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Forum Cina-Africa: Pechino si posiziona ottimamente in tutto il continente

CC0 / Pixabay / Bandiera della Cina
Bandiera della Cina - Sputnik Italia, 1920, 10.08.2021
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Quando si tenne il primo Forum per la Cooperazione Cina-Africa (FOCAC) la stampa occidentale non dette alcun rilievo e solo poche testate sprecarono giusto due righe.
Oggi, vent’anni dopo, le cose sembrano cambiate e sia i think thanks sia molti quotidiani hanno cominciato a considerarlo come un grande (per alcuni pericoloso) successo della diplomazia di Pechino. Il primo incontro si tenne in Cina ed era limitato a capi di governo e qualche ministro. Tutti gli ultimi, che si sono tenuti alternativamente a Pechino o in una capitale africana ospite, hanno visto la partecipazione di molti Capi di Stato.
Ogni tre anni, il Forum affronta il tema della collaborazione tra la Cina e i Paesi del continente africani e ogni volta sono stati annunciati crescenti investimenti cinesi miranti a finanziare strutture logistiche e infrastrutture strategiche in vari Paesi africani. Nel 2006 l’ammontare del denaro cinese dedicato all’Africa, tra finanziamenti e investimenti diretti, eradi 5 miliardi di dollari ma nel 2015 e nel 2018 si è trattato di ben 60 miliardi. È vero che, anche a causa della crisi Covid, sembra esistano segnali che la Cina, a partire dal 2019, abbia cominciato a ridurre le proprie elargizioni, ma ciò sembra riguardare solo i finanziamenti effettuati attraverso le banche statali cinesi mentre sarebbero addirittura in aumento i prestiti effettuati da banche commerciali o direttamente attraverso società cinesi desiderose di aggiudicarsi nuovi contratti in Africa.
All’inizio, la presenza cinese aveva riguardato soprattutto cooperazioni nei settori infrastrutturali e delle materie prime ma negli ultimi anni gli sviluppi maggiori sono stati riscontrati nelle aree delle telecomunicazioni e della sanità. Il petrolio proveniente soprattutto da Sudan e Angola è diminuito in quantità passando dal 20 al 15% del totale delle importazioni cinesi di combustibili fossili, anche perché è contemporaneamente cresciuto quello proveniente dal Medio Oriente e dalla Russia.
Nel settore dell’energia i cinesi hanno collaborato alla creazione di centrali elettriche sia con progetti idroelettrici che con centrali a carbone. Uno studio di una università americana stima che al 2020 la China Development Bank e la China Exim-Bank abbiano messo a disposizione di questi progetti quasi 30 miliardi di dollari più altri 9 miliardi per i sistemi di trasmissione. I progetti idroelettrici restano tuttavia con un punto di domanda, poiché la costruzione di dighe implica un importante modifica al territorio e la necessità di spostare migliaia di persone da zone che da millenni rappresentano il loro habitat naturale per le attività agricole e di allevamento. Anche sulle centrali a carbone sembra sia in essere un ripensamento poiché a Pechino si sarebbe deciso di spingere maggiormente l’energia “verde” derivante dal vento, dalla geotermia e, soprattutto, dal solare. Va ricordato che la Cina è di gran lunga il primo produttore mondiale di cellule fotovoltaiche e tra i primi dieci costruttori turbine a vento.
Oltre al settore dell’energia e delle telecomunicazioni la cooperazione della Cina con alcuni Paesi africani è aumentata nel settore militare, con particolare attenzione alla formazione dei quadri, alla lotta contro la pirateria e alla sicurezza interna.
