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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Nessun Paese è al sicuro dalla minaccia terroristica

© REUTERS / Stringer/FilesTerroristi del Daesh a Raqqa
Terroristi del Daesh a Raqqa - Sputnik Italia, 1920, 16.08.2021
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Vladimir Tarabrin, direttore del dipartimento del Ministero russo degli Esteri per l'analisi e la liquidazione di nuove minacce, in un’intervista a Sputnik, ha spiegato come influirà il ritiro delle truppe USA dall'Afghanistan sul narcotraffico e come sono mutate le minacce terroristiche a seguito della pandemia.
Infine, Tarabrin si è espresso sul motivo per cui, a livello internazionale, non si riesca a risolvere il problema della pirateria.
— Il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan è una delle tematiche più discusse degli ultimi mesi. In che modo questo fenomeno si riflette sulla situazione afghana?
— Lasciando l’Afghanistan, gli americani stanno constatando che le loro iniziative di contrasto al narcotraffico sono, in buona sostanza, fallite. L’Afghanistan oggi produce l’84% degli oppioidi su scala mondiale. Inoltre, il Paese negli ultimi anni è diventato un grande laboratorio per la produzione di metanfetamina. Si noti che il conseguimento di valori rilevanti nella produzione di sostanze stupefacenti in Afghanistan è coinciso con il periodo della presenza delle truppe americane e NATO nel Paese.
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Negli ultimi 20 anni, l’Afghanistan è diventato una narco-nazione: secondo diverse stime, il volume di produzione illecita di oppioidi è cresciuto tra le 17 e le 40 volte rispetto al 2001, quando le truppe statunitensi invasero l’Afghanistan. I proventi della coltivazione del papavero da oppio rappresentano un terzo del PIL afghano. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) e l'Organo Internazionale per il Controllo degli Stupefacenti (INCB) segnalano, nel 2020, un aumento della coltivazione illecita di sostanze stupefacenti in Afghanistan: questo è uno dei principali ostacoli alla realizzazione dei programmi di sviluppo nel Paese. In Afghanistan si è venuta a creare una solida “narco-congiuntura” entro la quale sono attivi gli operatori economici del comparto, indipendentemente dalla presenza o assenza di truppe straniere.
Quali misure sta adottando la Russia per non consentire che l’afflusso di stupefacenti interessi anche il proprio territorio? Con quali Paesi sta cooperando la Russia in tal senso?
— La Federazione Russa è all’avanguardia nel contrastare le minacce legate agli stupefacenti provenienti dall'Afghanistan e fornisce supporto, sia politico che su base volontaria, a livello internazionale per risolvere questo problema, anche nel rispetto del “Patto di Parigi” promosso dall’UNODC.
In autunno, intendiamo ospitare dei meeting del Gruppo di lavoro, composto da esperti del Patto di Parigi, incentrati sul rafforzamento della cooperazione transfrontaliera nel contrasto agli oppioidi afghani.
La Federazione Russa vanta una pluriennale storia di collaborazione nel contrasto agli stupefacenti, sia con i partner centroasiatici, sia con Iran e Pakistan, grazie alla sottoscrizione di accordi intergovernativi e interministeriali. Parallelamente, sono in corso attività di rafforzamento del complesso sistema di controllo della droga, in linea con quanto stabilito dall’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, dalla Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e dall'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, nonchè mediante lo svolgimento, a cadenza regolare, di eventi congiunti che presentino un reale “valore aggiunto”. Solamente in occasione della prima fase dell’operazione antidroga dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva “Kanal” – “Granitny bastion”, tenutasi tra il 21 e il 25 giugno 2021, sono state confiscate dal traffico illecito oltre 5,5 tonnellate di stupefacenti e sono stati denunciati circa 800 illeciti legati agli stupefacenti. Entro fine anno, si prevede lo svolgimento dell’operazione antidroga “Pautina” dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.
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Come aiuto alle nazioni più colpite dal narcotraffico afghano, oltre alla fornitura di aiuti bilaterali, la Federazione Russa dal 2017, sotto l’egida dell’UNODC, si occupa della formazione di specialisti antidroga per i Paesi dell’Asia centrale, del Pakistan e, chiaramente, dello stesso Afghanistan. Segnaliamo, con soddisfazione, che in questi anni abbiamo formato un migliaio di esperti antidroga. In autunno, prevediamo di avviare l’addestramento di poliziotti antidroga iraniani con l’aiuto dell’UNODC.
Inoltre, in collaborazione con il Giappone stiamo realizzando il progetto di costruzione di un centro cinofilo del Ministero afghano dell’Interno a Kabul e il progetto di formazione di esperti antidroga afghani.

Stiamo promuovendo anche la collaborazione con i nostri partner del CARICC (Centro di informazione e coordinamento regionale dell'Asia centrale per la lotta al traffico illecito di stupefacenti, sostanze psicotrope e le loro precursori) e dell’EAG (Gruppo eurasiatico di contrasto al riciclaggio di denaro e al finanziamento al terrorismo).

