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Made in Italy, studio del Cnr: il passaggio all'euro ha dato una spinta positiva all'export

© REUTERS / Toby MelvilleMappa dell'Europa su una moneta di euro
Mappa dell'Europa su una moneta di euro - Sputnik Italia, 1920, 14.08.2021
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Uno studio del Cnr assieme all'Università Roma tre analizza quali settori sono stati maggiormenti avvantaggiati dall'ingresso nella moneta unica e quali invece sono stati penalizzati.
L'euro ha avuto un impatto positivo sul Made in Italy. E' questa la conclusione generale che emerge da uno studio che tenta di stimare l'effetto della moneta unica sui flussi commerciali.
Il paper dell’Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile del Cnr e dell’Università Roma Tre, è intitolato "Unioni valutarie e catene globali del valore: l'impatto dell'euro sulle esportazioni italiane di valore aggiunto" ed è stato pubblicato sull'Italian Economic Journal.

I settori avvantaggiati

Lo studio dell’andamento delle esportazioni italiane verso i Paesi Uem e non Uem, dal 1995 al 2012, mostra la bilancia commerciale dell'Italia sempre in attivo per l'euro.
In particolare, l’introduzione della moneta unica europea ha avvantaggiato settori quali i metalli di base, le apparecchiature elettriche e ottiche e i servizi di trasporto terrestre. Prodotti chimici e agricoli risultano invece essere tra le poche esportazioni che hanno registrato un impatto negativo a causa dell’euro.

Il metodo di analisi

È la prima volta che in Italia viene condotta un’analisi di valutazione delle politiche commerciali con il Synthetic control method (Scm), uno strumento statistico ancora poco utilizzato in ambito economico-finanziario.
Questo metodo, spiegano i ricercatori, ha permesso di stimare che "cosa è accaduto all’Italia, rispetto a un gruppo di controllo, dal momento in cui ha ricevuto il “trattamento”, ovvero dall’introduzione della moneta unica europea", si legge nel comunicato del Cnr.
L'indagine non si è centrata sul flusso commerciale lordo delle esportazioni, bensì sul valore economico aggiunto dall’Italia ai prodotti esportati, finiti e intermedi, all’interno della catena globale di valore (Gvc), la risultante delle diverse fasi della produzione di un bene, ad esempio l’aumento degli scambi e del commercio internazionale.
“Lo studio che abbiamo condotto ha valutato il valore netto di queste esportazioni in funzione del tempo, ottenendo una misura più precisa del grado di coinvolgimento della nostra economia nella Gvc”, spiegano Luca Salvatici e Silvia Nenci, ricercatori dell’Università di Roma Tre.

L'aumento dell'export

I risultati mostrano che l'euro ha favorito una maggiore partecipazione dell'Italia nella catena globale, con un aumento delle esportazioni verso i Paesi Uem e non Uem presi in considerazione dallo studio. In tutto 28 Paesi tra cui Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Cina e Giappone.
“Questo avviene indipendentemente dalla specializzazione del commercio italiano, coinvolgendo settori in cui l’Italia da sempre gode di vantaggi comparati, ad esempio i metalli di base, ma anche le aree in cui tali vantaggi non sono mai stati evidenti, ad esempio apparecchiature elettriche e ottiche e servizi di trasporto terrestre. La stessa eterogeneità vale anche per le poche esportazioni che hanno registrato un impatto negativo dall’introduzione dell’euro, quali i prodotti chimici e carbone, che da sempre soffrono di uno svantaggio comparato”.

Andamenti forward e backward

L’adozione dell’euro ha però rallentato, soprattutto nei primi anni dopo l’ingresso nella Uem, settori come l’agricoltura e l’alimentazione. Secondo i ricercatori questi andamenti forward e backward "suggeriscono che l’introduzione dell’euro abbia fornito un’evidente spinta al ruolo italiano come fornitore di input per la ‘Fabbrica Europa’, riducendo d’altro lato la dipendenza delle esportazioni italiane dagli impulsi esteri”, concludono gli autori dello studio. “Una possibile spiegazione potrebbe risiedere negli investimenti diretti delle imprese nella produzione locale, favoriti dalla moneta unica rispetto all’importazione dei beni necessari per le loro successive esportazioni”.
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