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Alta tensione nel Golfo Persico mentre s’insedia il nuovo presidente Raisi

© AFP 2021 / ATTA KENAREIl capo della magistratura iraniana Ebrahim Raisi arriva per tenere un discorso dopo aver registrato la sua candidatura alle elezioni presidenziali iraniane, al ministero dell'Interno nella capitale Teheran, il 15 maggio 2021, in vista delle elezioni presidenziali previste per giugno.
Il capo della magistratura iraniana Ebrahim Raisi arriva per tenere un discorso dopo aver registrato la sua candidatura alle elezioni presidenziali iraniane, al ministero dell'Interno nella capitale Teheran, il 15 maggio 2021, in vista delle elezioni presidenziali previste per giugno.  - Sputnik Italia, 1920, 04.08.2021
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È in atto un’escalation della tensione nella regione del Golfo Persico. L’ha determinata un attacco contro una petroliera giapponese, battente bandiera liberiana ma di proprietà israeliana, attribuito all’Iran ed effettuato con un drone suicida – pare uno Shahed 136 - che ne ha preso di mira la plancia di comando, uccidendo due persone.
Le vittime sono un cittadino britannico ed uno rumeno. Quanto accaduto, ovviamente, va inquadrato nel contesto delle attività con le quali le milizie iraniane legate ai pasdaran cercano di disturbare lo Stato ebraico. Alcuni analisti ritengono che le offese siano attualmente portate via mare perché più facili da portare a compimento.
Israele, infatti, ha una marina essenzialmente concepita in funzione della deterrenza e del combattimento sotto costa, nelle cosiddette brown waters, pur disponendo di una componente subacquea in grado di assicurare all’occorrenza la possibilità di condurre delle rappresaglie.
Sottomarini classe Dolphin, in effetti, stazionano spesso nell’Oceano Indiano o nei pressi degli approcci ad Hormuz. Ma lo Stato ebraico non possiede una flotta specializzata nella scorta al traffico. I mercantili israeliani sono quindi esposti a seri pericoli.
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Gli iraniani negano al momento ogni addebito in merito a quanto successo alla Mercer Street, ma gli israeliani non hanno dubbi e si sono messi al lavoro per preparare una risposta che ristabilisca la deterrenza.
La circostanza che in Israele sia ora al potere un nuovo governo e si sia appena insediato a Teheran il presidente Raisi certamente non agevola la gestione di questa crisi. Le parti stanno infatti definendo un linguaggio cui attenersi nei prossimi anni. Il momento è delicato.
Il nuovo premier Naftali Bennet deve dimostrare di essere non meno inflessibile del predecessore Netanyahu, specialmente adesso che in Iran nella stanza dei bottoni c’è un leader di inclinazioni particolarmente conservatrici.
Di quanto sta accadendo vanno segnalati elementi ulteriori. Israele non vorrebbe agire da solo e sta cercando il coinvolgimento nell’eventuale rappresaglia degli altri paesi colpiti dall’attacco alla petroliera.
I primi a rispondere sono stati gli inglesi, anche se il loro Carrier Strike Group 21 si trova ormai lontano, avendo da tempo lasciato l’Oceano Indiano ed essendo entrato nelle acque del Mar Cinese Meridionale. Pare però che abbiano messo a disposizione dei team dei loro celebri commandos.
Quindi sono usciti allo scoperto anche gli americani, non solo per confermare ad Israele la tenuta della loro alleanza bilaterale, ma anche, probabilmente, per arginare il nuovo protagonismo di Londra.
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Il Segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, è stato molto chiaro nei giorni scorsi, esprimendo l’apprezzamento per quanto gli europei fanno in teatri lontani d’interesse americano, ma invitandoli anche a concentrarsi sulle regioni di propria più immediata pertinenza.
Che il Regno Uniti dilati la propria sfera d’influenza, evidentemente, non è del tutto gradito agli Stati Uniti, probabilmente inclini ad accettare un ruolo di più alto profilo britannico nell’Oceano Atlantico e nel Mediterraneo, ma non molto oltre. Di qui, la scelta di aderire all’invito israeliano.
Il Segretario di Stato Anthony Blinken ha promesso la partecipazione di Washington alla risposta che verrà data agli attacchi attribuiti a Teheran, precisandone altresì il carattere collettivo ed aggiungendo che l’America sta prendendo contatti anche con altri, non meglio precisati, alleati. E anche i rumeni hanno fatto capire che ci saranno.
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Ovviamente, gli iraniani non stanno a guardare. Hanno rafforzato le difese attorno alla centrale nucleare di Busher, che dispongono di batterie di missili russi S-300. Ma i bersagli della possibile risposta potrebbero essere altri, specialmente se si vorrà mantenere la rappresaglia entro i limiti della cosiddetta proporzionalità all’offesa ricevuta.
Potrebbero essere quindi nel mirino dei porti e soprattutto la base da cui sarebbe partito il drone che ha colpito la Mercer. Israele chiede anche nuove sanzioni contro Teheran alle Nazioni Unite.
Non è chiaro peraltro cosa stia accadendo al traffico mercantile nel Golfo. Nella serata del 3 agosto, infatti, si sono sparse voci sul possibile dirottamento in atto di altri mercantili. Il 4, tuttavia, la situazione risultava nuovamente normale, seppure con alcuni contorni poco chiari.
Inoltre, le autorità iraniane hanno annunciato di voler riconsiderare la decisione di negoziare il rilascio di alcuni americani detenuti nelle loro prigioni, quasi a voler precostituire qualcosa su cui eventualmente trattare per scongiurare azioni di forza.
In tutto questo, è interessante notare come l’Occidente sia rimasto diviso. Se Israele, Gran Bretagna, Stati Uniti e Romania si stanno coordinando sul piano politico e probabilmente anche militare, l’Unione Europea ha assunto un atteggiamento decisamente più morbido, condannando l’attacco alla Mercer, ma evitando di attribuirlo a Teheran.
Inoltre, l’Ue ha inviato una propria delegazione ufficiale ad assistere all’insediamento del nuovo presidente Raisi. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che esiste naviglio europeo che incrocia nel Golfo e potrebbe suo malgrado essere coinvolto in futuri sviluppi.
Si allude qui all’Emasoh a guida francese, che non è una missione comunitaria, ma impegna comunque navi di diversi Stati membri dell’Ue, inclusa l’Italia.
È molto probabile che la diplomazia iraniana cerchi di far leva su queste fratture per isolare il gruppo degli Stati intenzionati a rispondere militarmente all’attacco che i pasdaran avrebbero scatenato contro la petroliera israeliana. Vedremo presto con quali esiti.
L'opinione dell'autore potrebbe non coincidere con la posizione della redazione.
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