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Così il disastro Tunisia minaccia l’Italia

© AP Photo / Santi PalaciosМигранты разных национальностей на борту испанского судна Open после спасения в Средиземном море
Мигранты разных национальностей на борту испанского судна Open после спасения в Средиземном море - Sputnik Italia, 1920, 29.07.2021
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Economia a picco, jihadismo dilagante, instabilità crescente e sanità allo sfascio mentre il Covid dilaga. Così l’immobilismo e il fanatismo degli islamisti di Ennahda hanno affondato la Tunisia costringendo il Presidente ad assumere i pieni poteri.
Ma la crisi rischia riverberarsi sull’Italia moltiplicando le migliaia di tunisini in fuga che già rappresentano la nazionalità più consistente tra quelli sbarcati sulle nostre coste. Mentre aumenta il rischio d’infiltrazioni terroriste.
Un disastro per la Tunisia, ma anche per l’Italia che rischia un nuovo disastroso esodo di migranti e potenziali terroristi sulle proprie coste. Un disastro suggellato domenica scorsa dalla decisione del presidente Kais Saied di mettere alla porta il premier Hichem Mechichi, schierare l’esercito e chiudere provvisoriamente il Parlamento. Molti l’hanno chiamato colpo di stato e l’hanno paragonato al golpe con cui nel 2013 il presidente egiziano Sisi si sbarazzò di Mohammed Morsi il presidente della Fratellanza Musulmana* eletto un anno prima.
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Ma il comune denominatore tra la fine di Morsi e quella di Mechichi è il fallimento della Fratellanza Musulmana. Un fallimento che - come nel 2013 in Egitto - spinge la maggioranza dei tunisini ad applaudire la decisione del Presidente di appellarsi all’articolo 80 della Costituzione che gli consente di assumere i pieni poteri nel caso di “grave pericolo istituzionale”. Quel pericolo coincide, agli occhi di molti, con la presenza al governo di Ennahda, il partito islamista guidato da Rached Gannouchi, l’80enne storico leader della Fratellanza Musulmana rientrato dall’esilio nel 2011 subito dopo la caduta del regime di Ben Alì Gannouchi.
Ma sono proprio i dieci anni di egemonia politica segnati dai governi di Ennahda e Gannouchi, oggi presidente del Parlamento, ad aver reso sempre più irreversibile la crisi tunisina. Per capirlo basta il numero di tunisini che dal 2019 ad oggi hanno sfidato le onde del Mediterraneo pur di lasciarsi alle spalle un paese dove nulla, dall’economia, alla sanita alla sicurezza, sembra più funzionare. Da tre anni a questa parte i tunisini sono la più consistente fra le variegate rappresentanza nazionali che alimentano gli sbarchi sulle nostre coste. Erano 2600 e passa su un totale di 11mila e 500 migranti nel 2019, l’anno successivo furono 12mila 800 a fronte di 34mila approdi. E quest’anno sono più di 5mila 800 su un totale di 27mila arrivi. Ma altri 15mila, secondo fonti tunisine, sarebbero pronti a partire.
Numeri imponenti capaci di far concorrenza al traffico di umani proveniente dalla Libia. Anche in questo caso il comune denominatore resta l’ondata islamista sollevatasi in Tunisia dieci anni fa e battezzata con il nome alquanto avventato di “primavera araba”. Una primavera che in Tunisia, a differenza di quanto avvenuto in Egitto Libia e Siria, ha assunto le forme di una lenta metastasi che pur non riuscendo a soverchiare l’impalcatura laica della nazione e della sua società ne ha lentamente eroso le fondamenta.
E così, ecco a dieci anni di distanza, il disastro di un paese dove Ennahda, nonostante la promessa di Gannouchi di battersi per una “democrazia musulmana”, resta ostaggio delle sue componenti più radicali dimostrandosi incapace di abdicare all’ideologia islamista e di scendere a compromessi con le altre formazioni politiche. Il tutto senza contare le derive di un Gannouchi che approfitta della sua carica di presidente del Parlamento per far visita ad un presidente turco Recep Tayyp Erdogan ovvero uno dei grandi sostenitori internazionali della Fratellanza Musulmana.
