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Uliano (Fim-Cisl): “Nell’automotive 60 mila posti a rischio, governare la transizione”

© Foto : CislFerdinando Uliano, segretario nazionale Fim Cisl
Ferdinando Uliano, segretario nazionale Fim Cisl - Sputnik Italia, 1920, 30.07.2021
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Per il segretario nazionale servono strumenti specifici per evitare situazioni drammatiche e licenziamenti a cascata: il governo ha sottovalutato i rischi dell’accelerazione.
Sono oltre 60mila i posti di lavoro a rischio nel settore automotive in Italia, una stima dell’impatto del cambio di motorizzazione dall’endotermico all’elettrico, che è emersa nel primo tavolo tecnico tra “produttori filiera componentistica automotive” e organizzazioni sindacali.
Un dato “drammatico” secondo Ferdinando Uliano, segretario nazionale Fim-Cisl che a Sputnik Italia ha ribadito la necessità di “strumenti per governare questa transizione” che non è “una crisi di breve periodo” ma un percorso “di 5-6 anni per cui servono strategie nuove” e il governo deve impegnarsi nel trovarle.
Per Uliano “la stima di 60mila posti di lavoro a rischio è dettata dall’effetto del cambio di motorizzazione, per un motore endotermico servono mediamente 1.200 componenti, per uno elettrico circa 400. Questo produrrà una perdita del 30% dei 250mila dipendenti diretti nel settore automotive”.
Per questo come sindacato “stiamo spingendo sui tavoli tecnici”, quello di ieri è stato un primo incontro “a cui devono seguire, altri più operativi dove imprese, sindacato e governo, insieme devono individuare le priorità e gli investimenti necessari”.

Risorse e una strategia

Il processo europeo “Fit for 55” ha accelerato “drammaticamente” il processo di transizione e il governo si sta “rendendo conto di aver sottovalutato i rischi di una transizione senza gli strumenti adatti”.
Per questo, spiega Uliano, bisogna individuare “le risorse finanziarie che possono servire per indicare alle aziende e alle multinazionali dati di progettualità, la formazione specifica per reinventare i lavoratori della filiera, gli ammortizzatori sociali e le politiche attive straordinarie”.
Per Uliano, infatti, le grandi aziende si spostano dove la produzione è più conveniente e dove c’è la possibilità di avere un’interlocuzione con il governo che garantisca incentivi, sostegni per la riconversione di stabilimenti e lavoratori e dove sia chiara la strada che il Paese intende seguire: “Se il governo resta in attesa, le multinazionali andranno altrove”.
“In Europa da almeno quattro anni ripetiamo che transizione non significa solamente elettrico, c’è anche il metano – spiega il segretario nazionale Fim-Cisl – quale sia la strada, la transizione va accompagnata con strumenti che consentano di evitare situazioni drammatiche, fabbriche chiuse e licenziamenti selvaggi”.

La situazione in Italia

Come Fim Cisl “abbiamo ribadito con forza la drammaticità che si sta già configurando in molte imprese italiane del settore dell’auto coinvolte nel processo di cambiamento delle motorizzazione endotermiche verso l’elettrico".
Si va "dalla Bosch di Bari, dove si producono pompe per il diesel, con oltre 1.200 lavoratori; alla Denso di Vasto dove il 70% degli oltre 1.000 lavoratori è impiegato sulla componentistica dei motori (alternatori e motori di avviamento)”.
E poi ancora “alla Marelli di Bari, dove si producono iniettori per motori a benzina e cambi, con oltre 600 lavoratori impiegati sulla componentistica motori endotermici; la Vitesco di Pisa dove si producono iniettori per i motori a benzina e dove è già stato annunciato il rischio per 750 lavoratori; a cui si aggiungono gli oltre ai 7.000 lavoratori del Gruppo Stellantis in Italia che lavorano direttamente sulle motorizzazioni benzina e diesel”.

Il paradosso, argomenta ancora Uliano, è che questa scelta di rapida transizione verso l’elettrico avviene soltanto in Europa e non nel resto del mondo. “Si rischia di ammazzare un’industria, quella dell’auto con tutto quello che ruota attorno, mentre il resto del mondo va ancora avanti con il motore endotermico”.

L’obiettivo, quindi, deve essere quello di portare in Italia nuove produzioni, come con la Gigafactory a Termoli, ma anche di “governare con strumenti non dell’era glaciale una transizione che è profondamente diversa da una crisi di settore”, “costruire le condizioni per una compatibilità sociale dentro un processo di cambiamento in atto nel settore che rischia di spazzare via migliaia di posti di lavoro”, conclude.
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