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Siria, i soldi di Londra ai gruppi jihadisti

© AFP 2021Ankara ha dato il via a una serie di raid aerei contro postazioni di gruppi jihadisti in Siria.
Ankara ha dato il via a una serie di raid aerei contro postazioni di gruppi jihadisti in Siria. - Sputnik Italia, 1920, 26.07.2021
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Un documento ufficiale reso pubblico a metà luglio dimostra che il Regno Unito negli ultimi cinque anni ha continuato ad appoggiare i gruppi armati siriani.
Tredici progetti, finanziati con oltre 215 milioni di sterline puntano esplicitamente a migliorare “il coordinamento con i gruppi armati” per aiutarli a “gestire meglio il territorio” sotto il loro controllo.
L’Inghilterra non ci sta. Nonostante le decine di attentati messi a segno in Europa, e nella stessa Gran Bretagna, dagli affiliati all’Isis* e ad altre organizzazioni terroriste attive in Siria, Londra, negli ultimi cinque anni, ha continuato a finanziare i cosiddetti ribelli “moderati” siriani. La sconcertante verità emerge da un documento ufficiale reso pubblico a metà luglio dal Cssf (Conflict, Stability and Security Fund, in italiano Fondo Conflitti la Stabilità e la Sicurezza), un’entità governativa che opera sotto l’egida del Consiglio di Sicurezza Nazionale e punta ad armonizzare l’attività di intelligence, assistenza internazionale, difesa e attività diplomatica. In pratica uno strumento per mettere a segno attività clandestine coordinate da servizi segreti, comandi militari e Foreign Office (ministero degli Esteri) spacciandole per assistenza internazionale.
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Il problema vero, al di là delle attività del Cssf, è, però, se i cosiddetti ribelli “moderati” siano mai esistiti. “Stiamo cercando di reclutare persone … pronte a combattere con una corretta attitudine mentale e una ideologa adeguata. Ma sembra molto complicato trovare qualcuno capace di rispondere a questi criteri” - spiegò già nel 2015 il Segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter illustrando al Congresso la difficoltà di trovare dei ribelli siriani che non condividessero il fanatismo islamista di Isis e Al Qaida*. L’ammissione confermò le parole di Peter Ford, ambasciatore inglese in Siria del 2003 al 2006, che liquidò il concetto di ribelli “moderati” come “frutto dell’immaginazione”. O, meglio, della disinformazione delle varie intelligence occidentali costrette a far digerire alle proprie opinione pubbliche i piani per armare le formazioni jihadiste e far cadere Bashar Assad.
Piani che Londra, non ha smesso di perseguire. Per capirlo basta esaminare i 13 progetti, finanziati dal Cssf con oltre 215 milioni di sterline (250 milioni di euro) che puntano esplicitamente a migliorare “il coordinamento con i gruppi armati” per aiutarli a “gestire meglio il territorio” ancora sotto il loro controllo. Un piano mascherato da operazione umanitaria visto che almeno 162 dei 215 milioni di sterline assegnati ai 13 progetti provengono da programmi destinati in teoria a “sconfiggere la povertà, combatter l’instabilità e creare prosperità nei paesi in via di sviluppo”.
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Nello specifico però i soldi sono stati tutti spesi nelle zone della Siria controllate dalle formazioni jihadiste. Uno dei progetti battezzato “Resilienza Siriana” - finanziato tra il 2017 e il 2020 con 26,9 milioni di sterline e gestito dal Foreign Office - puntava a “garantire la credibilità all’opposizione moderata” mettendola in grado di fornire servizi alle comunità locali. Gli inglesi pagavano, insomma, delle organizzazioni non governative per spiegare ai gruppi jihadisti come farsi benvolere dalle popolazioni locali. Un altro progetto rivolto al “rafforzamento delle strutture per la governabilità dentro la Siria” e finanziato con oltre 27,5 milioni di sterline (32 milioni di euro) è stato sviluppato tra il 2016 e il 2020 nelle zone di Aleppo, Idlib, Darrah e Ghouta rimaste, fin quando non sono state riprese dalle forze governative, sotto l’egida di Hayat Tahrir al Sham, l’ala siriana di Al Qaida meglio conosciuta con il vecchio nome di Al Nusra*.
Non a caso il documento del Cssf oltre a definirlo un progetto “ad alto rischio” per la presenza nella regione di numerosi “gruppi armati” ricorda che il “coordinamento con i gruppi armati” in quelle regioni è coinciso “con la ripresa delle attività di Hayar Tahrir Al Sham”. Un’indiretta ammissione di come i fondi abbiano contribuito a rivitalizzare la formazione alqaidista. Ancor più ambiguo appare il progetto del Cssf per la formazione di una cosiddetta “Polizia della Libera Siria” ovvero una forza di sicurezza in grado di operare nelle zone di Idlib, Aleppo e Ghouta. Come dire una forza di polizia al servizio dei terroristi di Tahrir Al Sham la formazione alqaidista egemone in quei territori.
Ma l’aspetto più controverso del dossier riguarda l’estrema riservatezza sulle formazioni che hanno beneficiato dei fondi britannici. Un silenzio giustificato con “ragioni di sicurezza”, ma motivato, in verità, dalla necessità di non rivelare l’imbarazzante cooperazione con gruppi coinvolti in attività terroristiche. Una “svista” risultata evidente fin dal 2016 quando emersero i rapporti con Harakat al-Hamz, un gruppo sempre al fianco delle formazioni radicali sul campo di battaglia o di Jaish al Islam una formazione salafita finanziato dai sauditi. Un’opacità emersa già nel 2015 durante il processo a Bherlin Gildo, uno jihadista svedese accusato dai magistrati di aver militato tra le fila di una formazione jihadista.
Un processo finito nel nulla non appena i difensori del terrorista dimostrarono che il gruppo jihadista siriano in cui militava Bherlin Gildo era, in verità appoggiato e finanziato dagli 007 di Sua Maestà.
L'opinione dell'autore potrebbe non coincidere con la posizione della redazione.
*Organizzazioni terroristiche proibite in Russia.
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