Ma l’immobilismo e le derive di Ennahda, partito di maggioranza relativa, alimentano anche l’immobilismo e l’instabilità del paese. Un’instabilità e una conflittualità politica che fanno da volano ad una decennale crisi economia rendendo la nazione particolarmente vulnerabile alla pandemia. Solo nel 2020 stando agli indicatori della Banca Mondiale il prodotto interno lordo si è contratto dell’8,8 per cento mentre la disoccupazione, ferma secondo le statistiche ufficiali a quota 18 per cento, sarebbe secondo altre fonti ben oltre la soglia del 25. Alla crisi economica corrisponde lo sfaldamento di un sistema sanitario nazionale che dopo una buona risposta all’emergenza Covid nel 2020 è crollato, quest’anno, sotto i colpi della seconda ondata. E così un paese da 12 milioni di anime conta oltre 17 mila vittime e fa i conti una carenza di ossigeno e terapie che trasformano la disperazione in rabbia e violenza.
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A rendere ancor più preoccupante questo clima di diffuso scontento segnato da continue proteste di piazza s’aggiunge la crescente conflittualità politica. In un Parlamento caratterizzato dalla frammentazione e dall’irrilevanza dei partiti tradizionali gli unici in grado di attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica sono gli islamisti di Ennahda e i nostalgici di Ben Ali. Risorti sotto le insegne del Libero Partito Destouriano e la guida di Abir Moussi, una “paisonaria” capace di infiammare le piazze antiislamiste i sostenitori del deposto regime inneggiano alla cacciata di Ennahda e al ritorno al passato.
Ma la già instabile polveriera tunisina deve anche far i conti con la mai sopita minaccia del terrorismo. Una minaccia figlia dell’irresponsabilità di Ennahda che nel 2012 riportò in libertà con un decreto di amnistia migliaia di estremisti islamici. Da quell’amnistia nacque Ansar Sharia il gruppo alqaidista* che portò migliaia di militanti in Libia e confluì poi nelle formazioni dello Stato Islamico presenti a Sirte. Da lì a trasformare i circa 8mila militanti tunisini nella principale componente del Califfato il passo fu breve.
Gli effetti non tardarono a farsi sentire. Gli attentati al museo del Bardo e la strage di turisti sulla spiaggia di Sousse nel 2015 seguiti, nel marzo 2016, dal tentativo dell’Isis di conquistare la città di Ben Guerdane, al confine con la Libia, furono in gran parte il frutto della connivenza tra Ennahda e gruppi jihadisti. Una connivenza non priva di conseguenze per l’Italia e l’Europa. Anis Amri, il terrorista che nel dicembre 2016 fece strage ai mercatini di Natale di Berlino era un tunisino arrivato in Italia su un barcone. E tunisino era pure Brahim Aoussaoui, il terrorista che lo scorso ottobre decapitò tre fedeli nella basilica di Nizza. Un inasprimento dello scontro tra forze islamiste e militari rischia dunque di spingere verso le nostre coste centinaia di estremisti pronti a venir agganciati dalle formazioni terroriste per colpire in Italia e nel resto d’Europa. Anche perché, crollato il Califfato molti veterani del terrore tunisine sono tornati a far proseliti nei confini di casa . Stando a uno studio realizzato nel 2018 da Mobdium, un’organizzazione umanitaria attiva nella periferia di Kram West, una delle più povere e problematiche di Tunisi, almeno il 40 per cento dei giovani della zona ha un conoscente vicino al terrorismo islamista.
Se la crisi si aggraverà rischiamo, insomma, di trovarci con un Califfato alle porte di casa pronto a traghettare i suoi militanti sulle nostre coste.
L'opinione dell'autore potrebbe non coincidere con la posizione della redazione.
*Organizzazione terroristica proibita in Russia.
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