In una conferenza a Mosca, il movimento talebano* (considerato illegale in Russia) ha dichiarato che contrasterà il contrabbando di stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. A Suo avviso, è possibile credere a queste affermazioni, considerato il fatto che, secondo molte fonti, i talebani ricevono proventi dalla vendita di droga?
— Sin dal 2016, l’UNODC considera il traffico illecito di stupefacenti come una delle principali fonti di reddito dei talebani e, negli ultimi anni, anche delle cellule terroristiche dell’ISIS stanziatesi in Afghanistan. Ma vanno considerati anche altri elementi. Ad esempio, nel 2000, quando i talebani per motivi religiosi cominciarono la guerra contro gli stupefacenti, si producevano nel Paese 4.500 tonnellate di oppioidi. E in meno di un anno, con l’arrivo delle truppe americane e la caduta del regime, riuscirono a ridurre le coltivazioni di papavero da oppio di 9 volte. Ma già nel 2002, le organizzazioni internazionali lanciarono un segnale d’allarme perché la produzione di stupefacenti era salita nuovamente a 3.400 tonnellate. Nel 2017 si raggiunse il record di 9.000 tonnellate.
Secondo le ultime stime dell’UNODC, in Afghanistan nel 2020 sono state prodotte almeno 6.300 tonnellate di stupefacenti.
Chiaramente, per risolvere un problema così complesso servono, anzitutto, una volontà politica e misure mirate messe in atto dal governo afghano.
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Quanto alla minaccia terroristica, qual è l’influenza che il ritiro delle truppe USA sta esercitando sull’Afghanistan? Esiste il rischio di uno scisma tra i talebani afghani e il passaggio di buona parte dei combattimenti al gruppo terroristico ISIS?
— Come evidenziato dal presidente russo Putin a ottobre dello scorso anno, il ritiro delle truppe dall’Afghanistan implica rischi ulteriori legati, tra l’altro, alla necessità di mantenere la stabilità nella regione e, di conseguenza, l’allocazione di risorse per garantire questi sforzi.
La prevenzione delle minacce terroristiche originatesi in Afghanistan è chiaramente legata al conseguimento di una risoluzione della situazione politica. A tal fine collaboriamo con tutti le parti coinvolte inducendole a raggiungere i rispettivi accordi interni. Non è un segreto che all’interno del movimento talebano vi siano divergenze di vedute in merito agli Accordi di Doha: infatti, non tutti li trovano adeguati né sono pronti a implementarli.
Questo, come Lei ha giustamente osservato, crea i presupposti per un eventuale scisma interno al movimento e per un passaggio alle frange più radicalizzate dell’ISIS.
La solerte attività di stima dei rischi e delle minacce di natura terroristica viene effettuata da diversi Paesi membri dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Inoltre, nell’ambito della Organizzazione del Trattato, la Russia si è assunta specifici impegni per garantire la sicurezza collettiva nel caso, tra l’altro, che si presenti una aggressione esterna ai danni di uno qualsiasi degli Stati membri dell’organizzazione.
La Russia è in contatto con gli USA, visto il ritiro delle loro truppe, per collaborare al contrasto del terrorismo?
— Quanto ai contatti con gli USA, sul tema siamo aperti alla cooperazione, ma non siamo interessati più di quanto lo siano i nostri partner.

Tra il 2018 e il 2019 avevamo instaurato un fruttuoso dialogo interministeriale con Washington su tutto un ventaglio di questioni legate all’antiterrorismo. Su iniziativa del viceministro russo degli Esteri Oleg Syromolotov e del primo vicesegretario di Stato USA Jake Sullivan, si sono tenuti due incontri. Ma le attività sono state interrotte dagli USA, i quali hanno addotto un pretesto poco convincente.

Tuttavia, stiamo lavorando per collaborare in maniera pragmatica con il Dipartimento di Stato USA sull’antiterrorismo nelle aree di maggior interesse per il nostro paese, nonchè a livello internazionale. Gli sforzi congiunti, profusi dalla delegazione russa e americana hanno consentito di conseguire, il 30 giugno, il consenso per l’approvazione della risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU sulla verifica degli adempimenti della Strategia globale antiterroristica. Per quanto ci riguarda, a condizione che si verifichi un mutuo interesse, siamo pronti a continuare la cooperazione antiterroristica e a scambiarci opinioni sul tema Afghanistan sia a livello bilaterale, sia multilaterale.
Al contempo, però, siamo preoccupati per i comunicati diramati dai media americani in merito alla perdurante attività delle compagnie militari private americane. Tempo fa, The Washington Post ha riportato alcuni tentativi dell’opposizione venezuelana di assumere una compagnia militare privata americana per organizzare un colpo di Stato a Caracars e per rovesciare il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Pochi giorni fa, la rivista Time ha parlato del progetto di Erik Prince, fondatore della nota compagnia militare privata Blackwater, di assumere veterani delle operazioni militari in Donbass per la costituzione di una nuova compagnia militare. Quali sono i loro scopi? Al momento non ci resta che provare a indovinare.
*Organizzazione estremista terroristica illegale in Russia e altri paesi
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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