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Crisi politica in Tunisia, gli USA contro Global Britain e il nuovo grande gioco per l’Afghanistan

© Sputnik . Sayed Zakeria / Vai alla galleria fotograficaUn agente della polizia afghana
Un agente della polizia afghana - Sputnik Italia, 1920, 30.07.2021
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Anche se si tratta di argomenti che fanno fatica a conquistare le prime pagine dei giornali, il mondo è interessato da una serie di avvenimenti suscettibili di generare importanti sviluppi. In questa rassegna, proviamo ad approfondirne tre.
Un primo evento di significativa portata si è verificato in Tunisia, paese nel quale il Presidente della Repubblica Kais Saied ha deposto il governo guidato dagli islamisti di Ennahdha, sospendendo anche l’attività del Parlamento per un mese.
Il putsch attuato dal Capo dello Stato sembra appoggiato dai militari e da una parte non indifferente della popolazione, in particolare dalle donne e dai giovani più insofferenti rispetto al tentativo di re-islamizzare un paese a lungo distintosi per il carattere laico dei suoi costumi.
Ovviamente, quanto è accaduto in Tunisia e le sue conseguenze destano preoccupazione in molti ambienti. I sostenitori di Ennahdha sono scesi in piazza, esattamente come i seguaci del Presidente della Repubblica. Ci sono stati scontri e si temono sia lo scivolamento del paese nel caos che un suo ulteriore impoverimento.
Мигранты разных национальностей на борту испанского судна Open после спасения в Средиземном море - Sputnik Italia, 1920, 29.07.2021
Così il disastro Tunisia minaccia l’Italia
Tali circostanze alimentano inevitabilmente la sensazione che possano verificarsi improvvisi deflussi di migranti verso l’Europa e l’Italia in particolare. Non mancano però neanche coloro che confidano in una restaurazione dell’ordine simile a quella realizzata dal presidente al Sisi in Egitto, anche se si tratta di persone che in massima parte evitano di esporsi in favore di una scelta apertamente anti-democratica.
L’Europa occidentale, in sintesi, è una volta di più posta di fronte al dilemma di cosa fare quando i suoi valori e i propri interessi siano in rotta di collisione. I più auspicano che la rottura costituzionale sia ricomposta, naturalmente in una forma compatibile con l’ordine e la stabilità economico-sociale: come dire, la proverbiale quadratura del cerchio.
Si colloca invece su un piano diverso la reazione statunitense all’arrivo del Carrier Strike Group 21 guidato dalla portaerei britannica Queen Elizabeth nelle acque del Mar Cinese Meridionale.
Il Segretario alla Difesa americano, infatti, pur dimostrando formalmente il proprio apprezzamento per il tentativo inglese di concorrere al contenimento della Cina, ha chiaramente raccomandato agli europei più volenterosi e forti di concentrarsi principalmente sulle aree geostrategiche di loro più naturale pertinenza.
Il fatto si presta ad alcune considerazioni di una certa rilevanza. Quanto ha detto Lloyd Austin, infatti, sembrerebbe dimostrare almeno due cose: da un lato, che il Regno Unito si sta effettivamente muovendo sulla scena internazionale sulla base di propri obiettivi non concordati con il suo principale alleato d’Oltreoceano, giocando “in proprio”. Dall’altro, l’America non gradisce affatto Global Britain.
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Il dato non è sorprendente, se solo si ricorda con quale intensità gli Stati Uniti si adoperarono, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, per espellere la Gran Bretagna dai suoi domini coloniali.
Londra si piegò soltanto dopo l’umiliazione patita nel 1956. Notando la voglia di disimpegno che serpeggia a Washington e nel pubblico americano, gli inglesi hanno provato a recuperare il terreno perduto. Il Pentagono sta ora segnalando i confini entro i quali dovranno muoversi.
Probabilmente, al Regno Unito verrà permesso di svolgere un ruolo di più alto profilo nel Mediterraneo e forse, ma non è certo, anche nell’Oceano Indiano. Se Londra andrà oltre, anche in sintonia con gli Stati Uniti, lo farà quindi a proprio rischio e pericolo, come forse sta già succedendo in questi giorni.
