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L’ombra lunga del 15 agosto 1971

© AP Photo / John DurickaRichard Nixon
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Siamo al cinquantesimo anniversario di un drammatico e azzardato cambiamento di un’epoca. Ma c’è poco da “celebrare”.
Infatti, il 15 agosto 1971, dalla residenza di Camp David, il presidente Richard Nixon tenne un discorso televisivo nazionale di 18 minuti, in cui annunciava una serie di misure radicali che avrebbero avuto conseguenze enormi per il futuro dell’economia e della politica mondiale, non solo degli Stati Uniti.
Si decise la fine del gold standard, cioè il dollaro non sarebbe stato più convertibile e rimborsabile in oro. In teoria, fino a quel giorno, i Paesi con riserve in dollari potevano in ogni momento richiedere la loro riconversione in oro. Gli Usa tornarono liberi di stampare moneta senza l’obbligo di possedere una quantità d’oro pari ai biglietti verdi in circolazione. Apparentemente ne giovarono le casse pubbliche americane, ma per il sistema valutario globale si rivelò un terremoto senza precedenti.
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Fu accantonato anche il regime dei cambi fissi, che regolava i rapporti tra le maggiori monete, uno dei pilastri del sistema di Bretton Woods, realizzato nella cittadina del New Hampshire nel 1944. Nel sistema monetario internazionale s’introdusse, invece, il sistema di cambio fluttuante, che è stato, ed è ancora, sotto la minaccia della speculazione dei mercati valutari. La fine di Bretton Woods segnò l’inizio di un lungo periodo di grande instabilità valutaria e di speculazioni finanziarie. Il 15 agosto 1971 fu anche l’inizio della “deregulation”.
L’altra misura che in quel giorno fatidico gli Usa adottarono fu il congelamento dei salari e dei prezzi per 90 giorni e una sovrattassa del 10% sulle importazioni. I controlli sui prezzi fermarono temporaneamente l'inflazione, che, però, ritornò poco dopo più forte e minacciosa, determinando anche una prolungata politica di austerità.
Con la decisione unilaterale di far fluttuare il cambio del dollaro, si aprì un periodo di instabilità che portò alla svalutazione della valuta americana, favorì i conseguenti shock petroliferi del 1974 e del 1979 e, alla fine degli anni settanta, portò i tassi di interesse della Federal Reserve al 20%. Uno choc economico globale senza precedenti.
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L’intento di Nixon era di indurre i Paesi industrializzati a rivalutare le loro monete rispetto al dollaro per ridurre il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americana. Gli effetti, però, furono fuori controllo e incalcolabili. Le cose andarono diversamente. Le nuove “regole del gioco” spianarono la strada alla globalizzazione della finanza.
È vero che la situazione economica americana non era più sostenibile, anche per la pressione della crescente esposizione debitoria per sostenere le spese della guerra in Vietnam. Anche le riserve auree erano scese dai 24 miliardi di dollari del 1948 ai 10 del 1971.
“Dobbiamo proteggere il dollaro dagli attacchi degli speculatori internazionali”, disse Nixon per giustificare la sua decisione. In realtà, segnò l’inizio di continue e forti speculazioni, fino ai giorni nostri.
Da quel momento, gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando sempre più dollari. Dollari che hanno inondato il mondo. Comprati prima dall’Europa e dal Giappone, poi dai produttori di petrolio e più recentemente dalla Cina e da altri Paesi emergenti.

Nel 1971, in Usa, il rapporto debito pubblico/pil era del 36,2%. Oggi ha superato il 135%. In realtà, si dovrebbero aggiungere i debiti dei due giganti immobiliari pubblici, Freddie Mac e Fannie Mae, che, per esempio, già nella crisi del 2008 ne avevano per circa 5.000 miliardi di dollari, pari a circa un terzo del pil nazionale.

Da 50 anni, l’America ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più malata, gli Usa hanno cambiato nel tempo molte altre norme, abbattendo l’intero apparato di regole realizzate dal presidente F. D. Roosevelt per superare la Grande Depressione del ’29. In particolare nel 1998 fu accantonato il Glass Steagall Act, la legge del 1933, che stabiliva la separazione bancaria tra le banche commerciali e quelle di investimento, proibendo alle prime di usare i depositi e i risparmi dei cittadini in operazioni finanziarie speculative e ad alto rischio.
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Dopo la Grande Crisi del 2008, dopo i giganteschi quantitative easing finanziari, le tante sfide planetarie e l’attuale crisi pandemica ed economica, dovrebbe essere chiaro che, per evitare pericolose guerre tra le valute, si dovrebbe costruire un nuovo accordo internazionale anche nel campo monetario. Potrebbe essere un sistema multipolare basato su un “paniere stabile di monete”, anche con riferimento all’oro, come elemento essenziale per gestire insieme e in modo costruttivo la nuova stagione di sviluppo e di cooperazione economica mondiale.

Del resto, nel discorso del 1971 lo stesso Nixon parlò della “necessità urgente di creare un nuovo sistema monetario internazionale”. Forse era consapevole più degli altri della “gravità” della sua decisione.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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