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Tutte le mutazioni del Covid: ecco quali sono quelle che preoccupano di più

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Creative rendition of SARS-COV-2 virus particles - Sputnik Italia, 1920, 11.08.2021
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Dall'inizio della pandemia sono emerse almeno otto varianti del virus. Sono tutte più contagiose, ma meno letali. E a preoccupare è il meccanismo che permette ad alcune, come la Delta, di superare la barriera degli anticorpi prodotti dai vaccini.
Sono tutte più contagiose rispetto alle precedenti, ma meno letali: è la strategia del virus, che punta a diffondersi il più possibile per sopravvivere. Ma quante sono le varianti del Covid emerse finora? E quali devono farci più paura rispetto alle altre?
Finora l’Organizzazione mondiale della Sanità ne ha classificate almeno otto. Quattro sono le più preoccupanti, definite dall'Oms come VOC (Variants Of Concern): l’ex variante inglese, la Alfa, la sudafricana Beta, la brasiliana Gamma e l’ex variante indiana, rinominata variante Delta, che nel frattempo è diventata predominante in Europa.
Poi ci sono le “Varianti d’interesse”, le VOI, anche queste, dallo scorso giugno, denominate con le lettere dell’alfabeto greco per evitare lo stigma legato alla provenienza: Eta, Iota, Kappa e Lambda. Ma esistono anche altre mutazioni, che gli scienziati identificano con codici composti da lettere e numeri.
Tutte, come spiega il Corriere della Sera in un approfondimento, vengono generate dalle mutazioni del virus, che si trasforma per agganciarsi meglio alle cellule del corpo umano. Per questo le varianti più “efficaci” sono quelle che presentano mutazioni nella proteina Spike.

Le prime varianti emerse in Europa

Rispetto al virus identificato a Wuhan la prima variante emersa è stata la D614G. Si tratta del ceppo che si è diffuso in Europa a partire dal febbraio del 2020, dieci volte più contagioso rispetto a quello cinese.
La seconda ondata della pandemia, partita dalla Spagna a giugno, e che ha avuto il suo picco nell’autunno scorso, è stata innescata, invece, da un'altra variante: la 20A.EU1.

La variante Alfa

Solo nel mese di settembre è stata scoperta la cosiddetta variante inglese, oggi identificata come variante Alfa. Dal Regno Unito si è diffusa in ben 154 Paesi del globo, diventando ben presto dominante in Europa e in Italia. Tuttora negli Usa è la causa del maggior numero di infezioni da Covid.
Rispetto al virus originario è più contagiosa del 50 per cento. Alla maggiore carica virale, tuttavia, non è associata una maggiore letalità, e i vaccini sono efficaci nel contrastarla.
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La variante Beta

Qualche dubbio in più sull’efficacia dei vaccini è arrivato con la variante Beta, rintracciata sempre nel settembre del 2020 in Sudafrica. Presenta nove mutazioni nella proteina Spike. Una di queste le consente di riuscire ad evadere con più facilità l’azione degli anticorpi neutralizzanti del vaccino, riducendone l’efficacia con la sola somministrazione della prima dose.
Dopo aver completato il ciclo vaccinale, si è comunque protetti da questa variante con i vaccini attualmente in commercio per ciò che riguarda l’ospedalizzazione e le forme gravi della malattia.
Finora la variante “sudafricana” si è diffusa in 102 Paesi, ma non presenta un altissimo tasso di contagiosità.
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La variante Gamma

Nell’autunno del 2020 è stata isolata in Brasile la variante Gamma. Presenta una serie di mutazioni, tra cui alcune in comune con la Alfa e la Beta, capaci di rendere meno efficace la protezione del vaccino riguardo l’infezione.
La variante Gamma si è diffusa soprattutto in Sud America, ma anche in Europa e in Italia, dove incide per il 10 per cento dei casi. È comunque meno contagiosa della variante Alfa, ma si diffonde oltre due volte di più rispetto al ceppo di Wuhan.
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La variante Delta

Della variante Delta, invece, registrata per la prima volta nell’autunno del 2020 in India e divenuta attualmente prevalente nel Regno Unito, in Italia e in altri Paesi del mondo, preoccupa l’alto tasso di contagiosità determinato da alcune mutazioni della Spike, comuni anche alla variante Epsilon.
La variante Delta è fino al 70 per cento più contagiosa della Alfa, una percentuale che diventa del 120 per cento in più se si fa il paragone con il ceppo originario.
I contagiati con la variante Delta, infatti, secondo gli studi effettuati finora, hanno mostrato un tempo di incubazione più veloce, dai 4 ai 6 giorni, e una carica virale di mille volte maggiore rispetto al virus di Wuhan.
Anche i sintomi variano. La tosse non compare quasi mai, e la perdita dell’olfatto e del gusto subentra in rari casi. Più comuni sono mal di testa, mal di gola e febbre.
Con la variante Delta scende anche leggermente l’efficacia dei vaccini rispetto alla prevenzione del contagio: chi ha effettuato solo una dose, infatti, è protetto dalla variante Delta solo al 20-30 per cento, chi è guarito al 60-70 per cento, mentre chi ha effettuato entrambi i richiami ha un tasso di protezione attorno al 70-80 per cento.
Si stima, quindi, che la percentuale di vaccinati a rischio reinfezione con la Delta si aggiri attorno al 12 per cento.
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Le varianti di interesse

Le varianti di interesse, per ora, si sono dimostrate meno pericolose e non sono riuscite ad imporsi sulle altre.
Tra queste quella su cui sono puntati i riflettori è la Lambda, diffusa soprattutto in America Latina, per la sua capacità, seppur “modesta”, di sfuggire agli anticorpi prodotti dai vaccini.
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