Dal punto di vista americano, par di capire, le ambizioni inglesi andrebbero bene soltanto in ambiti molto circoscritti, mentre altrove sarebbero trattate come fattori di disturbo. Vedremo ora cosa deciderà di fare Boris Johnson.
In terzo luogo, meritano di essere segnalate le nuove puntate del dramma afghano. La decisione del presidente Biden di ritirare tutte le truppe americane dall’Afghanistan è e rimane molto controversa. La difende George Friedman, convinto com’è da anni che il teatro abbia da lungo perso la propria valenza strategica per gli Stati Uniti.
Ma altri hanno sollevato il dubbio che dal ripiegamento di Washington possano derivare grossi vantaggi per i competitors dell’America. Questi ultimi ritengono i Taliban* creature di un Pakistan ormai legato mani e piedi a Pechino e su queste basi sono persuasi che la Repubblica Popolare Cinese riuscirà laddove inglesi, sovietici e Nato hanno fallito negli ultimi 180 anni.
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Afghanistan, talebani controllano "circa il 90% dei confini"
Su questo versante, tutto è in effetti possibile. Ha certamente destato sensazione il fatto che una delegazione dei talebani si sia incontrata con funzionari cinesi e che all’evento sia stata data una grande copertura mediatica.
I russi sembrano invece meno ottimisti, come prova la recente decisione di Mosca, che ha iniziato a rafforzare il proprio sostegno militare ai paesi ex sovietici dell’Asia Centrale maggiormente minacciati da eventuali ricadute al proprio interno della ormai probabile vittoria talebana.
Alcuni signori della guerra, come Ismail Khan di Herat, hanno inoltre annunciato il ritorno alla lotta armata. Ed all’esterno seguono gli sviluppi anche Iran ed India. Persino i turchi, che hanno negli uzbeki afghani un importante proxy locale, pensano di poter svolgere un ruolo di primo piano nell’Afghanistan che verrà, volgendo a proprio favore la propria appartenenza al mondo dell’Islam sunnita.
Certamente, i cinesi possono mettere sul piatto afghano molte risorse. E i Taliban faranno di tutto per accaparrarsele. Al momento, paiono cedere al corteggiamento serrato di Pechino. Ma non è affatto detto però che poi restino per sempre fedeli a chi proverà ad investire nel loro paese.
Gli afghani, al fondo, sono piuttosto xenofobi, anche se hanno il culto dell’ospitalità nei confronti dello straniero che giunge in pace.
Cultura confuciana e simbologia comunista potrebbero inoltre generare con il tempo risentimenti, o forse essere utilizzati come altrettanti pretesti per giustificare un jihad, che peraltro avrebbe caratteristiche molto diverse da quelli che abbiamo visto negli anni ottanta del secolo scorso ed anche nei due primi decenni di questo millennio.
Nave della Marina britannica (foto d'archivio) - Sputnik Italia, 1920, 23.07.2021
Regno Unito invia navi da guerra nell'Indo-Pacifico: Cina mette in guardia da provocazioni
Le critiche al disimpegno statunitense dall’Afghanistan, tuttavia, un effetto potrebbero comunque averlo ottenuto. Biden non farà passi indietro, ma nel frattempo le voci sul ritiro americano dall’Iraq hanno subìto un chiaro ridimensionamento, come prova il fatto che ora si parli di lasciare in quel teatro almeno 2.500 uomini, seppure in mansioni non combat.
Quest’ultima circostanza interessa molto da vicino anche l’Italia, che sta assumendo il comando della missione addestrativa della Nato a Baghdad e potrebbe trovarsi in grande difficoltà se gli americani se ne andassero davvero. A Roma qualcuno ha probabilmente tirato un sospiro di sollievo.
L'opinione dell'autore potrebbe non coincidere con la posizione della redazione.
*un'organizzazione terroristica bandita in Russia e in altri Paesi
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