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 - Sputnik Italia, 1920, 18.09.2021
La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

I Taliban verso Kabul

© AFP 2021 / JAVED TANVEERIn this photograph taken on November 3, 2015, Afghan Taliban fighters listen to Mullah Mohammad Rasool Akhund (unseen), the newly appointed leader of a breakaway faction of the Taliban, at Bakwah in the western province of Farah
In this photograph taken on November 3, 2015, Afghan Taliban fighters listen to Mullah Mohammad Rasool Akhund (unseen), the newly appointed leader of a breakaway faction of the Taliban, at Bakwah in the western province of Farah - Sputnik Italia, 1920, 14.08.2021
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Il conflitto in atto in Afghanistan sembra andare incontro ad una brusca accelerazione. Nel breve volgere di 48 ore sono cadute nelle mani dei miliziani islamisti molte città di grande importanza politica e simbolica.
Ha destato particolare sensazione soprattutto la conquista di Herat, città alla cui sicurezza avevano provveduto dal 2005 fino a poco tempo fa proprio i soldati italiani. A colpire sono state in particolari le immagini del locale signore della guerra, Ismail Khan, fotografato nelle mani dei Taliban*.
Non è chiaro cosa sia successo esattamente. Secondo alcune fonti, Khan si sarebbe arreso in seguito ad un breve combattimento. Per altre, invece, avrebbe negoziato i termini della propria resa e quindi accettato di sostenere i Taliban*, ai quali si era tenacemente opposto anche prima dell’11 settembre 2001.
Dalla nobile città occidentale afghana che giace alla frontiera con l’Iran giungono anche istantanee rassicuranti quanto inconsuete, che mostrano gli studenti coranici intenti a distrarsi con le giostre che hanno trovato.
Si tratta naturalmente di un messaggio propagandistico, che ha destinatari interni ed esterni all’Afghanistan. I Taliban* vogliono far credere di essere cambiati e di aver adottato un approccio più inclusivo e meno totalitario di quello che li aveva resi tristemente famosi.
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Anche il trattamento riservato a Khan serve probabilmente ad ammorbidire la resistenza di chi ancora combatte perché convinto che la cattura equivalga automaticamente ad un’esecuzione, prospettandogli una via d’uscita incruenta.
Pare essere questo l’elemento di novità cruciale alle spalle della travolgente avanzata talebana* recente: la consapevolezza che è meglio rinviare ad un futuro più o meno lontano le inevitabili rese dei conti, offrendo nell’immediato il perdono a chi getta le armi. Perché arrivare presto a Kabul è ormai prioritario.
Così adesso le notizie degli assassinii e delle torture extragiudiziali cedono il campo ad un altro tipo di comunicazione, del quale il ritratto di Ismail Khan con le proprie armi in mezzo a chi lo ha fatto prigioniero è l’esempio più potente.
Che sia in atto una svolta non solo militare, ma politica sembra dimostrarlo anche la circostanza che si parli apertamente di un’amnistia generalizzata in favore di tutti coloro che hanno collaborato negli ultimi venti anni con il legittimo governo afghano.
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Tutto ciò rende estremamente più complesso il lavoro di chi deve motivare a non cedere uomini già spaventati a morte, che non ritengono più di poter vincere e cercano quindi a gruppi o singolarmente la propria salvezza.
Le lealtà si spostano dal giorno alla notte e dalla notte alla mattina esattamente com’era accaduto nell’autunno di venti anni fa. Alcuni anziani warlord, come l’uzbeko Rashid Dostum, lanciano ancora proclami minacciosi, ma esiste il dubbio che possa esistere un prezzo anche per lui.
Con veloci incursioni e trattative sotterranee, i Taliban* stanno mietendo successi in tutto il Nord e il Sud dell’Afghanistan, stringendo in una tenaglia la capitale, che sarebbe ormai a non meno di 50 chilometri dalle avanguardie dei miliziani.
Dal legittimo governo afghano non si odono del resto segnali significativi. Si è sentito il vicepresidente Abdullah, pallido erede tagiko di Massoud, esprimere vaghe promesse. Il presidente Ghani è invece praticamente muto.
