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L’Europa sull’orlo di una crisi di nervi per via della variante Delta

© AP Photo / Oded BaliltyCoronavirus
Coronavirus - Sputnik Italia, 1920, 26.07.2021
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Il Covid-19 non dà pace al mondo ed agita l’Europa, con ripercussioni importanti che si avvertono nei sistemi politici e nelle società di un gran numero di paesi occidentali.
In realtà, almeno per il momento, la situazione presenterebbe profili di criticità in teoria meno acuti di quelli registratisi agli inizi del 2020 e quindi nello scorso semestre invernale. Alcuni dati incoraggerebbero anzi persino un cauto ottimismo.
A differenza di quanto si verificò nel pieno della prima e agli inizi della seconda ondata, innanzitutto, adesso disponiamo di numerosi vaccini, forse non tutti egualmente performanti, ma comunque in grado di assicurare una certa protezione.
Non siamo dunque completamente indifesi ed in effetti ad un numero di contagi che è già molto elevato nel Regno Unito ed in Francia non corrisponde per ora un’impennata di ricoveri e decessi che sia lontanamente paragonabile a quelle del passato.
Ma si guarda con preoccupazione alla progressione dei tamponi positivi e si cerca di anticipare il possibile futuro deterioramento del panorama epidemiologico, per evitare che si debba nuovamente ricorrere ai lockdown generalizzati.
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Conseguentemente, in molti paesi d’Europa si è osservato un sensibile innalzamento della soglia d’attenzione e le autorità hanno accresciuto le pressioni per indurre a vaccinarsi i cittadini che ancora non l’abbiano fatto.
La strategia che viene seguita attualmente sembra poggiare su due binari complementari.
Da un lato, si introducono limitazioni e disagi a carico di coloro che preferiranno evitare la somministrazione dei sieri, con strumenti come il cosiddetto green pass.
Dall’altro, si avviano campagne che tendono a scaricare sui cosiddetti no-vax la responsabilità dell’eventuale fallimento delle misure adottate contro il Covid-19, ricorrendo ad una forma surrettizia di criminalizzazione di tutti coloro che dubitano dell’opportunità della scelta vaccinale: una platea importante di persone tra le quali non si annidano soltanto nemici ideologici della medicina preventiva, ma anche persone con situazioni peculiari o più semplicemente individui spaventati ed insicuri.
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Giova ricordare al riguardo come nella questione si confrontino due categorie di interessi soltanto parzialmente sovrapponibili: quello collettivo alla sicurezza sanitaria nazionale e quello alla salute individuale.
Dal punto di vista del bene pubblico, risparmiare migliaia di morti, evitare la congestione del sistema ospedaliero e scongiurare il blocco dell’economia sono motivi sufficienti a raccomandare la vaccinazione di massa.
Ma quando ci si sposta al livello individuale, la diversa percezione del rischio si fa sentire. E molti ritengono preferibile affrontare la probabilità di contrarre il Covid, specialmente se la ritengono bassa, a quella di subire danni più o meno rilevanti dagli effetti ancora non noti a lungo termine dei nuovi medicinali che sono stati immessi sul mercato.
Tale discorso vale naturalmente soprattutto per i più giovani, per i quali il coronavirus è spesso difficilmente distinguibile da una leggera influenza.
Complica ulteriormente il quadro la circostanza che i vaccinati giudichino minacciata la propria libertà e persino la propria integrità fisica da chi per il momento ha rifiutato le siringhe.
Di qui, il carattere aspro della contrapposizione che sta affiorando nelle piazze e sui social media. L’opinione pubblica si sta spaccando nettamente, aderendo a dogmi contrapposti che non ammettono replica e comprimono lo spazio del ragionamento, compromettendo anche la reciproca legittimazione ad interloquire.
Chi non si vaccina è diventato agli occhi di molti un eversore, anche se non sono rari i casi di coloro che non si sottopongono alla puntura ma si augurano comunque di beneficiare della cosiddetta immunità di gregge, che proteggerebbe anche loro una volta che l’85-90% della popolazione fosse stato immunizzato.
Con le recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, anche il governo italiano ha abbracciato questa narrazione, con l’effetto di acuire la spaccatura già apertasi tra parti importanti della società.
In Francia, l’introduzione del green pass, accettato abbastanza pacificamente dai danesi, ha determinato manifestazioni di piazza e vive proteste. Anche in Italia la tensione potrebbe aumentare, seppure la prima risposta alle nuove misure decise dal Consiglio dei Ministri sia stata una nuova corsa alle prenotazioni del vaccino.
Esiste inoltre un serio problema ulteriore. La comunicazione ufficiale sta facendo credere in molti paesi che le vaccinazioni sono in grado di assicurare una protezione assoluta, limitare i contagi e fermare la generazione di nuove varianti del virus, restituendo ai cittadini in modo stabile quelle libertà fondamentali che sono state messe più volte in dubbio nell’ultimo anno e mezzo.
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In altre parole, ci sono governi che stanno offrendo legittimazione a chi crede che i renitenti al vaccino possano essere la causa delle future chiusure. È un messaggio efficace, che fa proseliti ma genera anche profonde lacerazioni.
Non tutti hanno capito che i vaccinati possono contrarre il virus e naturalmente anche trasmetterlo. Si spiega in questo modo, tra l’altro, anche la diffusa tendenza ad abbandonare l’uso delle mascherine negli spazi chiusi che si rileva tra gli immunizzati e molto meno, invece, tra chi non è stato vaccinato.
I cosiddetti immunizzati possono invece contrarre il virus e trasmetterlo: non fosse così, non si capirebbe neanche perché ai giornalisti che andavano ad ascoltarlo a Palazzo Chigi, il premier italiano Mario Draghi abbia imposto oltre al certificato vaccinale un tampone fatto nelle 48 ore precedenti.
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La narrazione che si è prescelta è quindi sbagliata e potenzialmente anche pericolosa. I vaccini sono essenziali a salvare vite e il loro uso va incoraggiato spiegandone i benefici in termini di maggiori speranze di sopravvivenza.
Far credere invece che bastino a sradicare il morbo è invece un’operazione scorretta, che rischia di generare gravi tensioni sociali al momento in cui divenisse chiaro che l’obiettivo viene mancato.
Quella del Covid-19 è un’emergenza pandemica planetaria e non sarebbe sbagliato ricordare che tutte le varianti del SARS-CoV-2 sono giunte in Italia e molti paesi europei dall’estero. Non ha pertanto senso scaricare sulle spalle dei no-vax e tutti coloro che hanno paura dei vaccini la responsabilità del diffondersi di nuove forme del virus. Il problema da risolvere è infatti globale.
Finché il virus sarà attivo in qualsiasi parte del mondo, non ci sarà immunizzazione nazionale che basti, neanche quella al 100%. Persisterà pertanto l’esigenza di introdurre di tanto in tanto nuove regole e altri divieti. Ci saranno persone deluse ed arrabbiate, che cercheranno capri espiatori.
È logico che i governi facciano tutto quanto è in loro potere per evitare di assumere il ruolo dell’agnello sacrificale, attribuendolo alle componenti più fragili della società. Ma sarebbe forse meglio adottare una narrazione più sobria e meno divisiva.
L'opinione dell'autore potrebbe non coincidere con la posizione della redazione.
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