perché non ha funzionato?

© Foto : Marco Minna - © Agenzia NovaPresentata la tessera per il reddito di cittadinanza. Nella foto Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio e Luigi Di Maio, allora ministro del Lavoro, 4 Febbraio 2019
Presentata la tessera per il reddito di cittadinanza. Nella foto Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio e Luigi Di Maio, allora ministro del Lavoro, 4 Febbraio 2019 - Sputnik Italia, 1920, 18.08.2021
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Il fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo ha annunciato sui social la convention online che affronterà il tema del reddito universale, una sorta di estensione del reddito di cittadinanza. Grillo insiste sul salario minimo per tutti, mentre, stando ai dati, la misura contro la povertà dei pentastellati non ha funzionato.
Dal 18 al 21 agosto si terrà il congresso online sul reddito universale e Beppe Grillo invita tutti gli iscritti del movimento a parteciparvi. Facciamo un passo indietro: la misura dei 5 stelle contro la povertà, il famoso reddito di cittadinanza, ha dato i frutti sperati? Nel 2020, stando ai dati Istat, nonostante la misura dei pentastellati, le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono aumentate. Inoltre, il 36% delle famiglie che ricevono il sussidio non si trovano in povertà assoluta. Per non parlare del fallimento dei navigator.
Lo stesso governo Draghi, seppure non lo voglia abolire, sta già studiando delle modifiche per il reddito di cittadinanza. Ma perché non ha funzionato? Quali misure politiche occorrono per lottare contro la povertà e creare lavoro nel Paese? Sputnik Italia ha raggiunto, per un’intervista, Stefano Zamagni, economista, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.
— Una delle battaglie principali dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza, non ha funzionato al meglio. Le famiglie in povertà assoluta non sono diminuite stando ai dati ufficiali. Professor Zamagni, che cosa è andato storto?

In economia c’è la “regola di Tinbergen”, dal nome dell’economista olandese Tinbergen, premio Nobel, che già negli anni ’80 del secolo scorso aveva elaborato tale regola: uno strumento di politica economica o sociale deve essere adeguato ad un solo fine. Per ogni fine che la politica vuole raggiungere si deve scegliere lo strumento adeguato. L’errore fatto da parte del governo, all’epoca dell’approvazione della legge del reddito di cittadinanza, è quello di aver scelto un mezzo per perseguire due fini diversi: la lotta alla povertà da una parte, l’inserimento lavorativo di coloro i quali erano rimasti fuori dal mercato del lavoro dall’altra.Anche uno studente di economia alle prime armi avrebbe detto che non poteva funzionare, infatti non ha funzionato.

Il reddito di cittadinanza, storicamente, non è nato in Italia, esiste dagli anni ’70 e persegue il fine di alleviare le situazioni di povertà, dando un reddito minimo per soddisfare i bisogni fondamentali. Questo aspetto è sacrosanto, come ha detto Draghi, l’idea alla base del reddito di cittadinanza è buona, però hanno aggiunto ad essa l’altro fine creando i navigator.
Luca Zaia - Sputnik Italia, 1920, 12.08.2021
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— La parte più problematica della misura è quella che riguarda proprio il lavoro, non crede?
I navigator non hanno funzionato, sono stati spesi tanti soldi, ma inutilmente. Per raggiungere il secondo fine, cioè l’inserimento lavorativo, ci vogliono altri strumenti. Serve “il lavoro di cittadinanza” per usare una battuta che per primo usò Papa Francesco nel giugno del 2019 in un celebre discorso. Una battuta che i giornalisti non hanno ripreso, perché i giornalisti sono animali strani, spesso le cose importanti non le riportano.

Il reddito di cittadinanza è stato pensato come strumento di lotta contro la povertà. Aggiungendovi il secondo fine il risultato è uno spreco di soldi, le risorse investite nel secondo fine potevano essere utilizzate per il primo fine. I poveri, quindi, non sono diminuiti gran ché. Inoltre, non mancano le solite deviazioni italiane, mettiamole sempre in conto, cioè i furbi. Sappiamo che il 36% di persone che hanno ricevuto il reddito di cittadinanza non erano povere, non erano al di sotto della soglia di povertà. Si tratta di gente che ha rubato ai poveri veri. È dovuto al nostro apparato amministrativo e alla nostra burocrazia: l’Italia è il Paese dei furbi.

— Quali misure vanno quindi adottate per contrastare la povertà e per creare lavoro?
Il principio base è che se tu dai il lavoro ad una persona, quella non sarà mai povera. L’obiettivo primario deve essere dare il lavoro a tutti, invece che spendere tempo e risorse per altro. I poveri vanno aiutati, ma in una situazione di transizione, per alcuni mesi o un anno, non in maniera permanente, altrimenti i poveri non usciranno mai dalla loro condizione.
Bisogna far partire le cosiddette politiche attive del lavoro e chiedersi come mai una persona non riesca a lavorare. Lì scopriamo le varie cause: può essere ammalata, potrebbe essere non preparata culturalmente, potrebbe essere pigra. Sono tanti i motivi, a seconda dell’analisi che si fa bisogna preparare delle misure di intervento adeguate. Oggi la ragione principale per cui non si ottiene il lavoro è il mismatch: quelli che cercano il lavoro non sono persone adatte per occupare posti di lavoro disponibili nelle imprese.
Visitatrice con la mascherina in un negozio - Sputnik Italia, 1920, 11.06.2021
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Le imprese non fanno altro che chiedere nuovi impiegati, soprattutto in Veneto e in Emilia Romagna. Come mai non vengono assunti? Perché non sono capaci di svolgere le mansioni di cui le imprese hanno necessità. Bisogna prendere queste persone ed inserirle in processi di apprendimento, obbligandoli per un anno a rimettersi a studiare. Allora saranno capaci di intercettare la nuova traiettoria tecnologica e il lavoro lo troveranno.
Le persone sono mediamente intelligenti, il problema è che anche quelli che hanno studiato a scuola hanno studiato cose obsolete. Va cambiato il sistema scolastico, perché abbiamo scuole che insegnano temi interessanti, ma vecchi. Oggi non vanno più bene. Le politiche attive del lavoro partono dalla scuola e si basano sulle motivazioni per cui le persone non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro. Questi problemi non li risolvi distribuendo soldi. Il reddito di cittadinanza serve per fare fronte alle emergenze come il Covid, allora questa misura è stata utile. Non puoi pensare di vincere la povertà con una politica dei sussidi di lungo termine. I politici questo lo sanno, però non hanno interesse a farlo, perché le politiche emergenziali portano consenso, mentre le politiche attive del lavoro si svolgono sul lungo termine e non portano voti.
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