Ed è proprio nell’incapacità a radicarsi delle istituzioni sorte in Afghanistan dopo la caduta dell’Emirato del Mullah Omar la vera causa profonda della disfatta cui stiamo assistendo.
Non basta infatti armare ed addestrare un esercito e delle polizie per avere forze in grado di resistere alla pressione di rivali agguerriti. Anche i soldati migliori si sottomettono se alle spalle hanno un governo debole, che non rappresenta la realtà del paese. Ed è ciò che sta accadendo.
Il tempo stringe. Il presidente Biden ha autorizzato l’invio di tremila uomini in Afghanistan per proteggere il ripiegamento del personale americano ancora presente a Kabul. Altre migliaia sono in movimento nella regione mediorientale per assicurare all’evenienza rinforzi e supporti logistici supplementari.
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Hanno annunciato altri spostamenti di truppe anche gli inglesi. Ma non succederà nulla di spettacolare: riunitosi d’urgenza, il Consiglio Nord-Atlantico, massima istanza politica della Nato, ha ribadito che non sono in programma ripensamenti e che il legittimo governo afghano sarà assistito solo con mezzi civili, decretandone la condanna a morte.
Del resto, piano piano, alla spicciolata, diversi Stati europei hanno già annunciato la chiusura delle proprie ambasciate e l’evacuazione del personale diplomatico: segno evidente che il presunto “nuovo corso” talebano non convince molto gli osservatori internazionali.
Merita di esser notato anche il fatto che il leader turco Recep Tayyip Erdogan stia manifestando l’intenzione di incontrare al più presto i vertici dei Taliban*, probabilmente nella speranza di avvicinarli in qualche modo, prima del loro ingresso a Kabul, al mondo dell’Islam Politico moderato, cui gli studenti coranici non sono mai appartenuti.
Sembra quindi evidente che siamo agli sgoccioli e che sta per aprirsi in Afghanistan e in tutta l’Asia centro-meridionale una fase nuova, probabilmente destinata ad esser contrassegnata da una ripresa del “grande gioco”, con protagonisti questa volta cinesi, indiani, pakistani, iraniani e forse, ma a distanza, anche i russi.
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È legittimo interrogarsi sulle cause di questo straordinario fallimento. Al contrario di quanto comunemente si crede, in effetti, nessuno pensò, venti anni fa, di esportare la democrazia in Afghanistan. Questa fu piuttosto l’illusione che i neoconservatori americani coltivarono per il dopo Saddam in Iraq.
Nel 2001 gli americani non facevano mistero di voler restituire il paese agli screditati warlord che lo avevano perso, per dedicarsi esclusivamente alla ricerca dei terroristi di al-Qaeda*.
Sarebbero stati piuttosto gli alleati della Nato, entrati in gioco nel 2003, a perseguire l’obiettivo utopistico di costruire sull’Hindu Kush uno Stato moderno, anche per impressionare con un grande successo gli Stati Uniti, ormai impantanati a Baghdad.
È così accaduto che le truppe atlantiche siano state utilizzate da chi era al potere a Kabul per perseguire in ogni provincia afghana degli obiettivi politici tipicamente tribali, con l’effetto di esacerbare risentimenti e xenofobia, che i Taliban* hanno sfruttato con il concorso di sponsor esterni compiacenti, interessati ad evitare che in Afghanistan si radicasse un paese ostile.
Sostanzialmente, non si è capita l’innata resistenza degli afghani alla centralizzazione del potere, tanto sul piano nazionale quanto su quello provinciale.
Non è quindi sbagliato concludere che l’Afghanistan in procinto di precipitare nel suo passato sia oggi vittima delle best practices di governo in uso in Occidente: in astratto, un modello certamente avanzato, ma probabilmente inadatto alla situazione attuale del paese al quale si voleva applicarle. A volte, l’ottimo è nemico del bene.
*un'organizzazione terroristica bandita in Russia e in molti altri paesi
L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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