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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

I rischi per l'Occidente e il ruolo della Cina, chi c'è (davvero) dietro i talebani

© AP Photo / Gulabuddin AmiriI talebani (organizzazione terroristica vietata in Russia)
I talebani (organizzazione terroristica vietata in Russia) - Sputnik Italia, 1920, 17.08.2021
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Secondo Alberto Negri, storico inviato del Sole24Ore e analista politico, intervistato da Sputnik Italia, sarà la Cina il vero protagonista della stabilizzazione del Paese.
“L’Afghanistan non è il Vietnam, il 70 per cento degli americani è d’accordo con Biden sul ritiro delle truppe: nessuno vuole morire per un Paese per cui neppure gli afghani hanno voglia di combattere”. Secondo Alberto Negri, analista politico e storico inviato del Sole 24 Ore in Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e Balcani, raggiunto al telefono da Sputnik Italia, dopo il ritiro delle truppe statunitensi il vero protagonista della stabilizzazione del Paese sarà la Cina. Ed è di questo che nell’immediato, più che di terrorismo e immigrazione, dovranno preoccuparsi l’Occidente e le potenze che hanno interessi nella regione.
— Ieri il presidente americano Joe Biden ha detto che la guerra al terrorismo in Afghanistan è stata vinta. Pensa che questo sarà vero anche nel lungo termine con il ritorno al potere dei talebani*?
— Credo che quelle di Biden siano state dichiarazioni di comodo. Deve in qualche modo giustificare davanti all’opinione pubblica le immagini disastrose che arrivano da Kabul e sostiene che il terrorismo in Afghanistan è stato sconfitto e non può ritornare. In realtà il terrorismo era già stato sconfitto nel momento in cui era stato catturato e ucciso Osama Bin Laden, che non si trovava in Afghanistan ma in Pakistan. Il problema del terrorismo o comunque della destabilizzazione afghana ha un retroterra importantissimo proprio in questo Paese, che ha sempre manovrato l’Afghanistan in maniera ambigua tramite i talebani.
La riconquista del Paese da parte dei talebani oggi è un fatto che deve essere monitorato con molta attenzione, perché era stato proprio il primo emirato dei talebani ad attirare sul territorio afghano i gruppi jihadisti.
Probabilmente però questo secondo emirato sarà più pragmatico del precedente e starà attento ad intrattenere rapporti troppo stretti con i movimenti islamisti. I talebani hanno dato garanzie in questo senso non solo agli Usa, ma anche alla Cina, all’Iran, alla Russia. Insomma, a tutta una serie di Paesi che hanno interessi nella regione e che staranno attenti a monitorare che questo non avvenga.
— Si spiega così il riconoscimento internazionale del gruppo?
— Sicuramente c’è da dire che questo secondo emirato lo conosciamo meglio del primo. Il Mullah Baradar fu arrestato nel Pakistan meridionale nel 2010 e fu scarcerato otto anni dopo, nel 2018, su precisa richiesta degli Stati Uniti. L’ufficio dei talebani in Qatar è stato crocevia in questi anni di intensi rapporti diplomatici con Paesi come l’Iran e la Turchia. E Baradar è diventato il volto di questa diplomazia.
— Ma ci può essere davvero un dialogo con i fondamentalisti islamici?
— In questa prima fase i talebani hanno soprattutto un obiettivo: quello di prendere il controllo del Paese. Il Mullah Baradar è stato molto chiaro: la priorità è garantire la sicurezza dei cittadini afghani, controllare il territorio, avviare il ritorno della polizia afghana nelle grandi città e nelle province per assicurare l’ordine pubblico, e rimettere in moto la macchina dello Stato. Certo, potrebbero avere rapporti con i gruppi jihadisti ma devono stare anche molto attenti che questi rapporti non ostacolino il raggiungimento del loro obiettivo primario e della loro strategia .
— Quali saranno le conseguenze del ritiro delle truppe Usa per i Paesi confinanti o che hanno interessi nella regione?
— Partiamo dalla Cina, che nello Xinjiang deve fare i conti con la minoranza musulmana uigura che da sempre è in fortissimo attrito con il governo cinese. Pechino vuole dai talebani, con la mediazione del Pakistan, Paese dove ha investito centinaia di miliardi in strade, autostrade e corridoi energetici, la garanzia che non sostengano in alcun modo il fronte uiguro in questa regione. E forse qualche rassicurazione in questo senso Pechino l’ha avuta, visto che ha salutato l’arrivo dei talebani con un certo calore.