In questi ultimi campi Pechino vanta una lunga collaborazione con varie organizzazioni africane che si battevano per l’indipendenza con le colonie. Inizialmente per opporsi al “mondo capitalista”, già dal 1955 la Cina aveva ospitato e istruito combattenti africani nelle proprie accademie militari e a partire dal 1958 ha istruito ben 3.000 combattenti e inviato in Africa centinaia di istruttori militari. A differenza di Unione Sovietica, Cuba, Francia e Stati Uniti le truppe cinesi non sono mai state direttamente impiegate nei combattimenti e la politica di Pechino è sempre stata quella di puntare sulla creazione di legami ideologici, economici e di soft power con gli Stati africani. I militari cinesi inviati nel continente non sono mai stati più di 20.000 mentre, solo per fare un esempio, nelle guerre di liberazione (soprattutto in Angola) i cubani erano arrivati a mandare ben 370.000 unità. Dal 2000 ad oggi comunque, Pechino ha tenuto 13 esercitazioni militari, 22 accessi navali e 259 incontri per consultazioni o scambi con eserciti o ministeri della difesa africani. Perfino compagnie di sicurezza private cinesi sono presenti con quasi 4.000 uomini per la protezione di porti e pipe lines e agiscono in collaborazione con forze locali.
Cape Town, South Africa - Sputnik Italia, 1920, 25.07.2018
La Cina si rafforza in Africa occidentale
È tuttavia nel campo dell’intelligenza artificiale che Pechino ha incrementato, e di molto, la sua presenza. Ad oggi, il 70% dei networks 5G africani è stato costruito dalla Huawei e la stessa società vanta ben 23 contratti in essere con altrettanti Governi per l’e-government e servizi di cloud. L’ultimo Paese africano ad aver concordato la concessione della costruzione del proprio centro data nazionale con Huawei è il Senegal. Nel solo periodo 2000-2014 i progetti nel digitale in atto tra vari Paesi africani e aziende cinesi erano 44 e nel 2015 e nel 2017 l’”assistenza” finanziaria della sola Cina in Africa a favore dell’intelligenza artificiale ha superato il totale stanziato da tutte le agenzie internazionali messe insieme. Il settore digitale di maggiore sviluppo attualmente è quello relativo ai progetti di “safe cities”, cioè un sistema di telecamere e di droni coordinati ai fini della sorveglianza della polizia. Con tutto ciò che, nel bene e nel male, questo implica.
Il digitale si sta facendo strada anche nell’economia. I sistemi di pagamento digitali gestiti da società cinesi (come Alipay di Alibaba) sono già in essere e potrebbero costituire la porta di ingresso per la futura moneta digitale cinese destinata, nelle intenzioni di Pechino, a sostituire il dollaro negli scambi internazionali.
Il risultato di tutta questa attività consente a Pechino di posizionarsi ottimamente in tutto il continente senza apparire come “potenza coloniale”. Nonostante locali reazioni negative avvenute in alcuni casi, l’immagine della Cina è percepita positivamente dalla maggior parte degli africani e solo qualche Governo sta cercando di approfittare delle reazioni negative occidentali alla presenza cinese per giocare gli uni contro l’altro al fine di ottenere i massimi benefici.
Proprio in quanto il FOCAC sta contribuendo fortemente al diffondersi delle attività cinesi in Africa, molti altri Paesi hanno cominciato a guardare quel continente con una diversa attenzione. Per cercare di contrastare la presenza cinese, il G7 ha lanciato il Build Back Better World (B3W) con l’intenzione di favorire lo sviluppo infrastrutturale africano. Non sono stati definiti i dettagli di come esso potrà agire, ma il concetto di fondo è che non si vuole lasciare alla sola Cina la possibilità di legare a sé le classi dirigenti dell’Africa. Anche gli altri Paesi del BRIC si stanno muovendo: la Russia nel 2017 ha lanciato un Russia-Africa Summit in Sochi e l’India ha ospitato qualcosa di simile a Delhi. Perfino la Turchia si è mossa dando vita a un altro summit ospitato in Istanbul.
Quanto tutte queste iniziative porteranno ad un reale miglioramento della situazione economica e sociale dell’Africa resta ancora da vedere.
L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.
La bandiera della Cina - Sputnik Italia, 1920, 14.03.2019
La Francia cerca di recuperare terreno dietro alla Cina in Africa
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