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L'ultima sentenza della Corte Europea: militari come impiegati. Alle 17 bollano e vanno a casa

© AFP 2021 / Ahmad Gharabli I soldati israeliani in Valle del Giordano
I soldati israeliani in Valle del Giordano - Sputnik Italia, 1920, 29.07.2021
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Summum ius, summa iniuria è una locuzione latina il cui significato letterale è "somma giustizia, somma ingiustizia" cita Cicerone (De officiis). Un'espressione analoga si trova già in Terenzio: Ius summum saepe summa est malitia ("somma giustizia equivale spesso a somma malizia").
La locuzione indica che un'applicazione acritica del diritto che non tenga conto delle circostanze a cui le sue norme devono essere applicate nel singolo caso e delle finalità a cui esse dovrebbero tendere ne uccide lo spirito e può facilmente portare a commettere ingiustizie o addirittura costituire strumento per perpetrare l'ingiustizia.
Nel peggiore dei casi potrebbe succedere che qualche giudice pensi: “Io applico la legge alla lettera per evitare che poi accusino me di non averlo fatto”.
Non ho motivi di dubitare del fatto che i magistrati che fanno parte della Corte di Giustizia Europea siano seri professionisti dotati di giuste competenze e adeguata intelligenza. Tuttavia, a volte, nasce il dubbio che la saggezza di Salomone sia qualcosa che a loro manca.
Il sempre ottimo James Hansen (un ex diplomatico americano che da molti anni vive e lavora in Italia come Consulente aziendale) nella sua ultima Nota Diplomatica ricorda che quella Corte ha recentemente statuito che i militari di tutti i Paesi europei hanno diritto di essere omologati a dei semplici lavoratori dipendenti.
Di conseguenza devono poter contare su “…orari di servizio prestabiliti, rigide limitazioni sul lavoro notturno, compiti predefiniti con (eventuali, N.d.R.) variazioni esplicitamente accettate dai singoli, undici ore di riposo giornaliero…” Precisa però Hansen: “Una limitata (sic!) deroga è ammessa nei casi di combattimento attivo, operazioni speciali oppure condizioni insormontabili, ma non per l’addestramento”.
Non è la prima volta che sentenze di vari magistrati suscitano perplessità al senso comune e sicuramente una parte delle responsabilità va attribuita alle leggi stesse, a come sono scritte o all’ignoranza dei legislatori che non considerano le conseguenze delle loro decisioni.
In questo caso, tuttavia, il decidere che un militare sia un lavoratore qualunque deriva più da una forma culturale che da possibili equivoci redazionali o interpretativi. Come fa giustamente osservare lo Hansen con una qualche ironia, nella testa di molti lo scopo delle Forze Armate è sentito oggi come semplice “poliziotto della pace” o di assistenza per calamità naturali.
Ciò suppone implicitamente che non ci saranno più guerre cui saremo direttamente coinvolti e che l’esercito in quanto tale potrebbe trasformarsi in una sorta di “protezione civile” o, nel peggiore dei casi in una “polizia internazionale”.
Purtroppo chi pensa irenisticamente in questo modo è un illuso. Ai nostri giorni, desiderare che il mondo sia in pace e che, soprattutto, lo si resti noi è certamente un concetto lodevole e condiviso ma dall’auspicarlo al realizzarlo esiste una differenza incolmabile.
Da quando l’essere umano abita questa terra gli scontri tra individui, gruppi o popoli sono una costante che ha cambiato i modi in cui si realizzano, ma non ne ha diminuiti né il numero né l’occasione. Tutti speriamo di non essere mai costretti a nuove guerre in casa nostra ma l’ipotesi non può assolutamente essere esclusa. Se accettiamo che ognuno possa legittimamente desiderare di migliorare costantemente le proprie condizioni di vita, che le risorse disponibili sul pianeta sono limitate e che il concetto di “ricchezza” sia assolutamente relativo, dobbiamo mettere in conto che c’è chi vorrebbe avere ciò che già noi abbiamo e che potrebbe volerlo al punto da essere disponibile a tutto, compresa la guerra, per ottenerlo.
Chi pensa che le guerre siano solo un capriccio di pochi autocrati e che le democrazie non le faranno mai non solo non conosce la storia, ma nemmeno l’attualità.

Non è bello dirlo ma perché esistano i “ricchi” è necessario che, da qualche parte, ci siano i “poveri”. Fino a che noi ci si sente “ricchi” il problema sembra non porsi ma la cosa è ben chiara a chi si sente “povero”. Il confortante pensiero che tutti su questa Terra potremmo stare meglio e “ricchi” allo stesso modo appaga il nostro senso di giustizia, ma non è realistico.

Aver scelto che la difesa del nostro Stato sia affidata a professionisti potrebbe anche essere stata la soluzione ottimale dal punto di vista della possibile efficienza delle forze deputate ma ciò non toglie che esse potrebbero, dio non voglia, essere chiamate ad agire.
Se ciò accadesse, dopo la sentenza della Corte dovremo chiedere ad ogni soldato quale sia la sua intenzione di comportamento?
Sarà autorizzato a contestare gli ordini che riceverà se non gli aggradano o se saranno eccedenti le sue mansioni “sindacali”?
Oppure i soldati europei accetteranno di combattere solo contro chi condividerà orari e modalità previste dalla Corte di Giustizia Europea?
Durante la prima guerra del Golfo (1991) a una persona di mia fiducia capitò di ascoltare un colloquio tra due ufficiali (professionisti e volontari) dell’aviazione militare italiana che in quel momento si trovavano negli Stati Uniti per un addestramento.
Ecco ciò che sentì: “Questi (a Roma, N.d.R.) sono pazzi se credono che io vada in Iraq a combattere col rischio di lasciarci la pelle. Non è certo per questo che sono entrato nell’aviazione”.
Ebbene chi pronunciò quelle parole si sentirà certamente in sintonia con la decisione dei giudici di Lussemburgo. Chi scrive, forse ingenuamente, è indignato per entrambi.
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