E poi, i cinesi stanno investendo molto in Afghanistan. La prospettiva che continuino ad investire spinge i talebani a voler collaborare. Il fatto che l’Afghanistan ora possa essere cooptato nella via della Seta cinese evidentemente cambia parecchio le carte in tavola. Da una parte Iran e Russia vedono di buon occhio una possibile stabilizzazione, dall’altra si pongono il problema che dietro questa stabilizzazione ci sia proprio la Cina.

— Non c’è il rischio che la situazione sfugga di mano e il Paese piombi nel caos?
— La principale preoccupazione di Mosca, evidentemente, è quella di mettere in sicurezza l’area. Non a caso nelle scorse settimane ha avviato manovre militari sia con l’Uzbekistan che con il Tagikistan. I russi sanno bene quali possono essere le conseguenze della creazione di un emirato islamico capace di far sentire la sua influenza dall’Asia Centrale alla Cecenia. La Russia deve monitorare attentamente anche le mosse delle altre potenze regionali, dalla Cina all’Iran, passando per la Turchia. Un eventuale influenza turca sui talebani potrebbe destare preoccupazioni, visti i precedenti in Siria e in Libia. E poi c’è l’Iran che estende la sua influenza militare dall’Afghanistan al Mediterraneo.
— Qualcuno lancia l'allarme su una nuova ondata migratoria verso l'Europa e sul rischio che possa prendere il via una nuova stagione terroristica, cosa ne pensa?
— Non so cosa succederà in futuro. Per ora, analizzando i fatti concreti c’è da dire che un aumento del flusso di profughi dall’Afghanistan era già in corso, specialmente verso l’Iran e la Turchia, e non per motivi politici, ma perché la media del reddito nazionale laggiù è di un dollaro e mezzo al giorno.
È possibile che ora le partenze si moltiplichino sia per la presenza politica dei talebani, sia per la precarietà economica dell’emirato. Per questo i rapporti con la Cina, la Russia e l’Iran, sono fondamentali per i talebani, visto che i finanziamenti americani per la costruzione dello Stato afghano non arriveranno più.
La cosa più importante per i talebani è riempire le casse per pagare le truppe, far mangiare la popolazione e controllare il Paese. Quanto al terrorismo in Europa si vedrà.
Se da una parte è vero che ora i gruppi come l’Isis* hanno uno Stato di riferimento, dall’altra i talebani devono stare molto attenti, non solo perché hanno preso degli impegni in questo senso con gli americani, ma soprattutto per non irritare i cinesi portando i terroristi nell’area. I cinesi ti riempiono le casse, come hanno fatto finora in Africa e altrove, ma non vogliono destabilizzazioni, altrimenti le casse restano vuote.
— Pensa che ci saranno delle ripercussioni sull’amministrazione Biden?
— Tra una settimana, quando le persone non cadranno più dagli aerei militari, non si parlerà più di questa storia. Il 70 per cento degli americani è d’accordo con il ritiro delle truppe. E il discorso che ha fatto ieri il presidente americano è stato chiaro: nessuno ha voglia di morire per un Paese per il quale gli stessi afghani non hanno voglia di combattere. Non facciamo paragoni con il Vietnam, lì sono morti 100mila soldati americani di leva. In Afghanistan 2.500 volontari. Per il Vietnam c’era una manifestazione al giorno negli anni ’60 e ’70. Per l’Afghanistan vede qualcuno che manifesta? Questo la dice lunga sulla differenza politica e di coinvolgimento emotivo.
— Qual è il bilancio di questi vent’anni di missioni militari occidentali?
— Sono state guerre sbagliate, ma soprattutto guerre che non si potevano vincere. Guerre perse, sin dall’inizio.
*Organizzazioni terroristiche vietate in Russia e in altri Paesi.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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